Fermo: “Immagini & Colori in Oncologia”, una sala d’attesa dove regna la bellezza e la speranza

3' di lettura 10/12/2019 - “Fatevi aiutare dai vostri doni, tutti ne abbiamo basta saperli apprezzare”, dice Vincenza.

Così è stato per Vincenza e per Manuela, due donne forti che per sconfiggere la malattia si sono affidate alle cure dei dottori ma anche a quei talenti che troppo spesso non sappiamo di avere o dimentichiamo di avere ma che invece sono lì, dentro di noi, pronti a uscir fuori nei momenti più bui. E’ il potere salvifico dell’arte. L’arte per aprire un dialogo con se stessi e con gli altri, l’arte per guardarsi dentro, l’arte per trasmettere al mondo esterno le proprie emozioni, l’arte per curarsi e curare gli altri. Ed è così che, grazie al talento e al cuore di Vincenza D’Angelo, da qualche anno in cura in reparto, e di Manuela Di Gregorio, co-fondatrice e volontaria Anpof (Associazione Noi Per l’Oncologia Fermana) nasce una giornata come quella di oggi, 10 dicembre, in cui la Sala d’attesa del reparto di Oncologia dell’Ospedale “Murri” di Fermo si trasforma in una galleria d’arte. “Un’iniziativa questa che non può che aiutarci ad acquistare più valore umano”, così l’assessore Mirco Giampieri ringraziando Anpof, il dott. Acito, oncologo del reparto e il primario, il dott. Bisonni per essere sempre in prima linea al fianco del paziente/persona.

“Exducere” significa tirare fuori, osserva il prof. Malaspina, ed è così che ha lavorato lui con le due artiste, tirando fuori il loro talento senza tralasciare però le basi tecniche quali la conoscenza dei colori, le mescolanze e gli accostamenti.

“La storia di Vincenza ha toccato tutti noi. Fu lo stesso dott. Acito a proporci di realizzare una mostra con le sue opere”, spiega Michaela Vitarelli, presidente di Anpof. Così, un contenitore di angoscia e dolore come può essere la sala d’aspetto dell’oncologia si trasforma in un contenitore di bellezza e di speranza grazie all’intreccio dei vissuti di queste due donne, volontaria una paziente l’altra.

Vincenza è un’autodidatta. “Mi è piaciuto disegnare fin da piccola ma, iniziando a lavorare molto giovane, abbandonai il disegno. L’ho riscoperto durante la malattia su stimolo dei dottori”, dice.

Manuela invece viene dall’istituto d’arte ma mai si era cimentata con l’acquarello: “cinque anni fa una mia amica stava facendo un corso di acquarello e vedendomi giù di morale a causa della malattia mi ha spronato affinché frequentassi anch’io quel corso. Sono andata ed ora eccomi qua con qualche mostra di tanto in tanto e qualche workshop”.

Infine ascoltiamo anche la testimonianza di Don Mario Malloni. “Sono anche io un cliente di questo reparto”, scherza. “Dio attraverso la malattia ha impreziosito la mia vita. La malattia toglie la ruggine che abbiamo dentro, quella ruggine che ci rende individualisti e”, continua, “è graffiando via la ruggine che si inizia a godere di più di tutto, del respiro, dell’incontro con le persone, dei colori dell’universo”.

Michaela Vitarelli conclude leggendoci una frase tratta da “American Beauty”. Mira dritta al punto: “Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c’è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. E poi mi ricordo di rilassarmi e smetto di cercare di tenermela stretta. Allora scorre attraverso me come pioggia e io non posso provare altro che gratitudine per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita.


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 10-12-2019 alle 16:09 sul giornale del 11 dicembre 2019 - 69 letture

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