Porto San Giorgio: Il punto di vista del filosofo Cesare Catà sulla vita ai tempi del coronavirus.

4' di lettura 24/04/2020 - Sempre, ma ancor di più in questo momento, è importante essere uniti e solidali gli uni con gli altri.

Cesare Catà, filosofo e performer teatrale, è autore di vari saggi di filosofia e letteratura, di traduzioni, di testi drammatici, e del libro di racconti “Efemeridi, storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori” e si esibisce assiduamente con monologhi e lezioni-spettacolo sia in teatro che in luoghi inusuali come pub, boschi, ristoranti e spiagge, intrecciando il teatro di narrazione con la divulgazione filosofico-letteraria e l’ironia del cabaret.
Studioso e appassionato specialista di Shakespeare, nel 2015 ha dato vita a “Magical Afternoon”, un format di lezioni-spettacolo con cui ha presentato numerosissime date dal vivo negli ultimi anni.
Pertanto con questa chiacchierata vorrei avere un suo parere su questo lockdown.

Caro Cesare, cosa pensi e come vivi questo momento drammatico, anche in virtù di un fermo della tua attività lavorativa, anche sé a parer di molti, chi segue questo percorso, sembra si diverta soltanto, ed anche su questo ultimo punto, vorrei sapere la tua opinione.
"Credo che la categoria necessaria per parlare di questo momento storico sia la categoria della tragedia. Non lo dico in senso catastrofista o pessimista, cerco solo di capire"
Secondo te qual'è l'angoscia che maggiormente colpisce gli italiani in questo periodo, e tu la vivi?
"La mancanza di futuro, in primo luogo. La mente umana è strutturata in termini di progettualità. Se tutto diviene impossibile,se non sotto l'allarme continuo, necessariamente il soggetto ne esce distrutto. In secondo luogo, e correlatamente, la mancanza di socialità- necessaria attualmente, ed è finanche sciocco porre in discussione la cosa-è direttamente connessa con lo svuotamento di ogni felicità e serenità. Io purtroppo, per come sono fatto (male), vivo tutto ciò in maniera amplificata"
Pensi che l'arte possa essere un incoraggiamento, ovvero un modo per sopportare meglio tutto questo, ed hai qualche suggerimento su come affrontarlo meglio?
"No. Non sta all'arte, in questo momento, dare incoraggiamenti o speranze. Il compito dell'arte non è mai stato quello di consolare o fornire palliativi. Questo è piuttosto il compito della politica e della scienza medica. L'arte semmai può dirci ciò che distingue il vivere dal sopravvivere"
Vedo che stai trasmettendo on line, letture e lezioni spettacolo, come prevale in questa quarantena da molti artisti, pensi che la tecnologia virtuale, se abusata, possa condizionare negativamente gli intrattenimenti dal vivo o addirittura arrivare a sostituirli?
"No, non credo. Il digitale può essere utile per molti aspetti ed è un supporto importante su tantissimi livelli. Ma non è, non potrà mai essere sostitutivo di ciò che accade in presenza. Attualmente viviamo una condizione detentiva necessaria che ci obbliga a fare un largo uso della rete. Ma attenzione a credere che ciò possa in qualche modo supplire alla realtà. Se la vita diventa un'appendice astratta del digitale, e non viceversa, come sta accadendo ora, abbiamo già perso la vita. Vi sono cose che, semplicemente, non possono essere sic et simpliciter tradotte online per loro stessa natura: per esempio, il teatro; per esempio, l'insegnamento."
Nel ringraziarti di questo tuo contributo, concludo col chiederti un passo di letteratura che possa essere collegato a questa terribile pandemia, e di conseguenza auspicio o presa di coscienza per la popolazione mondiale.
"Non saprei. Posso solo dire che mai, in tutta la mia vita, leggere, la grande gioia della mia vita, mi è stato innaturale come in questi giorni. Perché l'allarme continuo della mente non è compatibile con la lettura. La lettura non è evasione dal reale, è immersione nelle trame della vita. Non si chieda alla letteratura, oggi, di inibire il soggetto per non percepire lo strazio (vi sono già vari mezzi preposti in tal senso). Piuttosto, si trovino progetti affinché la letteratura, l'arte, e quella che un poeta di nome Vinicius de Moraes chiamava "l'arte dell'incontro", siano presto cose concepibili. Allora potremo tornare a leggere, a danzare e a baciare. Perché ciò sia possibile, dobbiamo, credo, essere tutti molto uniti, molto forti, molti solidali gli uni con gli altri e trovare una speranza comune. Non siamo mai stati così soli come in questi giorni di tragedia eppure, mai siamo stati tutti così uniti nella medesima situazione, quasi a ricordarci la fratellanza originaria"




di Maria Teresa Virgili


Questa è un'intervista pubblicata il 24-04-2020 alle 12:09 sul giornale del 25 aprile 2020 - 1366 letture

In questo articolo si parla di cultura, intervista, Cesare Catà, filosofi, Maria Teresa Virgili

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