Le imprecisioni del cuore: intervista a Davide Misiano

8' di lettura 03/04/2020 - “Occorrono troppe vite per farne una.”
Eugenio Montale

Davide Misiano è professore di Italiano e Latino presso il Liceo Croce-Aleramo di Roma. Laureato in lettere classiche e Dottore di ricerca in Filologia Classica, ha coltivato sempre parallelamente la passione per la musica. Studia canto fin da bambino, partendo dal pop per poi contaminare la sua formazione vocale fino a toccare il jazz, la musica etnica, il Musical Theatre. Da sempre alla ricerca di parole “nuove”, concilia la sua formazione culturale di matrice classica con l’attrazione per il suono, intrecciando così la ricerca musicale con l’attività letteraria e il lavoro in campo editoriale. Studia il cantautorato italiano, che rappresenta per lui un modello a cui ispirarsi, ma si orienta verso le forme di un’espressione irriverente e sui generis. Dal 2019 tiene sui suoi canali una rubrica musicale e di intrattenimento, chiamata ESEGESI, in cui, senza mai rinunciare al suo bipolarismo (professore-cantautore), fornisce interpretazioni ironiche, surreali e spesso stranianti ai testi più discussi della musica pop italiana. La rubrica, destinata agli adolescenti fruitori della musica contemporanea, nasce dall'esigenza di avvicinare i giovani alle parole partendo proprio dalla musica che essi ascoltano. Da due anni è giudice del muro di All Together Now, programma di Canale 5 condotto da Michelle Hunziker con la partecipazione speciale di J-Ax. Dal 2020 giornalista musicale per la rivista web All Music Italia come curatore della rubrica TESTO & ConTESTO.

1. Tre aggettivi con cui ti descriveresti.
PENSOSO, MUTEVOLE, PATERNO.

2. Come nasce la tua passione per la musica?
È legata a mio padre, un uomo che ha segnato la mia esistenza con i suoi rumorosi silenzi. Lo sentivo spesso fischiettare o cantare "Dice che era un bell'uomo e veniva, veniva dal mare". Allora ho scoperto che un suono può scoperchiare un pensiero e che spezzare il vuoto con una nota può aggiungere un senso a questa nostra presenza che troppo spesso non capiamo. Così ho cominciato a studiare forsennatamente canto. Volevo che la mia voce potesse tutto. Solo quando è subentrata la scrittura, ho capito che raggiungiamo il centro se impariamo a togliere, a depurare la nostra musica dagli orpelli che aggiungiamo per camuffare l’imprecisione del nostro cuore. Ho capito che la musica nasce dalle imprecisioni del nostro cuore e che con la musica impariamo persino a perdonarle.

3. Quali sono i tuoi miti musicali e letterari?
Come potrai ben intuire, Lucio Dalla è per me l’Artista: colui che ha raggiunto la sintesi tra parola e vocalità, tra urgenza di dire e ambizione a urlare. Da vero bipolare, ho poi amato le voci virtuose (Stevie Wonder in primis) tanto quanto i cantastorie dalla voce ferita (De Andrè, Tenco) e i poeti della musica (Battiato, Fossati, De Gregori). Ma sono onnivoro e amo conoscere, grazie anche ai miei alunni e alle opportunità che mi offre il lavoro per la rivista All Music Italia, i linguaggi contemporanei. Non manco di frequentare l’Indie (mi affascina la scrittura di Fulminacci, ad esempio) e persino il tanto discusso rap (amo la penna di Rancore). In linea di principio, per me, la canzone e la parola vengono prima dell’artista. È il criterio che adotto per evitare di appassionarmi in maniera incondizionata agli artisti, anche per assicurarmi la possibilità di valutare, con occhio scevro da preconcetti, i vari momenti della loro produzione. Alla stessa stregua, sul piano letterario, tendo a legarmi alle singole opere piuttosto che agli autori. Ma confesso di avere, in quest’ambito, alcuni miti cui guardo con religiosa ammirazione. Di uno di essi è responsabile mia madre: quando eravamo adolescenti riuniva spesso noi figli intorno a un tavolo e leggeva le poesie di Ungaretti. Non ho mai smesso di invidiare quella nudità della parola. Ma, cara mamma, crescendo, ho preferito Montale. Non me ne volere! Silvya Plath, tra i poeti stranieri del Novecento, è la penna che continua ad aprire degli squarci dentro di me e a cui ritorno periodicamente. Tra i prosatori ho un debole per il premio Nobel Saramago, il cui romanzo Cecità ha cambiato la mia “visione” del mondo. Non manco però di far riferimento ai classici: ad esempio l’Anna Karenina di Tolstoj è per me una delle opere-miracolo della letteratura mondiale e ancora oggi mi chiedo come un uomo possa essere stato in grado di scandagliare, senza mistificazioni o attenuazioni, la complessità dell’animo femminile.

