Essere CODA: intervista a Fiorella Vellotti

10' di lettura 14/05/2020 - Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Fiorella Vellotti, classe 1968, napoletana e innamorata della sua città nella quale vive con il marito e il figlio. È diventata interprete LIS conseguendo i seguenti titoli:
- corso biennale c/o ENS di Napoli;
- corso biennale di formazione professionale c/o regione Campania, al fine di ottenere un titolo che fosse riconosciuto dalle pubbliche istituzioni.
È socio fondatore della CILIS, Cooperativa interpreti Lingua dei Segni Italiana, con carica di presidente prima e vice presidente poi. La CILIS è la prima cooperativa nel suo genere in Italia. È nata dall’esigenza di costituire un organismo che potesse far rispettare i dettami della legge 104 a proposito di libertà individuali e che, al contempo, avesse tutti i requisiti per poter partecipare a gare di appalto e rapportarsi con le istituzioni pubbliche e private. L’esigenza in questo senso era tale che l’ENS stesso ci consigliò di costituirci in cooperativa e iniziare a lavorare da professionisti, nonostante avessimo mosso i primi passi all’interno di esso. Dal 1996 è socia ANIMU, una delle associazioni di categoria presenti sul territorio italiano. Come tale ha ricoperto varie cariche a livello regionale, in qualità di responsabile con incarichi di collaborazione attiva con enti pubblici e privati e con la regione Campania. Inoltre, avendo una lunga esperienza come interprete scolastico, collabora con l’ANIMU per tutte le attività regionali in questo ambito. Per molti anni ha lavorato come formatrice di Lingua dei Segni presso vari enti. Dal 1997 è interprete istituzionale per la RAI nelle edizioni dei TGLIS delle varie testate giornalistiche. Nel corso degli anni ha tradotto più di una volta il discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, vari spot elettorali nonché la conferenza stampa del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ha lavorato al programma “CHI L’HA VISTO”. Di tutti questi prestigiosi incarichi, quello a lei più caro è stata la possibilità di tradurre, in mondovisione, i funerali di Papa Giovanni Paolo II. Di questo grande onore e triste onere le resterà un ricordo unico e indelebile, per il quale ringrazia l’allora direttore del Tg2 Mauro Mazza. Attualmente lavora per RAI Pubblica Utilità.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Mi definisco una CODA atipica, figlia di sordi a metà poiché io e mio fratello maggiore abbiamo mamma udente e papà sordo. Mio padre ha perso completamente l'udito a sette anni, a causa di una meningite. La forza della mia famiglia deriva senza dubbio dai miei nonni. Dopo aver superato lo sconforto e accettata la sordità del figlio come parte inevitabile e integrante della sua e della loro vita, lo misero subito in contatto con la comunità dei sordi. Hanno consentito al figlio di proseguire gli studi presso l’istituto “Pia Casa Arcivescovile” di via Avellino a Tarsia in Napoli, lì mio padre è entrato in contatto con una nuova cultura, la sua. Non lo hanno mai isolato. Lo hanno sostenuto con tutti i mezzi possibili a loro disposizione. L’opera dei miei nonni è proseguita con mia madre che, con grande coraggio e fermezza, ha affrontato i giudizi della società, nonché la naturale e comprensibile apprensione della propria famiglia. Ha sposato l’uomo di cui era innamorata, incurante della sordità e la conferma della sua tenacia è stata l’unione di intenti e sentimenti che li ha accompagnati per tutta la vita.

2) Sei stata esposta sin da subito alla Lingua dei Segni?
Sin da piccola ho frequentato la comunità dei sordi. Ho appreso e utilizzato con naturalezza i primi segni ma ovviamente non avevo consapevolezza di utilizzare una vera e propria lingua con sue regole e una struttura grammaticale. Per me era un fatto naturale. Questo l’ho scoperto da adulta, quando ho deciso di frequentare un corso di Lingua dei Segni e costruire un ponte con il “mondo” di mio padre e sfruttarne le ricchezze che mi aveva trasmesso come un’opportunità.

3) Quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Sono nata e cresciuta in una famiglia dove la sordità era la normalità. Segnavo e parlavo in italiano. Ho instaurato con mio padre una comunicazione che potremmo definire bimodale in quanto lui, essendo diventato sordo dopo l’acquisizione del linguaggio, era in grado di leggere molto bene il labiale, modalità che utilizzava senza problemi con mia madre e con qualunque altra persona con cui entrasse in contatto. Io, a mia volta, ne ho beneficiato acquisendo e sviluppando una sempre maggiore sensibilità nel linguaggio, affinando le capacità cognitive, sensoriali e interpretative della comunicazione in generale.

4) Quali insegnamenti ti hanno trasmesso i tuoi genitori?
I miei genitori sono stati un grande esempio di forza, unione e determinazione. Papà, tenace e intraprendente, non si è mai tirato indietro e ha sempre fatto il possibile per raggiungere i suoi obiettivi e superare gli ostacoli che gli si ponevano davanti. Da persona intelligente e sicura di sé, non si è mai nascosto dietro la sordità e non ha mai permesso che questa diventasse un problema per sé o per gli altri. È diventato un uomo completamente appagato e realizzato sia professionalmente che nella vita privata. È stato un grande amante dello sport, soprattutto del calcio, che ha praticato a lungo, nonché grandissimo tifoso della sua squadra del cuore, il Napoli. Mamma mi ha insegnato che bisogna seguire sempre il proprio cuore e andare avanti confidando nelle proprie convinzioni e nella giustezza delle proprie scelte.

