Fermo, "Il filo che conta": il ricamo varca i confini nazionali. Faleri: «desideriamo una mostra in un luogo prestigioso della città»

4' di lettura 07/08/2020 - Nel 2002, a Fermo, nasce l’associazione “Il filo che conta”. Si vuole promuovere la ricerca, lo studio e la salvaguardia del tessile regionale, la cui tradizione nel tempo va perdendosi.

“Il filo che conta”. Sì, il ricamo è rigore, i fili vanno contati, ci vuole un certo allenamento.

Presidente, nonché insegnante dell’associazione è la signora Maria Rita Faleri. Dopo vario peregrinare, lei e le altre socie, da due anni hanno trovato terra ferma a San Giuliano, varcato l’arco, in Largo della Ricostruzione; una stanza dove ogni giovedì si ritrovano, creano, fanno dei corsi.

La stanza è piena dei loro lavori: quadri, nappe, half dolls ricamate, scatole cucite a mano, centritavola a punto Caterina de’ Medici, libri didattici e riviste.

I libri didattici sono quelli scritti da Maria Rita, le riviste sono quelle che scrivono di Maria Rita.

«A febbraio 2019 ho tenuto dei corsi di ricamo con alcune allieve della Corea del Sud che sono venute in Italia per imparare le tecniche di ricamo italiane. Le allieve, a loro volta insegnanti in Corea, mi hanno poi proposto di partire per Seoul per tenere lì dei corsi. Così, a 64 anni, accompagnata da mio marito, sono andata una settimana in Corea» dice.

Ѐ così che “Giuliana Ricama”, rivista nazionale del settore, immortala questa sua esperienza, titolando “Corea chiama Italia, dalle Marche a Seoul, il ricamo italiano lascia il segno”.

Non solo, un’altra rivista, stavolta australiana - Inspirations Magazine, ha pubblicato dei reportage sulle tecniche di ricamo Caterina de’ Medici e nappe, «degli ornamenti tessili, queste ultime, molto in voga nel ‘600, impiegate anche per abbellire i cavalli». Due tecniche, queste, con le quali Maria Rita ha ottenuto il prestigioso riconoscimento di insegnante di filo da parte della Corporazione delle Arti.

Da 18 anni sono sul territorio. Hanno partecipato a una cinquantina di eventi in tutta Italia. «All’estero l’unica mostra importante si tiene a Parigi, è specifica del punto croce: punto croce che qui da noi è considerato di poco valore, un po’ infantile, cioè solo per fare i bavaglini» spiega.

L’associazione non trascura nemmeno il tombolo, si dedica a tutto il tessile. «L’obiettivo - dice Maria Rita - è di riportare l’attenzione sul tessile marchigiano, la tradizione qui si è persa nel tempo, a differenza dell’Umbria, dove il Gal finanzia addirittura le scuole. Alle mostra, dell’Umbria ce ne sono 12 di scuole, delle Marche una. Gli umbri - spiega - hanno i tessuti, si chiamano perugini, eppure si facevano anche nelle Marche. Oggi - conclude - sono realizzati con sistemi semi-meccanici, ma nel maceratese e in certi conventi con telai a licci antichi completamente manuali».

Diverse le mostre di cui “Il filo che conta” si è reso protagonista: a palazzo Paccaroni, alle piccole cisterne romane, alle cisterne Falconi e a Villa Vitali. «Non siamo sole - precisa Maria Rita. Abbiamo un gruppo a Porto Potenza Picena e uno nel pesarese».

Loro obiettivo, promuovere il territorio: «non vogliamo essere prese per le solite signore che stanno qui a passare del tempo, noi facciamo cultura davvero, li studiamo i ricami, ci chiedono anche dei consigli da fuori e nelle manifestazioni alle quali partecipiamo rappresentiamo le Marche, siamo conosciute. La prossima fiera a cui abbiamo intenzione di partecipare sarà a Vicenza, in ottobre: ci sarà - dice - un salone tutto dedicato al ricamo».

Ciò che desiderano di più al momento è poter allestire una mostra importante a Fermo. «Abbiamo fatte mostre nostre in passato e siamo state di supporto anche ad altre associazioni. Ora vorremo fare una mostra tutta nostra, prestigiosa e in un posto prestigioso».

Per Maria Rita, che in questo momento sta mantenendo i contatti con la Corea realizzando dei tutorial, e le sue compagne il ricamo non è un lavoro, ma una passione prima di tutto, nata ai più come sfogo.

«Importante - sostiene il sindaco Calcinaro - che non si perdano le tradizioni. Senza questo loro modo di incontrarsi alcuni non si sarebbero accostati. Un pezzo della nostra storia (come il ricamo gigliuccio che deve il nome alla famiglia fermana Gigliucci), un pezzo dei nostri valori restano vivi».

Raccoglie l’invito della mostra l’assessore alla cultura Trasatti: «è un lavoro ricco di passione, competenza e professionalità, avremo modo di valorizzarlo. Questo interfacciarsi con mondi stranieri, il portare la propria storia e la propria arte rappresenta esattamente la Fermo learning city Unesco».


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 07-08-2020 alle 21:49 sul giornale del 10 agosto 2020 - 741 letture

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