Se in Yemen ho lasciato lo spirito, in Egitto ho lasciato il cuore

11' di lettura 19/04/2020 - Intervista a Marco Soave

Marco Soave, insegnante e traduttore, si occupa di insegnamento dell’arabo e dell’inglese, di traduzione tecnico-scientifica e, parallelamente, mantiene viva la passione per la cultura arabo-musulmana nella sua complessa varietà. Ha conseguito la laurea magistrale all’Università Ca’ Foscari di Venezia in Sociolinguistica Araba e due master di specializzazione — uno in Traduzione dall’arabo all’italiano e l’altro in Interpretariato arabo-italiano-arabo — alla Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Vicenza. Ha conseguito inoltre l’abilitazione nazionale all’insegnamento per la classe di concorso AL24 (Lingua e civiltà araba) e l’abilitazione nazionale per il sostegno didattico agli alunni con disabilità (ADSS), entrambe per la scuola secondaria di II grado. Ha soggiornato in Yemen e in Egitto per lunghi periodi e ha tradotto in italiano, con Elisabetta Bartuli, il romanzo “Gli odori di Marie Claire” di Habib Selmi (Mesogea, 2013). Dal 2014 tiene corsi di Lingua e Civiltà Araba per tutti i livelli, oltre a Laboratori di Cultura Araba che spaziano dalla Spagna arabo-musulmana al contributo degli Arabi e dei musulmani allo sviluppo scientifico di tutta la civiltà umana, dal sufismo ai viaggiatori arabi nella storia. Nel 2016 ottiene la qualifica di Docente Certificato ILA (DC ILA) per formare gli interessati a sostenere l’esame di Certificazione della Lingua Araba — ILA presso il Centro Studi ILA di Milano (www.certificazionearabo.com), di cui è socio fondatore e membro del consiglio direttivo dal 2019. Oggi lavora per il MIUR nella scuola pubblica secondaria di II grado come insegnante per il sostegno agli studenti con disabilità e si interessa di bisogni educativi speciali (BES) e disturbi specifici dell’apprendimento (DSA). Parallelamente è docente universitario di arabo a contratto presso il CIELS - Scuola Superiore per Mediatori Linguistici di Milano.

1. Da cosa scaturisce il tuo interesse per la lingua araba?
La mia passione per la lingua araba nacque molti anni fa, quando scoprii che la mia nonna e la mia bisnonna paterne erano state mandate come colone a Bengasi, in Libia, da Mussolini. All'epoca la condizione sociale di partenza dei futuri coloni non era delle migliori sulla penisola, ma il loro status migliorava improvvisamente quando, in terra straniera, diventavano a loro volta i "padroni". Mia nonna ha dunque imparato l'arabo parlato in Libia già da piccola ma, una volta tornata in Italia, non solo non l'ha più utilizzato (soprattutto per 'cancellare' ogni traccia del suo passato da colona), ma non ha neanche mai voluto insegnarmi mezza parola! A quel punto, l'interesse di un adolescente curioso come me si è acceso inesorabilmente, fino a quando mi sono iscritto alla Facoltà di Lingue e Culture Eurasiatiche dell'Università Ca' Foscari di Venezia per studiare la lingua e la cultura araba. Dal canto suo, mia nonna non mi ha rivolto la parola per almeno un mese appena ha saputo della mia scelta: come avevo potuto farle un tale affronto? "Studiare la lingua dei 'domestici'?", mi diceva. Scoprii solo dopo molti anni che in realtà l'arabo era anche per lei la 'lingua del cuore' e che privarsene una volta tornata in Italia le era costato un grande dolore.

2. Quali sono gli aspetti della Cultura Araba che prediligi maggiormente?
La civiltà araba ha sempre esercitato su di me un grande fascino, soprattutto quel periodo che viene definito "l'epoca d'oro" della civiltà arabo-islamica (all'incirca dall'ottavo al tredicesimo secolo) in cui fiorirono alla corte di Bagdàd, del Cairo e di Cordova (ma non solo) le scienze e le discipline che noi in Europa avevamo abbandonato per rinchiuderci nelle maglie strette degli studi religiosi cristiani: la matematica, l'astronomia, la fisica, la medicina, la filosofia, la chimica, l'ottica... Gli arabi hanno raccolto l'eredità del sapere antico di matrice europea (già filtrato dai persiani), l'hanno confrontato con la sapienza indiana, persiana e cinese, e ne hanno poi restituito una versione di estrema preziosità culturale e scientifica. Quello che dico sempre a chi mi ascolta è che non saremmo quello che siamo oggi senza il grande lavoro di traduzione, conservazione, studio e rielaborazione compiuto dagli arabi nel periodo della pax islamica medievale sui testi che noi avevamo rifiutato e condannato all'oblio, e che sono stati reimmessi in circolazione in una versione rinnovata attraverso la Spagna araba. L'Umanesimo non ci sarebbe mai stato se avessimo conosciuto solo i testi riportati in Italia dai dotti bizantini in fuga da Costantinopoli, assediata e conquistata dai turchi.

