Giornata mondiale dell’ictus: i pazienti dimenticati durante la pandemia. Muoiono di ictus 220.000 persone all'anno

3' di lettura 28/10/2020 - In occasione della giornata mondiale dello Stroke, appare giusto ricordare che seppur ci troviamo nuovamente a fronteggiare la pandemia da COVID-19, le altre patologie continuano a presentarsi e fra le malattie definite tempo-dipendenti, cioè che devono essere curate il più rapidamente possibili e la massima attenzione va proprio all’ictus. In caso di ictus ischemico, si stima che muoiano all’incirca 2 milioni di neuroni, per cui l’intervento deve essere tempestivo, prima si riesce a riaprire il vaso chiuso, tanto maggiore sarà il tessuto cerebrale che potrà salvarsi e minore sarà la disabilità residua.

L’ictus cerebrale rimane la prima causa di disabilità permanente e la terza causa di morte e che l’efficacia dei trattamenti nella fase acuta dipende dalla rapidità d’ intervento rispetto al momento in cui compaiono i primi sintomi.
In base alle cause scatenanti, possiamo distinguere due tipi di ictus: ictus emorragico che si manifesta quando si rompe uno dei vasi che irrora il cervello, portando ad un’emorragia cerebrale che può essere dovuta a traumi cerebrali o ipertensione cronica, ictus ischemico la cui causa è un restringimento o una chiusura dei vasi saguigni che attraversano o alimentano il cervello. La sintomatologia dell’ictus dipende dalla sede e dall’estensione dell’area del cervello che viene colpita. Generalmente l’ictus colpisce un solo lato del corpo, di solito la parte opposta alla lesione cerebrale e l’individuo trova difficoltà nel trovare le parole o a comprender ciò che gli altri stanno dicendo, oppure altri sintomi sono disturbi improvvisi alla vista di un solo occhio o di entrambi, mal di testa intenso, stato confusionale, problemi di coordinazione o di deambulazione, perdita di sensibilità.

In questo periodo di pandemia da infezione da SARS CoV 2, si è registrato un netto calo di accessi in ospedale per sospetto ictus, a causa del timore dei pazienti di contrarre l’infezione con conseguente sensazione che il personale sanitario sia sovraccaricato dalla patologia emergente da COVID-19.
Purtroppo è divenuto frequente sentire il racconto del paziente che pur avendo accusato consapevolmente i sintomi alcuni giorni prima, è poi rimasto a casa in attesa che tutto si risolvesse spontaneamente, quando in realtà all’insorgere dei sintomi prima menzionati occorre subito recarsi al pronto soccorso o chiamare il 118.
È un dato di fatto che i pazienti con malattie cardiovascolari sono andati incontro a sospensioni di terapie o cancellazioni di interventi chirurgici o visite di controllo, altri non si sono recati nei centri per sottoporsi ai trattamenti utili per timori del contagio.
I ricoveri ospedalieri di emergenza per ictus sono notevolmente scesi, ci sono stati morti in casa e persone sopravvissute con danni cerebrali di rilievo, visto la mancata tempestività nell’intervento.
Ogni anno muoiono circa 220.000 persone per patologie cardiovascolari, numeri che ora si riflettono anche nei decessi per coronavirus, perchè risultano come complicanze del Covid-19.

Ricordiamoci di loro: anche se non sono affetti da Covid-19, il rischio di morte è alto anche per i pazienti colpiti da ictus.


dott.ssa Barbara Mercanti
redazione@viverefermo.it

 



dott.ssa Barbara Mercanti


Questo è un articolo pubblicato il 28-10-2020 alle 22:10 sul giornale del 30 ottobre 2020 - 354 letture

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