Cronaca di un fallimento annunciato: le cooperative e l'assistenza agli alunni con disabilità

5' di lettura 18/06/2020 - Un disastro di proporzioni bibliche che investe Assistenti alla Comunicazione ed educatori.

Lo sfogo di Samuele apre uno squarcio su una realtà ancora fin troppo relegata ai margini dell'inclusione scolastica e domiciliare degli studenti con disabilità. Un'unica voce che raccoglie le grida e le preoccupazioni di tanti professionisti sparsi su tutto il territorio nazionale. Migliaia di lavoratori che ogni anno si vedono svendere le proprie competenze pur di portare a casa una "sudatissima" pagnotta. Anni di studio si riducono a una svalutazione di pochi euro lordi l'ora. Un percorso impervio per un futuro incerto.

Samuele Scarpari, 26 anni, di Brescia. Dal 2016 è operatore dell'integrazione di alunni con disabilità. Ha lavorato nelle scuole secondarie di primo e secondo grado. La passione che mette nel lavoro è la stessa con cui si batte affinché la sua figura professionale ottenga i riconoscimenti che merita.

Le vicende di questi mesi, per quanto riguarda gli operatori della scuola, stanno diventando lentamente note a tutti. Mentre si strillavano slogan propagandistici (la scuola non si ferma) e si raccontavano le fiabe delle buonanotte (non lasceremo indietro nessuno), nel frattempo 54000 persone in tutta Italia restavano per mesi senza nessuna fonte di reddito. Famiglie che si sono viste accreditare, diverso tempo dopo, dai 200 ai 300 euro o addirittura nemmeno quelli. Un disastro di proporzioni bibliche che coinvolge Assistenti alla Comunicazione ed educatori. Numeri che, quando riguardano aziende che procedono con esuberi o domande di cassa integrazione, vengono ripresi anche con una certa risonanza da importanti media nazionali. (L’Ilva di Taranto, per fare un esempio, dà lavoro a circa 20.000 persone tra dipendenti diretti e indotto). Nel nostro caso, il silenzio più assoluto. O quasi. L’argomento è stato ripreso molto spesso, per onor del vero, da quotidiani e reti locali, generalmente più attenti a certe tematiche, ma quasi per nulla da media di più ampia diffusione. L’emergenza Covid 19 ha portato alla luce un sistema già carente da vari punti di vista: il profilo sociale, l’aspetto dei diritti dei lavoratori, la dignità economica delle persone. Lavoratori assunti, quando va bene, a 7,5 euro netti all’ora. Al comune il servizio costa circa 22 euro. Tolte le tasse e le spese, le cooperative intascano praticamente la stessa cifra. Lavori per 30 ore la settimana? Contratto di 15 ore. Così facendo le cooperative assumono più gente e accedono a maggiori sgravi fiscali. Se si dovesse richiedere la cassa integrazione? Naturalmente verrebbe calcolata sulle 15 ore. Non certo sulle 30 ore effettivamente svolte. Le Cooperative possono ridurre il monte ore per “esigenze di servizio” in qualsiasi momento. L’utente che segui è assente da scuola? Stattene a casa e senza retribuzione, ovviamente. Se proprio ti va bene, puoi sostituire un collega in un’altra scuola. Magari a 30 km di distanza e scoprendolo alle 7,30 di mattina per cominciare alle 8. E allora corri che arrivi tardi! La parte più bella però, è quando giochiamo con le parole. Ti facciamo un contratto “a tempo indeterminato ciclico”. Una roba che è pure difficile da spiegare usando correttamente la lingua italiana. Che vuol dire indeterminato ciclico? Se una cosa è indeterminata. Come fa una cosa indeterminata a esserlo solo per un certo periodo dell’anno e a non esserlo più in un altro? Il contratto dura da settembre a giugno. D’estate si sospende. Per miracolo, l’indeterminatezza si determina da sola. O forse con l’imposizione della croce. Così, tu risulti essere occupato, ma non prendi un centesimo. Non puoi richiedere neanche la disoccupazione perché stai lavorando, benché in sospensione. Un intreccio degno di una commedia del teatro dell’assurdo. E ti rendi conto che l’unica cosa indeterminata è come riuscirai a pagare la spesa e le bollette in quei mesi. Tutte queste cose (e altre che vi risparmio) non sono scritte in un libro di barzellette o in un giornale satirico, ma nei regolamenti degli appalti e soprattutto nel contratto collettivo nazionale delle cooperative sociali. Una roba che se la leggi, a parte chiamare un’ambulanza per lo svenimento, non crederesti che possa esistere nel 2020. E non stiamo parlando, ricordo, della manutenzione dei lampioni, ma del diritto all’inclusione scolastica di centinaia di migliaia di persone con disabilità, con cui le operatrici e gli operatori lavorano e che inevitabilmente sono coinvolti in tutto questo. Quando si pensa alle cooperative, si tende a immaginare a delle realtà locali. La denominazione ricorda anche una cosa positiva. La cooperazione. Un insieme di soci che collaborano tra loro, quasi una famiglia. Forse, in qualche caso, sarà ancora così? Numeri da capogiro che ricordano più delle SRL di media o grande entità. Gestiscono asili, case di riposo, servizi domiciliari per anziani, l’inclusione scolastica e così via. Alcune non hanno anticipato la cassa integrazione ai propri dipendenti. Tuttavia, con un accorato appello di solidarietà, hanno comunicato ai lavoratori che potevano chiedere un anticipo della cassa integrazione alle banche, con un interesse allo 0% e mettendo come garanzia il proprio TFR. Frutto del caso o destino avverso? Non sarà che ci sono delle entità economiche sempre più grandi, che prendono in gestione sempre più servizi, che hanno consigli di amministrazione con tutti i riferimenti amministrativi e la capacità di far pressioni politiche necessarie? Questo potere di fare il bello e il cattivo tempo e creare un sistema con tutte queste regole che avvantaggiano sicuramente qualcuno, ma non certo i lavoratori. La soluzione esiste? Sì! Si chiama internalizzazione. L’inclusione scolastica è compito degli enti territoriali, dei Comuni. Che tutti questi lavoratori e lavoratrici diventino (anzi, tornino a essere) dipendenti pubblici, con una legislazione ben diversa che possa garantire i loro diritti e la loro dignità. Cosa farà chi di dovere di fronte a tutto questo? Siamo stanchi di essere dei precari non considerati.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 18-06-2020 alle 17:52 sul giornale del 19 giugno 2020 - 7410 letture

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