Fermo: Venusia Zampaloni "La violenza sulle donne ai tempi del Covid-19 aumenta, non dimentichiamolo"

9' di lettura 28/04/2020 - Il rischio dell’aumento di forme di abuso in tempi di restrizioni domestiche è ancora più alto, bisogna continuare a sensibilizzare

Venusia Zampaloni, modella e attrice della compagnia professionale Proscenio Teatro, da diversi anni porta in scena, con ottimi risultati, uno spettacolo che tratta il delicato tema della violenza domestica. Nasce spontanea la preoccupazione che, visto il periodo di emergenza e reclusione che stiamo vivendo, molte donne, da mesi, possano trovarsi costrette a convivere con i loro aggressori, senza alcuna possibilità di fuga. A tal proposito vorrei chiedere a Venusia, cosa ne pensa di questa particolare situazione.

Cara Venusia, voglio partire da questo dato, una donna su tre nel mondo subisce abusi fisici o sessuali nella propria vita, il più delle volte, da un compagno, un convivente, un marito. L'obbligo della convivenza forzata, secondo te può amplificare il rischio a cui le donne sono esposte?
Sappiamo con assoluta certezza che in questo periodo ci sono state diverse vittime di femminicidio, che quasi 3000 donne si sono rivolte ai centri anti-violenza nonostante restrizioni e lockdown, così come sappiamo che le richieste di aiuto sono diminuite, probabilmente a causa dell'inevitabile convivenza forzata. La situazione contingente, infatti, non permette alla donna di trovare una via d'uscita, anche se è bene ricordare che il problema dell'omertà e la paura di confidarsi e di denunciare sono da sempre amari corollari di questa piaga.
Ma la violenza non è solo fisica, esiste anche la violenza psicologia, che è più sottile, ma non meno dolorosa. Secondo te, quali sono le origini e le motivazioni di tali comportamenti di un uomo verso una donna?
Si tratta senz'altro di una questione molto complessa e di difficile generalizzazione. Di certo possiamo dire che viviamo in un mondo in cui la donna tende ad emanciparsi ed a reclamare i suoi diritti. Di contro, la violenza di genere, fisica o psicologica che sia, limita la libertà di pensiero e di movimento, per cui spesso sembra originarsi da tentativi vigliacchi, da parte dell'uomo, di riaffermare il proprio predominio nella dinamica di coppia, all'interno delle mura domestiche. Quando un uomo aggredisce una donna che cerca di sottrarsi al suo “potere”, ripercorre processi lontani nel tempo, nel quale questo tipo di comportamento era tollerato e spesso giustificato da una cultura repressiva nei confronti della donna, in quanto donna.
Molte donne giustificano la violenza, perdonano, danno nuove possibilità, pensi sia un problema di autostima, di paura di rimanere sole e non sapere come andare avanti o addirittura alcune pensano che quello sia amore?
La parola amore spesso confonde. In amore si può perdonare, si può lasciar correre, si può ricominciare. Quando siamo di fronte alla violenza all'interno di una relazione questo non è possibile, perché qualsiasi forma di violenza non è amore. Il fine di un uomo violento, molto spesso, è più o meno consapevolmente quello di sminuire la donna (in molti casi anche davanti i propri figli) e allontanarla, o meglio ancora isolarla, da qualsiasi altro tipo di rapporto nella schiera affettiva e sociale. Di fronte al continuo pressing psicologico e all'impossibilità di altri tipi di confronto, la stessa donna a volte finisce per imputarsi, in modo del tutto irrazionale, persino delle responsabilità (inesistenti) nello scatenare i comportamenti aggressivi.
Perché una donna “resta” invece di fuggire, o comunque spesso impiega molto tempo prima di denunciare?
I motivi sono molteplici, si possono nascondere tanto nei sensi di colpa immotivati di cui sopra, quanto nella paura di rappresaglie ancora più violente, può esserci la vergogna, la paura del giudizio una volta scoperchiata questa terribile realtà, si può temere l'assenza di un valido sostegno esterno, sociale e istituzionale, ma anche la paura dell'abbandono, della solitudine, la difficoltà ad ammettere il proprio fallimento e la natura abbietta della persona che si è scelta.
Come anticipato sopra, sei la protagonista di uno spettacolo che tratta il tema della violenza sulle donne, Edera Velenosa, scritto e diretto da Stefano Tosoni e ispirato dal bellissimo romanzo Giochi di Mano di Manuela Lunati. La messa in scena attraversa le diverse fasi di una relazione, dal tutto rose e fiori, alle spine di denigrazione ed insulti, fino al sangue delle percosse. Molte donne cadono in questa trappola e non sempre riescono ad uscirne, secondo te, esistono dei campanelli d'allarme per potersi rendere conto del pericolo e scappare prima che sia tardi?
Io penso che il campanello d'allarme sia qualunque atteggiamento aggressivo comporti una profonda mancanza di rispetto o una pretesa limitazione della libertà personale nei confronti del proprio partner. Certo in una coppia si può litigare, momenti di tensione sono fisiologici, ma esiste un limite che una volta varcato deve farci preoccupare: l'amore non può e non deve mai essere imposizione. Quando una donna si accorge che la litigata evolve in sopraffazione, psichica o fisica che sia, deve avere la lucidità di dire basta, oltre questo limite non si può andare. Non reagire con decisione e fermezza tanto di fronte a uno schiaffo, quanto di fronte a qualsiasi forma di privazione della nostra dignità e libertà di essere umano, fa passare inevitabilmente il messaggio che quello che è successo “ci può stare”, si può accettare, quasi “legalizzare” all'interno della coppia. E invece no, come dice la protagonista dello spettacolo: “Non dovete mai, mai accettare il primo schiaffo. Il primo schiaffo è come il primo amore, non si scorda mai.”
