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Omar Barbieri: the good interpreter

11' di lettura
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di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it


L’interprete è un equilibrista che cerca di destreggiarsi in tutte le contingenze a suon di adrenalina.

Laureato in Interpretazione di Conferenza presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori (SSLiMIT) di Forlì, lavora dal 2011 come interprete di conferenza e traduttore specializzato freelance in Italia e all’estero. Dall’A.A. 2011/2012 all’A.A. 2015/2016, ha prestato servizio come docente contrattista di lingua francese presso l’Università degli Studi di Macerata. Dall’A.A. 2012/2013 all’A.A. 2015/2016, ha svolto attività di docenza di lingua tedesca presso la Scuola Superiore per Mediatori Linguistici (SSML) di Ancona. Negli A.A. 2011/2012 e 2012/2013, ha altresì prestato servizio come tutor di lingua francese presso la Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori (SSLiMIT) di Forlì. A partire dall’A.A. 2016/2017, lavora come docente a contratto di lingua tedesca presso il Dipartimento di Interpretazione e Traduzione (DIT) di Forlì. Svolge regolarmente incarichi di traduzione e interpretariato per conto dei Tribunali di Pesaro, Rimini e San Marino, ed è co-gestore di una cooperativa del riminese specializzata in servizi di traduzione, interpretariato e accompagnamento turisti. Dal 2011 al 2017, prioritariamente nel periodo estivo, ha prestato servizio come interprete di comunità presso i presidi ospedalieri di Rimini e Riccione. È socio AITI (Associazione Italiana Traduttori e Interpreti) per la regione Marche, socio TradInFo e membro del Consiglio Direttivo della rete Heidelberg Alumni International. Lingue di lavoro curriculari attive e passive: tedesco, francese e inglese.

1. Linguisti si nasce o si diventa?
Ottima domanda a cui è molto difficile dare una risposta. Lo stesso quesito è peraltro emerso nel corso di un seminario formativo dal titolo “Training for Trainers”, organizzato dalla Direzione Generale Interpretazione della Commissione europea di Bruxelles (SCIC) e a cui ho partecipato nel gennaio 2019 in qualità di rappresentante del Dipartimento di Interpretazione e Traduzione (DIT) di Forlì, Università degli Studi di Bologna. Il seminario si rivolgeva a formatori e docenti di interpretazione con tedesco come lingua di lavoro e restringeva il campo ai soli interpreti. È difficile determinare quanto siano innate le attitudini all’interpretazione. Sicuramente la ‘stoffa’, le doti personali e la predisposizione naturale rappresentano quel quid che fa la differenza. Tuttavia pare che il bagaglio culturale, il vissuto personale, la motivazione e il duro lavoro la facciano da padrone. Ciò che è certo è che ci sono soggetti che, essendo naturalmente più portati, sembrano riuscire più facilmente e più velocemente di altri.

2. Interprete e traduttore: due facce della stessa medaglia?
Soltanto in parte. Sono figure professionali molto distinte, con attitudini diverse, che operano in contesti differenti e sono poste di fronte a sfide tutt’altro che simili. La lingua, scritta od orale che sia, è l’elemento che accomuna i due profili, ma la routine di un interprete ha poco a che vedere con quella di un traduttore. Va nondimeno sottolineato che sono tanti gli interpreti che, di tanto in tanto, si cimentano anche in traduzioni scritte, mentre è molto più raro trovare un traduttore che accetti incarichi di interpretariato, eccezion fatta per le trattative commerciali.

3. Quale percorso formativo hai intrapreso per poter diventare interprete e traduttore?
Ho conseguito, presso la rinomata Scuola Superiore di Lingue Moderne per Interpreti e Traduttori (SSLiMIT) di Forlì, Università degli Studi di Bologna, sia la Laurea Triennale in Traduzione e Interpretazione di Trattativa (nell’A.A. 2007/2008), sia la Laurea Magistrale in Interpretazione di Conferenza (nell’A.A. 2009/2010). Tra l’ottobre 2007 e il marzo 2008, ho partecipato al programma di scambio Erasmus LLP in Germania, a Heidelberg, presso la Ruprecht-Karls-Universität. Ho sempre viaggiato molto tra Germania, Francia e Inghilterra per perfezionare la mia padronanza linguistica.

