I Cappuccini diminuiscono. Sono sotto quota cento nelle Marche

3' di lettura 19/01/2020 - I frati Cappuccini hanno sempre camminato. Sandali e piedi nudi, saio marrone e cappuccio tutt'uno con l'abito povero. Ne scrisse Gioberti, di più Manzoni, dipingendo il buon e semplice fra Galdino, raccoglitore di noci, e l'austero e amoroso padre Cristoforo, gran peccatore e gran pentito.

Sono i pensieri dell'odierno cammino sulle orme della terza famiglia francescana.
Prima tappa, il colle Vissiano di Fermo: l'insediamento originario. Poi, popolo e notabili vollero i Cappuccini nel cuore della città: al Girfalco. Seconda tappa e seconda casa. Napoleone li cacciò e i buoni frati si trasferirono, non tutti, terza tappa, presso la chiesa di Ognissanti.
Da quell'edificio si staccarono per l'attuale sede in contrada Carcera. Lasciatala per qualche tempo, dopo l'occupazione Savoiarda, vi tornarono definitivamente nel 1878. Quarta ed ultima tappa. È lì che incontro padre Fabio, il guardiano, e padre Umberto, il cercatore.
Padre Fabio sta leggendo in uno studiolo. Mi accoglie con un largo sorriso. Primo atto: le foto. Raccontano due secoli di storia: dalla ristrutturazione del convento ai seminaristi della scuola interna (tanti, capello corto, giochi innocenti nel cortile), dall'immagine dei campi che circondavano l'edificio alla vecchia chiesa prima dei rimaneggiamenti. Due articoli su carta telata narrano la prima costruzione terminata nel 1855.
Attraversiamo i quattro corridoi del quadrato intorno al cortile con pozzo al centro. Alle pareti le immagini dei frati qui vissuti. Il nuovo braccio che fu costruito nel 1934 ospitava seminaristi e insegnanti come padre Bernardo da Capannori, ottimo filosofo, ma in odore di modernismo per il legame con Rosmini. Costretto ad andarsene, i suoi studi e documenti vennero bruciati, se non sul rogo sicuramente nella stufa. Altri tempi.
Oggi il convento ospita, oltre alla sua, anche la biblioteca del convento di Ancona, ormai chiuso.
I Cappuccini diminuiscono. Sono sotto quota cento nelle Marche. Che si fa? Pongo la domanda a Padre Fabio. «Facciamo quel che possiamo, per quello che non possiamo preghiamo». Torna il Manzoni con «La c'è la Provvidenza». Il refettorio ha tre stanze divise da separé. Un tempo ci desinavano in cento. Oggi solo sei padri: Fabio, Umberto, Sergio, che è il ministro provinciale, Lorenzo, Ferdinando e Maurizio, con i suoi 95 arzilli anni. Arrivano profumi dalla cucina. Qualche ortaggio proviene dall'orto.
Il convento dispone anche di un boschetto. Continuiamo il giro. Mi sorprende la prima edizione del Salterio del Concilio di Trento. Noto un'immagine di Pio V, che volle due cappuccini sulle navi pontificie nello scontro di Lepanto, dove «fu la fede a vincere». Sempre a parete, spicca una riproduzione del cardinale Filippo de Angelis, inviso ai Savoia di ieri e ancora ai massoni di oggi. Siamo ora nella spartana chiesa.
Sopra l'altar maggiore campeggia Il martirio di san Lorenzo, tela proveniente dal convento del Girfalco. Il paliotto sottostante è di pagliuzze colorate con al centro lo stemma francescano. La cappella laterale è intitolata a fra Marcellino da Capradosso. I Cappuccini di Fermo l'ebbero confratello, e farebbero di tutto purché diventi santo. Padre Umberto è suo gran tifoso.




Adolfo Leoni


Questo è un articolo pubblicato il 19-01-2020 alle 10:31 sul giornale del 20 gennaio 2020 - 1425 letture

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