Un giorno in Prefettura con il direttore del Parco Archeologico di Pompei

3' di lettura 03/12/2019 - Fermo: Il Prof. Massimo Osanna, direttore del Parco Archeologico di Pompei ospite del Prefetto di Fermo, la dott.ssa Vincenza Filippi. “Pompei- Le nuove scoperte” il tema dell’incontro tenutosi martedì 3 dicembre.

Scavi e scoperte a parte Osanna è professore ordinario della facoltà di archeologia all’università Federico II di Napoli nonché direttore del Parco Archeologico di Pompei. Ed è proprio della rinascita di questa antica città sommersa dalle ceneri e dai lapilli del Vesuvio nel lontano 79 d.C. che il professore è giunto a rendere testimonianza a Fermo. Una rinascita quella di Pompei che inizia nel 2012 quando l’Europa decide di porgerle la mano. La Commissione Europea ha infatti finanziato il c.d “Grande Progetto Pompei”. Parliamo di 105 milioni di euro per il restauro e la messa in sicurezza del sito. “E’ stato un lavoro di squadra straordinario con una fitta rete di istituzioni”, dice Osanna, “tra cui l’Arma dei Carabinieri. Giovanni Nistri, il comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, mi è sempre stato accanto e lo ringrazio di cuore perché da lui ho appreso il rigore”. Il prof. ci spiega poi come Pompei non sia una città archeologica al pari delle altre. A Pompei è mancata la continuità dello scorrere del tempo e quelle trasformazioni che il tempo inevitabilmente porta con sé. L’eruzione spazzò via l’intera città, trasformò il paesaggio fino a quando, nel 1748, Carlo III di Borbone non diede l’ordine di scavare. Ma il vero punto di svolta che segna l’inizio di una nuova era per Pompei ha una data ben precisa: 6 novembre 2010. Poco prima dell’apertura del parco ai visitatori la “Schola Armaturarum” collassa su se stessa. Fu un vero e proprio scandalo nel mondo. Italia: paese incapace di gestire il proprio patrimonio artistico e culturale. Da allora basta coi commissariamenti speciali che conducevano dappertutto eccetto che alla tutela. Il nuovo approccio ha visto così il coinvolgimento di più ministeri, più istituzioni. Insomma una gestione rinnovata. Nel 2012 diciannove giovani architetti e archeologi entrano in campo, viene stilato un protocollo di legalità coordinato da una serie di prefetti, tra i quali la dott.ssa Filippi, e, nel 2014, il ministro Bray intese anche rafforzare la gestione della Sovrintendenza con un team motivato e competente di carabinieri e tecnici diretto dal generale Nistri. Pompei iniziò quindi ad essere ripulita dalla sporcizia e messa in sicurezza: “E’ stata fatta una Carta del Rischio con una serie di opere per mettere in sicurezza i muri. Intere aree di Pompei erano puntellate e chiuse al pubblico da trent’anni, tre quarti di essa erano chiusi dal terremoto del 1980”, osserva il professore, “così specifici progetti di restauro di case con mosaici all’interno sono stati portati avanti parallelamente alla messa in sicurezza”. Riparte anche la manutenzione. “Oggi v’è un processo virtuoso che va dall’ispezione alla diagnosi, dalla terapia alla registrazione in archivio digitalizzato dell’intervento”, spiega. Ad oggi un terzo di Pompei non è ancora stata scavata (circa 22 ettari) ma grazie al “Grande progetto” sono stati portati alla luce splendidi mosaici, affreschi seducenti come la “Leda e il cigno”, simboli fallici, anfore, resti organici come un piatto di lumache ma anche annotazioni sulle pareti come quella di uno schiavo che, riponendo dell’olio in dispenda prima dell’immane tragedia, lascia intuire che non era agosto come Plinio il Giovane tramandò bensì ottobre. Ad ogni modo il serio lavoro di squadra ripaga: il 2019 a Pompei si chiude con ben 4 milioni di visitatori.


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 03-12-2019 alle 23:07 sul giornale del 05 dicembre 2019 - 1070 letture

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