ARTIGIANI VERI: Chi li forma?

3' di lettura 23/01/2020 - Per rispondere alla domanda, andiamo in una di quelle scuole che ancora lo fanno. Per coglierne la qualità e l'essenza. Centro professionale Artigianelli: il portone dell'edificio che si trova in pieno centro storico a Fermo è sempre aperto. Entro e salgo le scale. C'è ordine e pulizia: le prime cose che noto. Gli studenti salutano. Mi hanno scambiato per un prof. È già tanto.

Mi attraggono due scritte al muro. Una frase di san Francesco recita: «Chi lavora con le mani è un lavoratore, chi lavora con le mani e la testa è un artigiano, chi lavora con le mani la testa e il cuore è un artista». Di Peguy, si riportano le parole sull'onore del lavoro artigianale.

Campeggiano anche poster con Charlie Chaplin sospeso sugli ingranaggi delle macchine, che sembrano denti di coccodrillo. Un avviso per tutti: La scuola non è un parcheggio! Come dire: Qui non si perde tempo.

«Un parcheggio proprio no» mi conferma il direttore padre Sante Pessot. La sua scrivania è posizionata sotto a una grande immagine di don Ernesto Ricci. È con il «don Bosco di Fermo» che ebbe inizio la storia degli Artigianelli: da luogo d'accoglienza a convitto a scuola d'arte e mestieri a Centro professionale riconosciuto dal Ministero. Tutt'uno. Correva l'anno 1946, i primi corsi avviati riguardavano la calzatura, la meccanica-saldatura, la sartoria, la falegnameria e la tipografia. Per la tipografia, l'arcivescovo di allora, Norberto Perini, aveva chiesto ai suoi amici lombardi i macchinari più all'avanguardia. Don Ricci invitava ad insegnare gli «artigiani per far crescere nuovi artigiani». Da quel tempo ad oggi, il Centro professionale ne ha diplomati oltre 3500. Quest'anno, gli studenti sono 150, con 25 insegnanti. Tre i corsi: Operatore energetico, Operatore delle calzature, con un'attenzione al design, tecnica e accessori di moda, e Operatore per la riparazione dei veicoli a motore. Previsto anche un corso per Panificatori.

Mi piace il giudizio che dà padre Pessot: «Il mondo del lavoro, ma il mondo in genere, è diventato molto complesso. Quello che i ragazzi imparano oggi, nel mestiere servirà per qualche tempo, poi occorrerà altro studio. C'è una trasformazione continua che ha bisogno di continuo adeguamento». Per cui «occorre dare competenze ai giovani e, alla stessa maniera, averne una cura educativa. Occorre cioè attrezzarli mentalmente alle trasformazioni: questa è la vera sfida». Il Centro professionale punta sempre sulla manualità accanto alla quale fa crescere però anche le competenze nei nuovi campi del digitale.

Due le caratteristiche, allora: scuola intesa come laboratorio di esperienze, e crescita del senso di comunità, «perché le relazioni e la collaborazione sono il bene più prezioso». Comunità tra ragazzi, tra ragazzi e insegnanti, e tra ragazzi, insegnanti e imprenditori. Un corpo organico, dove l'altro è una risorsa, e dove nascono nuove idee. «Il confronto – dice il direttore – è necessario». Confronto con altre scuole simili, anche all'estero, e confronto con gli imprenditori, tra cui Enrico Bracalente, che hanno uno sguardo attento al futuro, indicano dove sta andando la società e cosa essa chieda.

E i risultati? «L'85% dei nostri ragazzi, - spiega il sacerdote - finiti i corsi, sono assunti o si mettono in proprio». Un bel traguardo.




Adolfo Leoni


Questo è un comunicato stampa pubblicato il 23-01-2020 alle 09:50 sul giornale del 24 gennaio 2020 - 512 letture

In questo articolo si parla di scuola, cultura, lavoro, artigiani, adolfo leoni, artigianelli, comunicato stampa

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.biz/bfoc