3. Che ricordi hai delle esperienze in Yemen ed Egitto?
Lo Yemen è il Paese più bello del mondo... O almeno lo era. Ho visitato lo Yemen nel 2006, prima che diventasse terreno di scontro di una guerra sanguinosa. L'immagine che mi ero fatto del mondo arabo attraverso la lettura de "Le Mille e una Notte" l'ho ritrovata proprio in Yemen: un paesaggio al contempo verdeggiante e desertico, rigido e implacabile nel clima sia in montagna sia lungo il mare, ma sempre fiabesco ed 'esotico', nel senso più orientalistico del termine (con buona pace degli accademici). Sana'a è una città eterna al pari di Roma e Gerusalemme ed è stata magnificamente descritta da una cara amica, Elena Dacome, nel suo indimenticabile libro "Sana'a e la notte" (Poiesis). Se in Yemen ho lasciato lo spirito, in Egitto ho lasciato il cuore. L'Egitto, umm ed-dùnya, la 'madre del mondo', ma soprattutto Il Cairo, sono diventati la mia terra d'adozione. Lì ho avuto modo di trascorrere lunghi periodi della mia vita studiando sia l'arabo standard sia l'arabo colloquiale egiziano. Ho conosciuto persone meravigliose che fanno tutt'ora parte della mia vita, amici e amiche con cui ho condiviso momenti di grande felicità ma anche di grande dolore. Il Cairo ha sempre avuto su di me una potente attrazione, tanto che facevo fatica ad andarmene anche solo per fare una semplice gita nell'Alto Egitto per visitare l'infinita bellezza di Luxor, Assuan, Abu Simbel, ma soprattutto per riempirmi gli occhi dell'azzurro del Nilo che laggiù abbraccia l'isola di Elefantina.

4. In cosa consiste la Certificazione della Lingua Araba ILA?
La Certificazione della Lingua Araba ILA (www.certificazionearabo.com) è un progetto ambizioso e laborioso con cui alcuni amici ed io (costituitici nel Centro Studi ILA) vogliamo offrire una possibilità di certificare l'arabo standard conformemente ai criteri del Quadro Comune Europeo di Riferimento per la Conoscenza delle Lingue (QCER/CEFR) messo a punto dal Consiglio d'Europa. Per il momento stiamo lavorando alla certificazione delle competenze orali dei vari livelli (A1, A2, B1, B2, C1, C2) perché le riteniamo prioritarie nella contemporaneità che stiamo vivendo. Le nostre direttrici di sviluppo comprendono anche il lessico e le competenze scritte, ma non solo: stiamo lavorando anche a una sorpresa per tutti gli arabisti! Credo che sia davvero una bella sfida quella che abbiamo raccolto e che portiamo avanti: una sfida che richiede un grande impegno ma che ci dà anche grandi soddisfazioni, confermate da quanti hanno partecipato finora alle sessioni di esame di certificazione e dai nostri Docenti Certificati ILA. Per questi e molti altri motivi credo profondamente in ILA e ci tengo a dire che il nostro è un progetto in continua ridefinizione proprio per la complessità e l'eterogeneità del lavoro, ma anche in costante apertura al confronto con il panorama degli studi sull'arabo: lo dico per le persone che a volte ci attaccano e ci accusano in modo gratuito e diffamante sui vari social network e che boicottano l'enorme sforzo che stiamo facendo, invece di valutare una concreta possibilità di collaborazione.

5. Qual è il tuo ruolo nel gruppo di ricerca del Centro Studi ILA?
All’interno del gruppo di ricerca del Centro Studi ILA mi occupo della formazione e dell’aggiornamento dei Docenti Certificati ILA e dell’implementazione dei materiali di preparazione alla certificazione (sto curando un volume per il lessico e uno per le competenze scritte dell’A1) assieme alla mia amica e collega Nadia Rocchetti, che si occupa anche delle competenze orali. Oltre alla Presidente Jolanda Guardi, fanno parte del gruppo di ricerca anche Alice Sabatini, Gabriella Dugoni, Paolo Daniele Corda e Hocine Benchina. Ma non finisce qui: ILA è una realtà che si avvale della preziosa collaborazione di altri esperti di arabo (ma non solo) che ci aiutano nella realizzazione di questo sogno e che voglio anche qui ringraziare col cuore per il loro valido contributo.