4. Quali sono i tuoi ferri del mestiere?
Passione, curiosità, ambizione, accuratezza, professionalità, cura del dettaglio. A distanza di dieci anni da quando ho intrapreso la professione di interprete, sono ancora in grado di emozionarmi ogni volta che accendo il microfono e vedo una sala gremita di gente che, grazie a un paio di cuffie in testa e alla mia voce, è in grado di seguire i lavori in corso d’opera. Non vi è nulla di più bello e affascinante che permettere l’interazione di mondi che non condividono lo stesso retroscena linguistico e culturale. Mediare, gettare ponti, facilitare la comunicazione, attingere dal proprio patrimonio lessicale e dalle proprie conoscenze nell’arco di qualche secondo, mantenere i nervi saldi anche di fronte a un oratore ostico, dall’accento poco chiaro, che enuclea e sviscera concetti molto complessi o lo fa in maniera criptica, nebulosa, difficilmente accessibile: l’interprete è un equilibrista che cerca di destreggiarsi in tutte le contingenze a suon di adrenalina.

5. Quale tra le due professioni senti più nelle tue corde?
Assolutamente quella di interprete. Non ho mai avuto dubbi. Tradurre non mi dispiace, ma confesso che spesso mi annoia. Sono una persona molto empatica e dinamica, alla continua ricerca di nuovi stimoli, nuove conoscenze, nuovi argomenti in cui cimentarmi e su cui prepararmi in un battibaleno. Mi piace immergermi nelle tematiche che vado a interpretare, adoro la comunicazione dinamica, rapida, quella che fluisce in modo veloce e funzionale, senza troppi se e troppi ma. Il traduttore è un professionista molto più incline alla riflessione. Non che l’interprete non lo faccia, ma durante una simultanea non c’è tempo per documentarsi oltre un certo limite: l’unica vera fonte da cui attingere sono le proprie conoscenze pregresse, tanto in termini lessicali, quanto in termini nozionistici, contenutistici.

6. Qual è la tua lingua del cuore?
Amo tutte le mie lingue di lavoro per motivi molto diversi tra loro, ma sono nato e lavoro prioritariamente come germanista. Del tedesco amo la precisione lessicale, il rigore sintattico, l’ampiezza semantica di ogni singolo vocabolo. Del francese adoro i suoni, il bello stile, la sua ortografia complessa, i dettati. Dell’inglese amo la chiarezza dell’eloquio, la pronuncia britannica, la concretezza nell’esprimere i concetti. Per questo motivo, oltre a lavorare nelle combinazioni classiche (italiano-tedesco, italiano- francese, italiano-inglese), nel corso degli anni ho iniziato a incrociare le varie lingue in simultanea, consecutiva e trattativa, interpretando tra tedesco e francese, tedesco e inglese, nonché inglese e francese, senza passare per la mia lingua madre.

7. Quali sono pro e contro del tuo lavoro?
Non riesco a vedere grandi contro, se non la difficoltà a sensibilizzare alcuni clienti al fatto che, per offrire un servizio qualitativamente ineccepibile, è necessario mettere gli interpreti nelle condizioni di poter lavorare a regola d’arte, il che significa tantissime cose che spesso vengono ignorate dai clienti: prevedere la presenza di un secondo professionista per incarichi di durata superiore ai 30/40 minuti in cabina, mettere a disposizione degli interpreti tutti i materiali che potrebbero rivelarsi utili alla loro preparazione terminologica e contenutistica preliminare, allestire una postazione di lavoro in cui l’interprete abbia una buona visibilità sulla sala, dotarsi della strumentazione adeguata consultando preliminarmente un interprete per sapere quale sia la tecnica migliore da utilizzare e quale l’attrezzatura più consona, adottare un eloquio fruibile e comprensibile, prevedere un momento di briefing o confronto tra i relatori e gli interpreti. Tutto il resto è fatto da pro.

8. Quali sono gli insegnamenti che cerchi di infondere ai tuoi studenti?
Ai miei studenti cerco di insegnare a diventare dei veri professionisti, consapevoli sin dai banchi di Università delle sfide che li attendono al di fuori di quelle quattro mura più o meno protette. A ciascuno di loro cerco di infondere la curiosità intellettuale, la voglia di porsi domande, di informarsi sul mondo in cui vivono, di pensare alla professione di interprete in maniera olistica. Cerco di insegnare loro a capire che gli aspetti extra- e paraverbali sono tanto rilevanti e determinanti quanto le parole che escono dalla loro bocca, ad acquisire la consapevolezza del loro ruolo, a essere precisi, puliti nell’eloquio, curati nello stile e nel vestiario, gentili, cordiali e flessibili, ma al contempo determinati, esigenti e attenti a ogni singolo aspetto del setting in cui si troveranno a operare. Le mie lezioni sono sempre corredate di approfondimenti sull’etica e sulla deontologia di interpreti e traduttori alle prese con un mercato in costante evoluzione. Non sono un docente semplice, lo so, ma a distanza di anni ricevo ancora commoventi dimostrazioni di stima e affetto da parte di chi è passato sotto le mie forche caudine.

