La qualità batte la delocalizzazione. Il caso di Mogliano

3' di lettura 23/04/2020 - Finita la pandemia, economisti e sociologi dovrebbero recarsi a Mogliano. Per capire quello che è accaduto alla delocalizzazione. In questo comune, un tempo capitale dell'intreccio di vimine, le Grandi Firme della moda avevano scelto di spostare le lavorazioni in Estremo Oriente, e gli artigiani a Mogliano stavano scomparendo.

Qualcuno però ha tenuto duro. Come Augusto Corradini, oggi 65 enne. Lui è andato a bottega a 12 anni, ad imparare il mestiere da Pietro Cursi, artigiano dalle mani d'oro. A 14, Augusto già se la cavava bene. La curiosità per l'intreccio risaliva a suo nonno Augusto e a suo padre Bruno. Tornati dai campi, a sera o nella stagione d'inverno, intrecciavano il vimine per farne «canestre» per l'uva, «canestre» per l'oliva, recipienti per il trasporto del pranzo nelle campagne. Suo nonno e suo padre erano bravi a intrecciare protezioni per le damigiane e per le bottiglie. Una bottiglia d'olio che si rompesse era un problema economico serio. Figurarsi una damigiana! Usavano rami di salice essiccati: più grandi o più piccoli alla bisogna. Augusto ricorda anche la «crina»: una piccola cresta dove s'appoggiava la chioccia dando alla luce i pulcini.

Augusto ha imparato tutto questo, che però era un impegno a latere dei contadini. Lui, invece, ne ha fatto mestiere per vivere così come è capitato alla gran parte della popolazione di Mogliano. A metà anni Sessanta, con il passaggio dell'intreccio dal salice al vimine, inizia in paese una produzione diffusa di cestini per i bambini che vanno a scuola, di porta-cioccolatini, di porta-biancheria. Con l'importazione poi del vimine-Borgogna, la fantasia si sbizzarrisce: si realizzano poltroncine, tavolini, divanetti.

Le Grandi Firme, tipo Ferragamo, Gucci, Prada, Dolce & Gabbana, intuiscono che il tipo di intreccio che si fa a Mogliano può tornare molto utile alle loro borse. Mogliano le crea e le lavora, le Grandi Firme le confezionano e le piazzano sui mercati mondiali a prezzi molto interessanti.

«Però – racconta Augusto – così facendo eravamo diventati unicamente terzisti. Solo qualcuno di noi aveva fatto il salto da artigiano a imprenditore». Quando il sistema della delocalizzazione ha preso piede, gli artigiani di Mogliano sono stati falcidiati. Hanno resistito in pochi, neppure le dita di due mani.

Augusto ha avuto fortuna incrociando negli anni Novanta alcune aziende di Firenze che avevano bisogno dell'intreccio in cuoio. Chi sa lavorar di mano, può intrecciare salice, vimine e anche cuoio. Una salvezza. Poi, come sempre, coincidenza non casuale, Gianluca Maurizi, la cui famiglia era di origini artigiane, ha lanciato un progetto partendo dal genius loci: quello di mantenere una tradizione e trasmettere il mestiere ai più giovani casomai la situazione si fosse capovolta. È nata così la Scuola d'intreccio, con quattro artigiani impegnati a trasferire il loro saper fare: Maurizio Maurizi, Alfredo Astolfi, Tonino Nardi e Augusto Corradini che diventa presidente dell'associazione Càrteca.

Avevano visto lungo. Perché, le Grandi Firme hanno fatto marcia indietro. Sono tornate a commissionare lavori agli artigiani di Mogliano, unici nel garantire la qualità del prodotto. La Scuola intanto ha già sfornato i primi giovani addestrati, che già hanno trovato impiego. Esemplare!




Adolfo Leoni


Questo è un articolo pubblicato il 23-04-2020 alle 11:48 sul giornale del 24 aprile 2020 - 1884 letture

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