6. Vi sono in Italia delle scuole di secondo grado in cui è possibile studiare l'arabo?
In Italia esistono ancora poche sparute scuole superiori in cui si può studiare l’arabo come lingua straniera e questa è una grande opportunità di arricchimento umano e culturale che non stiamo cogliendo: molti collegi dei docenti non hanno ancora compreso la reale potenzialità di ampliare l’offerta formativa dei loro istituti scolastici a quelle lingue considerate minoritarie (ma che in realtà nel mondo sono tra le prime come numero di parlanti) e continuano a dare l’assoluta precedenza alle canoniche quattro lingue “europee”. Pensiamo al nostro caso: l’arabo è la quinta lingua più parlata al mondo ed è la lingua ufficiale dei 22 Paesi della Lega Araba. È la madrelingua di più di 300 milioni di persone distribuite soprattutto in Asia e in Africa, ma oggi anche in Europa. È una lingua con una forte connotazione religiosa, in quanto lingua sacra dell’islàm, ma è anche una lingua che presenta una spiccata diglossia tra il parlato e lo scritto. La versione ‘di prestigio’ è il cosiddetto Modern Standard Arabic (MSA – Arabo Moderno Standard), una sorta di lingua franca sovranazionale che unifica sotto la sua egida tutti gli arabofoni. Questo non è ancora sufficiente?

7. Docente, interprete e traduttore. Qual è il ruolo a te più congeniale?
Non è facile scegliere tra quelle che da sempre sono le tre professioni dei miei sogni! Fare l’interprete per me significa mettere alla prova le mie abilità linguistiche orali in lingua straniera e combinarle con la capacità di padroneggiare una tecnica di lavoro assai specifica ed efficace. Tradurre, invece, per me significa andare a limare in modo sempre più perfezionato e ricercato la mia madrelingua, la cui cura è essenziale per un professionista di lingue straniere. Forse però il ruolo a me più congeniale è proprio quello di docente, perché quando insegno posso mettere insieme tutte le mie passioni.

8. Che cosa significa per te insegnare?
“Insegnare è un lavoro del cuore”, ho visto scritto un giorno d'estate di tanti anni fa su una calamita in un negozietto di gadget sulla Riviera romagnola. Da allora ho sempre cercato di approfondire la didattica e l'insegnamento fino a diventare docente abilitato MIUR per la classe di concorso AL24 (Lingua e Civiltà Araba). Insegnare per me oggi significa dare input umanamente, culturalmente e professionalmente significativi ai miei alunni, creando un clima di serenità che facilita l'intero processo. Insegnare è anche trasmettere la passione per i contenuti che sto cercando di veicolare, la gioia del sapere, l'umiltà del non sapere e la curiosità dello scoprire.

9. Perché hai scelto di conseguire l'abilitazione per il sostegno agli alunni con disabilità nella scuola pubblica?
L'abilitazione per il sostegno agli alunni con disabilità è stata una tappa fondamentale per la mia formazione come insegnante. È un arricchimento di prospettiva e di metodo attraverso il quale tutti i docenti dovrebbero passare, perché la glottodidattica (nel caso dei docenti di lingue) non è sufficiente. Lavorare sulle e con le difficoltà ti aiuta a prendere in considerazione contemporaneamente più variabili e a elaborare una serie di strategie che ti permettono di avvicinarti al principio per me fondamentale della didattica: l’inclusione. Inoltre, lavorare sulla partecipazione sociale e di apprendimento degli alunni con disabilità ti riporta a una dimensione umana che dà delle soddisfazioni impagabili.

10. Qual è il tuo approccio con la didattica a distanza?
Trovo che la didattica a distanza sia uno strumento dalle enormi potenzialità se lo si sa usare a dovere e, soprattutto, se lo si integra con una didattica in presenza. Passato questo periodo, mi auguro che ciò avvenga e che si trovi un equilibrio tra i due mondi. Una cosa importante questo momento ce la sta insegnando: l'accesso a internet deve essere un diritto garantito a tutti.

11. Qual è il tuo motto?
In questo momento della vita mi guida la frase del grande Nagib Mahfuz, primo intellettuale arabo a ricevere il Premio Nobel per la Letteratura nel 1988: “Casa non è dove sei nato. Casa è dove tutti i tuoi tentativi di fuga cessano.”


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 19-04-2020 alle 10:19 sul giornale del 20 aprile 2020 - 777 letture

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