9. Università di Mediazione Linguistica e mondo del lavoro: quali prospettive?
Tante prospettive, grazie alla sua impostazione pratica e pragmatica. Occorre però prevedere una specializzazione per poter svolgere la professione di interprete di conferenza o traduttore specializzato. Una Laurea Triennale non fornisce elementi sufficienti per poter offrire un servizio professionale a livelli che vadano oltre la trattativa commerciale o la gestione della corrispondenza in lingua con aziende partner straniere.

10. Ritieni di aver investito in un’occupazione remunerativa?
Sì, certo. Quello dell’interprete è senza alcun dubbio un lavoro ben retribuito, ma tiene conto anche di tutta la preparazione preliminare che egli è tenuto a svolgere per poter offrire un servizio di qualità. Non dimentichiamo poi le incombenze tributarie a cui siamo soggetti noi liberi professionisti, alias le tasse che dobbiamo versare su ogni singola fattura emessa. E poi, come dico sempre agli studenti, noi valiamo i soldi che chiediamo. Una volta che ci si inserisce nel sottobosco tariffario, oltre a fare dumping nei confronti dei colleghi si finisce per rovinare se stessi e la propria reputazione subirà un rapido tracollo nell’arco di qualche anno. Gli inglesi lo esprimono molto bene: If you pay peanuts, you get monkeys. Sono bravo? Beh, allora devo pretendere di essere ben pagato per ciò che faccio bene. Al pari di un bravo medico, avvocato, ingegnere o professionista di qualsivoglia natura.

11. Hai mai pensato di trasferirti all’estero? Se sì, dove?
Tante volte. La mia prima scelta è sempre stata la Germania, Paese che adoro da ogni punto di vista. Ma non è facile tagliare quel cordone ombelicale che unisce gli italiani all’Italia. Nonostante adori viaggiare anche per lavoro, ho deciso di avviare la mia attività in Italia e, malgrado la congiuntura altalenante del Belpaese, devo dire di non essermene mai pentito per tutto l’amore che nutro per l’Italia.

12. Un bilancio del 2019?
Un bellissimo anno dal punto di vista professionale: tanti interpretariati nei settori più disparati, tanti nuovi colleghi e ottimi compagni di cabina, tante soddisfazioni e innumerevoli feedback positivi ricevuti dai miei clienti e dalle agenzie con cui collaboro. Credo di aver fatto il giro del mondo almeno dieci volte sommando tutte le mie trasferte di lavoro di quest’anno, ma ogni viaggio e ogni incarico di interpretariato sono stati fonte di grande arricchimento. Il tutto accompagnato da ore e ore trascorse in aula, con tanti studenti da formare e motivare, giorno dopo giorno, alla scoperta di quella che reputo una delle professioni più arricchenti e avvincenti che esistano. La docenza è sempre stata parte integrante della mia attività professionale e vedere crescere aspiranti interpreti affinché raggiungano i traguardi auspicati mi riempie della medesima gioia che provo a conclusione di una giornata di interpretariato ben fatta.

13. Cosa auspichi per il 2020?
Un anno simile a quello appena conclusosi, ricco di sfide e nuovi campi dello scibile da sviscerare grazie all’affidamento di nuovi incarichi di interpretariato, docenza e traduzione. Ho poi un sogno professionale che serbo gelosamente nel cassetto, ma in merito al quale preferisco non esprimermi per il momento. Come si dice in tedesco: Abwarten und Tee trinken. Chi vivrà, vedrà.

14. Qual è il tuo motto?
Francamente, non ho un vero e proprio motto. Ci sono però tanti professori che hanno funto da guide intellettuali e hanno costellato il mio percorso accademico. Sono stati dei maîtres à penser, ed è a loro che devo molto di ciò che sono oggi. Sono loro ad aver forgiato e plasmato la mia personalità in quanto interprete nel corso delle lezioni impartite. Se dovessi riassumere in un motto i consigli che quotidianamente condivido con i miei studenti, forse direi: “Siate curiosi, amate il sapere, esploratene i meandri in ogni lingua di lavoro e alzatevi ogni giorno con la voglia di imparare qualcosa in più di ciò che sapevate il giorno precedente”. Per essere dei bravi interpreti bisogna amare ogni campo dello scibile umano.





Questo è un articolo pubblicato il 26-01-2020 alle 12:34 sul giornale del 27 gennaio 2020 - 4896 letture