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intervista

A tu per tu con l’autore. “Io e i miei Racconti”, l’ultimo libro di Adolfo Leoni che scava e che scomoda

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di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it


“Io e i miei racconti”. Ѐ il titolo dell’ultimo lavoro del giornalista Adolfo Leoni, da un paio di settimane in libreria. Un titolo - scrive - che la sua maestra delle elementari, per via di quel pronome a inizio frase, non avrebbe apprezzato. Ogni racconto, tuttavia, dello scrittore rivela l’essenza. La maestra, almeno stavolta, avrebbe soprasseduto.

Sepolti tra quattro mura, mentre in ospedale si muore. Si muore senza nessuno al fianco. La morte che non ha pietà. Un invisibile che ci mette in ginocchio ha sfaldato tutta la nostra potenza. Ѐ la realtà che si ribella al suo misconoscimento. Che dice: non siete i padroni, non lo sarete mai”.

Così come si è insinuato tra le pagine della nostra vita, “l’invisibile virus” è penetrato anche tra le pagine del libro. In “Fragilità e Speranza” soprattutto, testo interpretato al Teatro Romano di Falerone, in cui si celano le riflessioni più profonde, tirando in ballo diversi autori, tra cui Leopardi.

Saremmo dovuti uscirne migliori, il virus ci avrebbe dovuto insegnare a tutti qualcosa. Ѐ andata così?

«La scritta “Andrà tutto bene” già mi dava fastidio. Era logico che non sarebbe andato tutto bene, difatti non è andato tutto bene. Non credo neppure che questa storia ci abbia cambiati in meglio, anzi. Siamo diventati più egoisti, più chiusi, più guardinghi. Siamo finiti per considerare l’altro un untore, un nemico persino. Di contro, c’è gente che una riflessione profonda sul senso della vita l’ha fatta. Che dinanzi alla sofferenza e alla morte si è domandata: “Che senso ha la mia vita? Se tutto viene a mancare, dove poggia la mia consistenza?” Per dirla alla Leopardi: “Io che sono?”. Domanda che tanti, invece, hanno deviato».

Ha raccontato la storia di Amedeo Pietro Giannini, il grande banchiere di cui nessuno, o quasi, sa. Ha citato Enrico Mattei e Adriano Olivetti. Il suo augurio è che i nostri imprenditori possano rialzarsi come hanno fatto loro. Sarà così, o oggi ci manca qualcosa per essere come loro?

«Prendo in prestito le parole di Mario Draghi, che dice: “Bisogna rimettere in moto tutte le energie, anche finanziarie, di questo paese”. Oggi la finanza non può essere più egoista. Tra i nostri imprenditori c’è chi ogni mattina si è rimboccato le maniche, giocandosi anche i propri capitali, per mandare avanti l’azienda, la propria famiglia e quella dei dipendenti. Poi ci sono anche quelli che, come è suonato l’allarme, hanno chiuso la fabbrica. Il problema, dunque, è educativo. Olivetti si sarebbe venduto tutto per la sua gente. Qualcuno invece, oggi, si venderebbe i suoi dipendenti. C’è un’economia sociale e una egoista. Stiamo a vedere quale vincerà».

«E noi siamo vecchi e le nostre storie sono dimenticate, […]. Si muore per abbandono, perché ormai sei uno scarto e un fardello pesante». In “La paura e la benedizione” lei e Giancarlo parlate così, come a commentare, anticipandolo, quel tweet di Toti.

«La mentalità, purtroppo, è diventata questa: gli anziani non producono, dunque sono uno scarto, un peso e non più l’emblema della saggezza, come la cultura umanistica insegna. Enea, in fuga da Troia, si è messo Anchise sulle spalle. L’anziano padre sarebbe voluto morire lì, nella sua terra. Il figlio gli risponde di no. Gli dice: “Tu sei il futuro”. Oggi, tutto il contrario, pensa!».

Sempre l’amico Giancarlo le dice: «Ho tolto dalla polvere Papini, Giuliotti, Cèline. Li confronto agli scrittori odierni e mi viene da ridere. Come se volessi paragonare una tempesta a una pioggia leggera». Sta prendendo davvero una brutta piega il mondo del libro?

«D’Avenia diceva che è il libro che legge noi. Se dentro di noi ci sono cose inespresse, difficili da comprendere fino in fondo, leggendo un testo decisivo, queste si fanno chiare. Ieri gli scrittori davano pugni sullo stomaco. Oggi le cose toste su cui confrontarsi sono sempre meno. Oggi, gli scrittori intrattengono».

Ce n’è meno, ma c’è. Mi riferisco alla sua amata Terra di Marca. Ma cos’ ha di speciale questa Terra?

«La Terra di Marca ha una sua specificità, ma non per questo è superiore ad altre. Il problema, però, è che questa diversità la si ignora, non la si racconta. Gli scrittori, i giornalisti pensano sia provincialismo. Invece no, ci sono delle cose che vanno dette, valorizzate. Come la casula di Thomas Becket, custodita nel Museo Diocesano di Fermo. O il grande lavoro dell’ambra, tipico di Belmonte Piceno. In quanti sono a saperlo? Attraverso una storia, dove amore, avventura e archeologia si intrecciano, ho trovato interessante farlo conoscere».

Tra un picco pandemico e l’altro le elezioni, due mesi fa circa, precedute da un’insistente campagna elettorale. Il telefono di Carla squilla, squilla sempre. Intanto le vongole le si raffreddano. Così fissa lo stesso appuntamento per tutti i candidati che la cercano. Al posto di Carla, però, un pagliaccio e lanci di coriandoli. Tra cinque anni, alla luce dei fatti, la Carla del suo racconto farà lo stesso?

«Anche peggio. Non vedo, non vedo…»

“Se scrivo vivo. Vivo di più. O faccio vivere”. Così lei scrive nella prefazione. C’è un personaggio che le piacerebbe far vivere, prossimamente, in un racconto?

«Un reduce del ’68. Giorgio Gaber parlava di una generazione che ha perso. Io non ne sono tanto convinto. Magari si è persa, ha perso negli ideali, che sono diventati il loro contrario: tutta la contestazione giovanile di sinistra voleva far saltare il capitalismo, poi è diventata super capitalista. Ma non tutti hanno mollato, vorrei raccontare uno che non ha mollato».



Questa è un'intervista pubblicata il 16-11-2020 alle 20:19 sul giornale del 18 novembre 2020 - 528 letture