4. Dove trovi l'ispirazione per le tue canzoni?
Dall’anomalia. Da una scarpa slacciata, da un ciuffo scomposto, da un errore impercettibile del pensiero o del linguaggio. Da quel piccolo dettaglio che esce dall’ordine delle cose. Da quella nota “storta” che esce dalla sinfonia della vita.

5. Come definiresti la tua musica?
Un divertissement. Un’occasione per guardare il mondo al contrario, per rovesciare la lente. Come ti dicevo, sono un tipo eccessivamente pensoso e ho bisogno della musica per sfuggire alla gabbia della mia razionalità. D’altronde, la musica ci regala la possibilità di vivere infinite vite, tutte legittime, tutte straordinariamente giuste. Perché la nostra vita non ci basta, non ci basta questo spazio stretto dove tutto sembra avere un unico nome.

6. Che insegnante sei?
Sono un insegnante che vuole ancora studiare. Per me la scuola è un’occasione per approfondire, non solo le mie conoscenze, ma il mio sentimento del mondo. Gli alunni aiutano tanto in questo, perché ti costringono a metterti in discussione, ti costringono a non invecchiare mentre il tempo fugge. Confesso, mi piace sovvertire gli schemi. Mi piace che la lezione sia un’occasione per misurare le categorie di pensiero, più che una esibizione ex cathedra. Uso tanto la musica perché credo sia l’unico linguaggio in grado di avvicinare delle generazioni che fanno fatica a dialogare. Non transigo sulla lingua italiana e pretendo molto, ma non dimentico che la prima cosa complessa da imparare, per questi ragazzi, è la vita.

7. Come stai affrontando questi giorni di quarantena?
Come può affrontarla un ipocondriaco. Faccio spesso i conti con le mie fobie, ma le eludo dedicandomi al lavoro, che mi aiuta a non essere inerte e a non sentirmi inutile. I ragazzi hanno bisogno di me, in questo momento. Leggo moltissimo, coltivo i miei progetti didattici sui canali social, commento Dante su Instagram, videochiamo i miei genitori che vivono in Calabria. Ma all’occorrenza mi fermo, mi chiudo in me stesso: tiro le somme su ciò che ho capito da questa esperienza e mi armo di rivoluzionarie intenzioni per il futuro. Mi auguro che lo facciano tutti.

8. Qual è la tua opinione in merito alla didattica a distanza?
È una grande sfida che non mi ha affatto impaurito. Una sfida necessaria peraltro, perché assicura ai nostri giovani un ancoraggio a quella normalità che ci è stata sottratta. Ho solo il timore che si commetta lo sbaglio di replicare a distanza le stesse modalità di scuola cui siamo abituati e con la stessa, talvolta feroce, intensità: spiegazioni, interrogazioni, compiti, programmi. È questo il momento, a mio avviso, per ripensare a delle strategie efficaci, che avvicinino a noi questi giovani: ricreare la classe è fondamentale; ripristinare, sia pure tramite lo schermo, il contatto che ci è stato negato è la sfida più grande. Concepire delle attività che facciano loro interiorizzare questo momento che li destabilizza profondamente è il nostro dovere. Io ho scoperto un’intimità con i ragazzi che non mi aspettavo. Il martedì e il giovedì sera, con la IV B del Liceo Croce-Aleramo di Roma, ci diamo appuntamento in videoconferenza per leggere insieme un libro che i ragazzi hanno scelto. E stanno lì ad ascoltarmi leggere, poi commentano, poi si emozionano, poi si prendono in giro... La scuola!

9. Cosa vorresti dire ai giovani che leggeranno questa intervista?
Sforzatevi di conoscere il più possibile, perché così vi assicurerete la libertà. E partite dalle parole, che sono il mezzo attraverso cui prendiamo possesso del mondo. Imparatele, difendetele.

10. All Together Now: un'esperienza da ripetere?
È un’esperienza che auguro a tutti. Il muro è un ASSEMBRAMENTO SANO, autentico nelle sue dinamiche e pulito nelle sue intenzioni. Al centro è la musica con la sua capacità di legare le persone. Io, da prof, mi sono sentito a mio agio: per la prima volta non ho dovuto dare voti, ho solo espresso il mio apprezzamento alzandomi ogni qualvolta mi sono riconosciuto in una storia. Grazie a Endemol, agli autori e al regista Roberto Cenci per aver voluto Il Prof di Latino nella squadra.

11. Progetti futuri?
Vorrei trasformare il mio progetto social, “Esegesi”, in uno show itinerante: una forma composita di didattica e di spettacolo, che possa fornire ai giovani una chiave di lettura della contemporaneità tra il serio e il faceto. Come vedi, i giovani sono la mia priorità.

12. Qual è il tuo motto?
“Creo me stesso nelle parole che mi creano”: è una frase tratta da Deserto, il romanzo del sudafricano Coetzee. Quando l’ho letta, mi sono detto: “Sono io!”.

Per conoscerlo meglio: https://davidemisiano.com


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 03-04-2020 alle 18:26 sul giornale del 04 aprile 2020 - 740 letture

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