5) A scuola o in altri contesti ti sei mai sentita diversa dai tuoi coetanei?
Non mi sono mai sentita diversa dagli altri miei coetanei. Anzi, a dire il vero, i miei amici come anche quelli di mio fratello e i nostri cugini hanno amato e frequentato molto la nostra famiglia. Tuttavia ho sempre provato un forte desiderio di comprendere cosa si provasse a essere sordi profondi come mio padre. Da bambina spesso mia madre mi trovava completamente immersa nell’acqua della vasca da bagno o con i tappi nelle orecchie, altre volte mi premevo forte le mani sulle orecchie. Col tempo ho capito che niente poteva ricreare quel mondo di silenzio. Nonostante tutto ho attraversato periodi di rabbia e dolore, legati soprattutto alle reazioni incivili e aggressive delle persone che non si accorgevano della sordità di mio padre. Una volta un uomo gli chiese l'ora e, alla mancata risposta, lo apostrofò in malomodo. È in quei momenti che ho cominciato a capire che per mio padre la sordità non rappresentava un ostacolo, un imbarazzo o un pregiudizio, ma poteva essere motivo di sofferenza per me.

6) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
Ci sono dei pro e dei contro. I sordi sono persone estremamente dirette, chiare, esplicite nelle loro manifestazioni e, a seconda dell'interlocutore che hanno di fronte, questo può rivelarsi un aspetto tanto positivo quanto negativo.

7) C’è un episodio del tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
In casa il campanello, il citofono e il telefono erano ovviamente anche lampeggianti. Dopo lo stupore iniziale, sia i miei amici che quelli di mio fratello ci hanno preso confidenza. Spesso ci si ritrovava tutti insieme, amici sordi e udenti, a festeggiare eventi, ricorrenze, compleanni e a organizzare viaggi. Ricordo una vacanza indimenticabile a Ischia, insieme a un gruppo di trenta tedeschi sordi e udenti di varie età. Avevo circa 12 anni e queste persone, guardando me e mio padre segnare, avevano pensato che fossi sorda. È stata una vacanza unica, dove si sono consolidati rapporti che, con alcuni di loro, ancora oggi perdurano. Per me è stato come gettare il primo seme di quella strada che avrei intrapreso in seguito.

8) Diventare interprete LIS: scelta o senso del dovere?
Essere interprete è stata un’evoluzione naturale del rapporto con mio padre. Posso considerarlo un dono che lui mi ha fatto e oggi, che lui non è più con me, posso dire di sentirlo e averlo vicino ogni qualvolta mi ritrovo ad affrontare un nuovo lavoro e una nuova sfida. Tutto è nato per caso: ero a Roma con mio padre e alcuni suoi amici. Improvvisamente mi sono trovata nel bel mezzo di una visita guidata, all’interno della basilica di San Pietro, a far loro da interprete. Alla fine la gioia e la soddisfazione che leggevo nei loro occhi erano quasi pari al mio orgoglio e alla mia commozione per aver reso fiero e felice mio padre. In quel preciso momento ho capito chi e che cosa volessi diventare. Nei giorni successivi mi feci accompagnare all'Ente Nazionale Sordomuti di Napoli dove cominciai a frequentare il corso per interpreti LIS. Devo a lui anche i legami di profonda amicizia che ho stretto con alcune colleghe nel corso del tempo, rapporti che sono iniziati quando muovevo i miei primi passi nel mondo dell'interpretariato e che si sono consolidati anche grazie a mio padre. Lui ci ha dato la possibilità di fare le nostre prime esperienze come interpreti durante le attività (mostre fotografiche e di pittura, gite e visite culturali) organizzate nel Circolo per non udenti Cicafa di Napoli, di cui è stato Presidente per tanti anni. Con alcune di loro avremmo fondato più tardi la cooperativa CILIS diventando non solo colleghe ma soprattutto grandissime amiche.

9) Quando sei entrata a far parte del team degli interpreti Rai?
Sono approdata in RAI nel 1997 poiché l'azienda era alla ricerca di interpreti per nuove edizioni di TGLIS. Fui esaminata da una commissione tecnico scientifica composta anche dall'allora Presidente nazionale dell’ENS, Ida Collu e da tutto il consiglio. Superata la selezione, mi ritrovai catapultata nello studio del Tg1 per il provino. Non lo dimenticherò mai: era verso fine settembre. Il 17 ottobre 1997 affrontai e superai, non senza apprensione ed emozione, il mio primo Tg2 LIS. Sono passati 23 anni, ma ogni volta è come se fosse la prima. È sempre una nuova avventura, anche e soprattutto in questo momento così difficile per tutta l’Italia e per il mondo intero. La RAI sta facendo molto per dare anche ai sordi maggiore accessibilità alle informazioni e consapevolezza degli accadimenti. Purtroppo la Lingua dei Segni non è stata ancora riconosciuta come una vera e propria lingua. Quando il Parlamento italiano si deciderà ad approvare la proposta che da decenni viene portata avanti, si garantirà ai sordi la libertà di scegliere come comunicare e integrarsi al pari degli udenti.

10) Qual è il tuo motto?
Non ho un vero e proprio motto. Eppure mi è capitato di leggere una frase di Nelson Mandela nella quale mi identifico e che ho deciso di fare mia: ”Sembra sempre impossibile, finché non viene fatto."


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 14-05-2020 alle 09:06 sul giornale del 15 maggio 2020 - 1024 letture

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