A Fratelli d'Italia non piace la modifica al piano territoriale delle acque di fine legislatura

3' di lettura 11/07/2020 - Il fatto che la Regione Marche, a consiliatura scaduta e prorogata dal Covid 19, vada a modificare il PTA spinge ad andare a vedere di cosa si tratta

I consiglieri regionali del PD del fermano hanno presentato una proposta di modifica ed integrazione della D.A. dell'Assemblea Legislativa 26 gennaio 2010 n.145 concernente: "Piano di tutela delle acque (PTA). Decreto legislativo 3.4.2006, n.152, art.21".
Il dispositivo della proposta di deliberazione è il seguente e comprensibile solo a pochi esperti: " Nelle reti fognarie prive di scolmatori (sfioratori) di piena e di qualsiasi punto di emissione in corpo superficiale o nel suolo, adducenti ad un impianto di trattamento di acque reflue urbane di potenzialità di 2.000 AE, POSSONO essere immessi reflui industriali (rifiuti liquidi) con valori limite di emissione superiori a quelli previsti nella Tabella 3 dell'Allegato 5 alla parte Terza del D.lgs. 3 aprile 2006, n152, nel rispetto delle norme tecniche, delle prescrizioni regolamentari e dei valori-limite adottati DALL'ENTE DI GOVERNO D'AMBITO COMPETENTE in base alle caratteristiche dell'impianto di depurazione.....".

In parole semplici viene data la possibilità alle aziende private e pubbliche marchigiane che producono rifiuti liquidi (anche il percolato delle discariche?) di derogare alla normativa vigente e, invece di conferire in appositi impianti a ciò destinati ed autorizzati, di immetterli nella pubblica fognatura, naturalmente a determinate condizioni.

Dal punto di vista della protezione dell'ambiente la norma non è proprio il massimo di quello che ci si possa aspettare da chi dell'ambiente ne fa una bandiera ma ci sono elementi di carattere giuridico che la rendono censurabile.

In primo luogo l'abnorme discrezionalità dell'applicazione della norma. Sono le Autorità d'Ambito che stabiliscono chi e perché possa usufruire di tale ghiotta agevolazione. Mancano quei criteri e parametri oggettivi che la Regione stessa dovrebbe emanare affinché l'applicazione sia la stessa in tutto il territorio regionale. Criteri e parametri uguali per tutti e non ad personam. Assenza, quindi, di trasparenza e imparzialità della norma.

Ma quel che è peggio è che per giustificare la modifica della norma stessa nelle premesse si afferma che "nelle Marche esistono pochi impianti che svolgono attività di trattamento, di tipo biologico e/o chimico-fisico, di rifiuti speciali liquidi provenienti da moltissime aziende marchigiane pubbliche e private...".

Gli esperti del settore dicono il contrario ovvero che ce ne sono molti ed attrezzati anche nel territorio piceno mentre sono carenti quelli di recupero, trattamento e smaltimento dei rifiuti solidi industriali.

Nella relazione manca un minimo di indagine statistica relativa al numero di impianti esistenti, la loro capacità produttiva e le quantità prodotte dalle aziende industriali, riferito ai rifiuti liquidi.

L'intero provvedimento si basa sulla dichiarazione dei due consiglieri regionali. La motivazione, trattandosi di temi ambientali, è poco "sostenibile".

Il suggerimento è quello di ritirare la proposta e lasciare poi al nuovo consiglio regionale, tra tre mesi, la facoltà di mettere a punto il provvedimento, ove ce ne fosse realmente la necessità, attraverso un serio lavoro tecnico-giuridico.






Questo è un articolo pubblicato il 11-07-2020 alle 12:45 sul giornale del 13 luglio 2020 - 407 letture

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