Covid, tracciamento sempre più difficile. Occorrono spazi per post critici prima che l'ospedale soffochi

5' di lettura 29/10/2020 - «La preoccupazione sale, i numeri ci stanno venendo addosso. Noi cerchiamo di difenderci e regolamentare i percorsi con quello che abbiamo a disposizione» così Livini, direttore Area Vasta 4.

Il fenomeno è in costante crescita. Ritornare alle cose semplici, che sono le più certe: tamponi e test, isolamento dei positivi e dei contatti e tracciamento.

«Sono le tre parole chiave sulle quali cerchiamo di concentrare tutti i nostri sforzi, frenando così i ricoveri» spiega.

L’area Vasta 4 naviga sui 500 tamponi al giorno. La diffusione è talmente rapida che oggi il tracciamento è difficile, un po’ meno forse se ci fosse del personale in più. «Qualche aiuto riusciamo a intravederlo. Ѐ di ieri - dice - la determina per avere 7 medici». Sei sicuramente arriveranno. «Sono medici neoabilitati che possono essere destinati al territorio, al dipartimento di prevenzione, alla scuola».

La protezione civile inoltre sta mettendo a disposizione delle figure, mediche e amministrative: «vediamo se dall’elenco di nomi riusciamo a portare a casa risorse importanti da dedicare al versante territoriale» auspica il direttore.

Contemporaneamente si sta ragionando sulla possibilità di attivare punti di riferimento nelle aree interne per fare tamponi. In questo caso, oltre che di risorse umane il problema è anche logistico. Incremento anche di Usca, che da due potrebbero passare a tre.

Versante Murri, ospedale che si sta apprestando a un aumento di posti letto. «Fino a ieri eravamo con 31 letti a malattie infettive, oggi stiamo rimodulando il tutto per passare a 68, inclusa la terapia intensiva» spiega. Sulla terapia intensiva c’è da ragionare, si sta facendo il possibile per lasciarla pulita «ma- spiega Livini - arrivano pazienti con quadri clinici gestibili che poi, nel giro di 24 ore, necessitano di terapia intensiva. Fino ad oggi li si trasferiva altrove, ma anche le altre parti si riempiono, quindi dobbiamo attrezzarci».

Il dott. Ciarrocchi, direttore del dipartimento prevenzione lascia parlare i dati. «Abbiamo un numero di positivi che sta quasi raddoppiando di giorno in giorno: il 26 ottobre dagli 80 ai 100 positivi, il 27 ottobre 140». Uno scenario di tipo 3, dice, in cui le misure di mitigazione finora optate non bastano. Il tracciamento è difficile. E legge le raccomandazioni ministeriali, e si raccomanda anche lui: ridurre le occasioni di contatto al di fuori del proprio nucleo abitativo, rimanere a casa il più possibile, usare correttamente la mascherina, attuare il distanziamento, lavarsi spesso le mani e, ove fossero state impartite, rispettare le misure di quarantena. «Il sistema sanitario da solo non riesce più ad arginare il diffondersi dell’infezione, bisogna che ci aiuti la popolazione. Se questa fase non funziona si passerà alla chiusura totale e dobbiamo essere responsabili per evitarlo».

Critico Scialè, il direttore del distretto. Ѐ un fatto di strumenti, sostiene lui. «Se il ministero fa un’opera di validazione urbi et orbi per il test antigenico e poi fa un accordo con i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, allora mi auguro che si siano resi conto che ci vogliono le risorse sennò vendono fumo».

Cita anche una disposizione regionale datata 23 ottobre, nella quale oltre ad una serie di indicazioni date - fa notare - dopo i fuochi ( es. chiudere l’accesso delle strutture residenziali ai visitatori), si dice che ogni 15 giorni occorre effettuare il test antigenico a tutti gli ospiti e gli operatori delle strutture residenziali e semi residenziali. «Stando ai numeri, solo per Area vasta 4 - dice - occorrerebbero 3.000 test al mese. Quando leggo le note che arrivano dall’Asur in cui si dice che stanno facendo una gara per 15.000 test mi viene da sorridere. E le altre aree vaste? E l’area vasta 2 che ha un’infinita di strutture residenziali?» si domanda. Denuncia dunque uno scollamento. Scollamento tra il centro e la periferia. «La periferia ha il cerino in mano e lo può spegnere se ci sono determinate indicazioni e risorse messe a disposizione. Sennò non si fa un solo passo avanti. Inutile fare 500 tamponi se poi il dipartimento soffoca con il tracciamento. Se dobbiamo intercettare i positivi, davvero, bisogna farlo subito. E qualcosa deve cambiare» sostiene.

Meglio sul fronte della consegna dei vaccini antiinfluenzali. «Oggi completiamo la consegna del terzo lotto, riceveranno l’ultimo lotto la settimana prossima. Così facendo 37 mila vaccini saranno stati distribuiti entro ottobre».

Problema serio invece per quanto riguarda i post critici. Scialè riferisce di un operatore positivo in rsr a Porto San Giorgio (all’interno dell’ospedale). Nel giro di una settimana 6 ospiti positivi su 14, asintomatici. Tre trasferiti a Campofilone, tre a casa. Gli altri dimessi. Oggi, domani e dopodomani la sanificazione. Ciò per sottolineare quanto sia fondamentale Campofilone. Senza una struttura dove spostare i post critici cosa farebbe l’ospedale? «Eppure, ad oggi, non esiste un piano regionale di supporto ai reparti per acuti, che sarebbe preziosissimo per delle dimissioni precoci e protette».

Attualmente vi sono 44 posti a Campofilone (a servizio di tutte le aree vaste, appena tramutati in 48 poiché hanno riconvertito due camere), 15 posti a Chiaravalle da lunedì e 20 a Galantara.

Non basta. «Noi vorremmo che tutti avessimo la stessa visione. Che si procedesse di pari passo» dice Livini, che sta pensando a qualche struttura da poter riconvertire.


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 29-10-2020 alle 15:17 sul giornale del 30 ottobre 2020 - 329 letture

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