EDITORIALE. Cercansi nuova politica e politici nuovi. La mobilitazione necessaria

5' di lettura 19/04/2020 - C'è una cosa che non torna al tempo del virus. I ragazzi non potranno andare a scuola prima di settembre prossimo e le scuole dovranno essere riorganizzate. Gli chalet dovranno attrezzarsi al meglio per poter riaprire i bagni estivi. I commercianti dovranno disciplinare le file dei clienti. Gli imprenditori dovranno sistemare spazi ampi per i dipendenti e fornire loro adeguate protezioni. I parroci dovranno sistemare i fedeli debitamente staccati gli uni dagli altri. Le famiglie dovranno cavarsela con i propri figli ristretti a metà in casa...

C'è una cosa che non torna al tempo del virus. I ragazzi non potranno andare a scuola prima di settembre prossimo e le scuole dovranno essere riorganizzate. Gli chalet dovranno attrezzarsi al meglio per poter riaprire i bagni estivi. I commercianti dovranno disciplinare le file dei clienti. Gli imprenditori dovranno sistemare spazi ampi per i dipendenti e fornire loro adeguate protezioni. I parroci dovranno sistemare i fedeli debitamente staccati gli uni dagli altri. Le famiglie dovranno cavarsela con i propri figli ristretti a metà in casa...

Gli psicologi parlano di una metamorfosi della mentalità, i sociologi dicono di costumi ormai mutati, gli economisti, che non ne azzeccano una, discutono intorno a una crisi irreversibile del sistema capitalistico. Insomma, tutto cambierà... cambierà il sistema scolastico, il turismo, il commercio, il fare impresa, l'andare a messa, l'economia, la finanza. Una sola cosa sembra immutabile, ibernata, intoccabile. Una sola cosa sembra non voler cambiare: la politica, che è sempre la stessa; i politici che sono sempre gli stessi, con la stessa acrimonia fratricida tra di loro e le esternazioni che sono slogan e non idee o progetti, mantra mandati a memoria e ripetuti all'infinito.

Questa politica e questi politici – ora è molto più chiaro di prima perché il re è stato denudato dal virus - è come se vivessero un'altra dimensione. Una dimensione staccata anni luce dalla vita quotidiana della gente, dalla concretezza; staccata dai problemi d'ogni giorno, dalle speranze e dalle delusioni, dalle durezze e dalle gioie.

Le dirette televisive da cinegiornale Istituto Luce non accorciano la distanza, servono solo a “nazionalizzare le masse”, sono solo operazioni da grande fratello che non comunicano nulla se non il volto di chi parla. Ci sono ormai due italie (quella criminale, che è la terza, non la prendo in considerazione ora): l'Italia della lite continua, dell'indecisione nelle scelte, dello scarica barile tra commissioni pletoriche e bloccanti l'un l'altra; e c'è l'Italia che lavora - quando la si lascia lavorare -, paga le tasse al socio occulto chiamato stato che partecipa solo agli incassi mai alle perdite, tira avanti sputando sangue, supplisce alle carenze con un plus di auto determinazione, etc. etc.

Non può andare avanti così con una casta – tutta la casta politica – autoreferenziale. Qualcosa dovrà pur accadere. C'è urgenza di nuova politica e di nuovi politici non allevati però nei salotti dei signori del potere o del contro potere. C'è urgenza di gente venuta su dal popolo e che conosca i problemi del popolo, del lavoro, delle imprese, dell'agricoltura. Ma, soprattutto abbia una cinghia di trasmissione con questi mondi.

Raccogliendo interviste dai maggiori imprenditori delle Marche sud, quelli che fanno girare buona parte della nostra economia, e che definiscono i politici eufemisticamente inadeguati e disattenti, mi sono convinto che le imprese non chiedono il pupazzetto di turno a loro servizio né il soldatino di piombo alle loro dipendenze. Chiedono uomini/donne che sappiano metter mano ai problemi e risolverli rapidamente. Come l'alta velocità, che non abbiamo nel centro sud delle Marche; come la fibra, che non è arrivata determinando l'impossibilità di un lavoro da casa; come l'aeroporto di Falconara, che poco o nulla risponde alle esigenze delle imprese; come la sanità, sempre più concentrata nei grandi ospedali senza badare alle risorse che potrebbero scaturire dai piccoli nosocomi; come il turismo, di cui si fatica a capire strategie comunicative e infrastrutture a sostegno; come l'artigianato, abbandonato a sé, quando invece sarebbe carta vincente; come l'agricoltura, che vede sempre più giovani avvicinarvisi ma ad una condizione: basta burocrazia; come gli enti pubblici, sentiti come tanti vampiri, vessatori e nemici del lavoro invece che alleati della gente che tira; come la montagna, che non basta un parco a nomina politica per il suo sviluppo.

Esattamente dieci anni fa: 2010, - una vicenda che ho già raccontato – Diego Della Valle, invitato a Fermo per i 125 anni de Il Resto del Carlino, disse chiaramente che saremmo stati investiti da un terribile tsunami economico-finanziario e che, per farvi fronte, era necessario un incontro e un confronto tra imprenditori, associazioni, sindacati, forze politiche per disegnare una strategia comune. Era un invito in primo luogo alla Regione perché si muovesse. Non accadde nulla.

E, allora, oggi, dinanzi ad un altro e forse peggiore tsunami, sarà bene far da sé: mettere insieme quelle forze produttive e culturali, e quegli imprenditori lungimiranti, per avviare un progetto di nuovo sviluppo in proprio, che potrebbe essere sposato politicamente da chi se la sente, da chi si reputa capace e, soprattutto, da chi è portatore di una sensibilità popolare.

Mi torna in mente l'unico caso in cui la casta stette zitta, ascoltò e non attivò i cellulari. Era sempre il 2010, a Servigliano il sindaco Marinozzi chiamò a raccolta una serie di imprenditori, tra cui Enrico Bracalente, che denunciarono le loro preoccupazioni ed enunciarono i loro bisogni dinanzi a rappresentanti politici regionali e nazionali. Credo che sia stato un caso unico di non vetrina, di non passerelle.

E credo che la politica sia proprio questo: ascoltare la gente, incontrala, appuntarsi le proposte, trasformarle poi in azione di governance. Il resto è solo teatrino e attenzione a se stessi, per mantenere un posto caldo nelle istituzioni. Dicono che a Bisanzio, mentre tutto intorno cadeva, si discutesse degli angeli che magari era anche un bel tema. Neppure di questo si discute oggi.




Adolfo Leoni


Questo è un editoriale pubblicato il 19-04-2020 alle 12:11 sul giornale del 20 aprile 2020 - 397 letture

In questo articolo si parla di politica, editoriale, imprenditori, ascolto, adolfo leoni

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