Lo spettacolo, è stato rappresentato più volte, oltre che per un pubblico adulto, anche in molte scuole superiori del nostro territorio, grazie agli assessorati alla cultura e/o alle pari opportunità che hanno spinto per proporlo ai più giovani, proprio in virtù del forte messaggio educativo. Al riguardo, mi piacerebbe che mi raccontassi le reazioni degli studenti dopo averlo visto.
Innanzitutto, lo spettacolo è stato scritto principalmente per studenti e per un pubblico giovane, erano il nostro target di riferimento per questa proposta culturale. Ha un linguaggio fresco, inizialmente anche giocoso, che consente di portarli dentro la storia che raccontiamo con delicatezza. La reazione dei ragazzi è stata inverosimile: ci hanno dimostrato che se hai qualcosa da dire e lo fai nel modo giusto, sono disposti ad ascoltarti e restituirti quella gratitudine figlia di emozioni che hanno provato dalla platea. Siamo arrivati anche a Torino dove in sala, in orario scolastico e non serale, c'erano più di ottocento alunni, bastava perderne qualcuno e poteva essere un incubo e invece... E' stato incredibile. Ottocento ragazzi in silenzio, hanno trattenuto il fiato fino alla fine e agli applausi finali diversi di loro si sono addirittura alzati in piedi. Stefano dice sempre che le emozioni più forti provate a teatro negli ultimi anni sono legate a questi incontri con i ragazzi. Abbiamo visto studenti ridere e partecipare nella prima parte dello spettacolo, emozionarsi e piangere nella seconda. Abbiamo visto, a Torino e non solo, studenti alzarsi in piedi, così come venire a ringraziarci e ad abbracciarci a fine spettacolo. Ci siamo emozionati davanti alla loro partecipazione nel post spettacolo, con domande e curiosità che dimostravano tanto la loro attenzione quanto il loro interesse per la materia trattata. Quello che più ci ha colpito è il silenzio che da un certo punto dello spettacolo pervadeva l'aria. E' come respirare o trattenere il fiato tutti insieme. Davvero a volte siamo noi a ringraziare loro per le emozioni che ci regalano. Speriamo ancora di dar vita a questa magia.
Quanto pensi che sia importante informare ed aiutare i giovani, sempre più confusi dall'attuale società, al rispetto, all'educazione sentimentale ed anche sessuale? Il teatro può essere uno strumento artistico con una forte valenza sociale tale da sensibilizzarli su più fronti?
E' necessario informare e aiutare a capire.Tu stessa l'hai detto: il teatro può essere uno strumento capace di sensibilizzare lo spettatore e l'esperienza vissuta ci ha dimostrato l'enorme potenziale che il teatro ha ancora. Se riesce a toccare il cuore dello spettatore, ha davvero un potere trasformante. L'attore stesso diviene il tramite per un messaggio che trascende la sua persona. E' pur vedere che questo lavoro di informazione e sensibilizzazione va ricercato su più fronti, noi adulti spesso ci deresponsabilizziamo rispetto alle nuove generazioni, le rimproveriamo di essere apatiche, disinteressate, svogliate, poco sensibili, ma siamo i primi ad abbandonarli e non dobbiamo farlo.
Qual'è il messaggio che senti di dare come incoraggiamento alle tante donne che subiscono qualsiasi forma di violenza, affinché non si trovino a vivere una tragedia od un'infelicità perenne.
Non conosco così bene la legge, ne ho l'esperienza o gli strumenti necessari per poter affrontare queste situazioni che, fortunatamente, ho vissuto solo nella finzione. Però, affrontando la questione, posso dire che abbiamo conosciuto personalmente persone e realtà importanti che affrontando questo incubo ogni giorno, ogni giorno con grande coraggio si battono per sottrarre povere donne dalle mani dei loro aguzzini. Esisto centri di accoglienza, centri antiviolenza, associazioni di donne a tutela delle donne. Esistono case rifugio, ovvero appartamenti segreti gestiti dagli stessi centri che, nei casi più delicati, possono concretamente aiutare le vittime di violenza a sparire dalla vita dei loro persecutori. Ci sono davvero tante persone in gamba che quotidianamente lottano per un mondo migliore. Personalmente mi reputo umana e non indifferente al problema.
Tutto quello che posso e possiamo fare è parlarne e sensibilizzare, nel nostro caso, attraverso il teatro.
Grazie mille Venusia, spero di poterti rivedere presto sul palco con Edera Velenosa, soprattutto davanti agli studenti, e magari mi piacerebbe riascoltare tanti altri loro commenti, ricordo ancora con emozione quel ragazzo di Ancona che a fine spettacolo, evidentemente commosso, disse "Dopo aver visto mio padre picchiare mia madre, io so che non diventero' mai come lui."




di Maria Teresa Virgili


Questa è un'intervista pubblicata il 28-04-2020 alle 11:37 sul giornale del 29 aprile 2020 - 731 letture

In questo articolo si parla di attualità, intervista, violenza alle donne, Maria Teresa Virgili, Venusia Zampaloni

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