Covid e sipari calati. Intervista a Gianluca Balestra, direttore artistico del teatro Alaleona di Montegiorgio

4' di lettura 29/10/2020 - Come è noto, il nuovo decreto, in vigore dal 26 ottobre scorso, ha disposto, tra le altre cose, la chiusura incondizionata di cinema e teatri fino al prossimo 24 novembre.

A nulla è valso l’appello lanciato dal mondo dello spettacolo e dalla cultura al Presidente del Consiglio e al Ministro per i beni e le attività culturali per scongiurare lo stop.

Sebbene la sua vita professionale si svolga quasi esclusivamente su Milano, da 12 anni Gianluca Balestra è il direttore artistico della stagione teatrale del Teatro Alaleona di Montegiorgio.

Sipario nuovamente chiuso. Cosa ne deriverà?

«Siamo in un tempo sospeso, da un po’. All’Alaleona, per via delle capienze, avevamo già delle difficoltà. Il nostro pubblico era molto più numeroso dei 180-200 spettatori che ci era consentito accogliere: solo con gli abbonati raggiungevamo mediamente la cifra di 240 spettatori. Vero è che, questo anno particolare, ci aveva già spinto a fare delle previsioni».

Ossia?

«Una stagione diversa, più corta. Quattro titoli. Da fine gennaio a marzo inoltrato, con la speranza di poterci riappropriare della capienza originaria. Una stagione ipotizzata ma non ancora presentata, per cautela: i dati non ci permettono di fare previsioni rosee ma non possiamo essere totalmente negativi».

Spettacoli teatrali in streaming. Un’idea valida per non fermare la cultura?

«No. Sono presidente di un centro di produzione teatrale e, su scala nazionale, come comparto dello spettacolo dal vivo, non ci sentiamo assolutamente di offrire contenuti che non siano spendibili con la gioia della condivisione. Il pubblico, a teatro, partecipa a un rito. Un rito collettivo. C’è veramente il contagio. Ma contagio nella risata, nella condivisione, nell’emozione, nella drammaticità».

E a proposito di contagi…

«Dal 15 giugno, data di riapertura dei teatri, sia all’aperto che al chiuso, l’Agis ha raccolto dei dati per valutare l’impatto del Covid nei luoghi dello spettacolo. Un solo caso di positività riscontrato. Il ministro Franceschini ha spiegato che l’intenzione del Governo è limitare gli spostamenti. Non sono un anticlericale e non voglio provocare la sfera religiosa, ma non riusciamo a capire come mai le chiese siano rimaste aperte. Vigono le stesse regole e gli stessi principi di condivisione degli spazi. Non possono esserci due pesi e due misure: il cittadino così viene disorientato».

Le cito Mario Martone. “Il teatro, l’opera e il cinema sono necessari non meno della scuola, perché servono, come la scuola, a far luce nelle menti”. Condivide?

«Il cittadino, senza occasioni di approccio a dei contenuti culturali, si spegne. I teatri, come le scuole, sono propedeutici alla formazione dell’individuo, dal bambino sino al ragazzo più grande. Ho visto bambini diventare adulti e sviluppare una coscienza critica, anche attraverso le opere con cui sono entrati in contatto. La luce si spegne, silenzio e odore di legno. Quel momento, se ti acchiappa, te lo ricorderai per tutta la vita».

Il decreto Ristori è stato approvato. Reputa le misure messe in campo sufficienti?

«La mia cooperativa, che si occupa di produzione teatrale, ha perso il 45% del fatturato, pari a 850.000 euro. Non ci potrà mai essere nessun ristoro tale da poter recuperare simile somma. Lo Stato non ha la forza economica per colmare questi deficit a tutti i livelli e per tutte le categorie. Ci sta provando ma non è sufficiente. Può solo rendere l’idea di un impegno verso un settore, quale è il nostro, in forte, fortissima crisi».

Umanamente e professionalmente, come ci si sente ad essere reputati dei “non essenziali”?

«Ѐ una frustrazione. Il mio lavoro, per me, è un servizio culturale a beneficio del cittadino, che può decidere di fruirne o meno. Il nostro è un mondo di professionisti; professionisti che hanno bisogno di riconoscimenti. Di noi, invece, sembra sempre che si possa fare a meno, come ciabatte vecchie.

Inoltre, spesso, ci troviamo di fronte a interlocutori che pensano di poter esprimere pensieri rispetto al nostro mestiere avendone la titolarità. Ciò per dire che quando qualcuno si affida a una figura come la mia, lo deve fare con spirito di condivisione in un’ottica di crescita della comunità. A Montegiorgio, con l’amministrazione comunale, questa condivisione e questo rispetto della professionalità è sempre esistito. Ma non è sempre così. Questa forzatura del dpcm ne è un esempio».


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questa è un'intervista pubblicata il 29-10-2020 alle 22:07 sul giornale del 30 ottobre 2020 - 433 letture

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