Il favoloso mondo di Marika

10' di lettura 14/11/2019 - Mi ripetevano continuamente che ero stupida poi, scoperta la dislessia, è finita la mia ansia, ho iniziato a leggere, improvvisamente ho capito e non mi sono più sentita inferiore. Andrea Delogu

Marika Magistri ha 25 anni e vive a Roma. Lavora come Assistente alla Comunicazione e Tutor DSA. Laureanda in Psicologia, si sta formando anche come Assistente alla Comunicazione Tiflodidattica, ovvero quella figura specializzata in cecità e ipovisione.

1. Tre aggettivi che descrivono la tua personalità.
Empatica, leale e ambiziosa.

2. Come ti sei avvicinata alla LIS e alla sordità in generale?
Il mio interesse per la Lingua dei Segni Italiana nasce attorno al 2015. Di ritorno da un viaggio meraviglioso, decisi di iniziare questo percorso. Ricordo ancora il primo giorno che entrai presso L’Istituto Statale per Sordi di Roma. Ero poco più che ventenne, chiesi informazioni sui corsi della Lingua dei Segni e, colui che qualche anno dopo sarebbe stato il mio insegnante, mi spiegò che il corso di primo livello era già iniziato da circa una settimana e che probabilmente non avrei potuto iscrivermi. Io e la mia testardaggine non ne volevamo proprio sapere: il giorno dopo ero in classe. Non conoscevo nulla della LIS, eppure mi sentii subito a mio agio. Dopo qualche giorno di corso ero già in grado di formulare parole in dattilologia e sapevo già presentarmi. Insomma, avevo trovato finalmente qualcosa in cui ero brava!

3. Come e quando hai scoperto di essere dislessica?
La mia dislessia è sempre stata il mio tallone d’Achille. Solo dopo anni ho capito che la mia unicità poteva rendermi felice. Mia madre si accorse che qualcosa non andava già nei primi anni di scuola elementare. Io ero la classica bambina a cui dicono: “è intelligente ma non si applica’’. Mentre tutti i miei compagni di classe iniziavano a leggere, io inventavo mille scuse. Ricordo che alle volte sfruttavo la mia memoria per ripetere quello che i miei compagni avevano letto ad alta voce. Mi sforzavo di impararlo a memoria perché quelle lettere e quelle parole non riuscivo proprio a vederle. Ebbi la diagnosi di DSA in prima elementare grazie al dottor Roberto Iozzino che ancora oggi mi segue. Attualmente però è solo un mio grande fan. Sono molto legata a lui perché è stato il primo a credere in me. Nel suo studio aveva una vasca piena di palline e spesso la mia logopedia si svolgeva lì. Ricordo con piacere quei momenti perché attraverso il gioco imparavo a leggere e a scrivere correttamente. Nel 2000 si parlava ancora poco di DSA e di diagnosi. Non era come oggi. Io fui una delle prime bambine seguite dal centro ARIEE di Roma.

4. Cosa sono i DSA?
Sono disturbi del neurosviluppo che riguardano la capacità di leggere, scrivere e calcolare in modo corretto e fluente e che si manifestano con l'inizio della scolarizzazione.
DISLESSIA: disturbo specifico della lettura che si manifesta con una difficoltà nella decodifica del testo.
DISORTOGRAFIA: disturbo specifico della scrittura che si manifesta con difficoltà nella competenza ortografica e fonografica.
DISGRAFIA: disturbo specifico della grafia che si manifesta con una difficoltà nell'abilità motoria della scrittura.
DISCALCULIA: disturbo specifico dell'abilità di numero e di calcolo che si manifesta con una difficoltà nel comprendere e operare con i numeri. Questi disturbi dipendono dalle modalità di funzionamento delle reti neuronali coinvolte nei processi di lettura, scrittura e calcolo.
È importante precisare che: NON sono causati da un deficit di intelligenza né da problemi ambientali o psicologici o ancora da deficit sensoriali. I dislessici sono bambini, adolescenti e adulti normalissimi. Hanno solo bisogno di strategie e tecniche affini al loro modo di pensare e di ragionare. Purtroppo ancora oggi la dislessia viene vista come una difficoltà insuperabile, quando invece le persone più geniali e che hanno cambiato la storia del mondo erano dislessiche. Pensiamo a personaggi come Leonardo da Vinci, Thomas Edison, Steve Jobs e altri. La lista sarebbe ancora lunga, ma non è questo il punto. Non tutti dobbiamo per forza essere dei geni, al contrario in ogni studente vi è nascosta una capacità che solo pochi sanno carpire. Come? Attraverso l’osservazione, l’ascolto e l’empatia. Spesso i ragazzi con DSA sono studenti brillanti che non rendono come potrebbero. Ecco perché è importante scoprire ed effettuare una diagnosi in maniera tempestiva. Solo così si può aiutare il ragazzo ad accrescere la sua autostima e a contribuire a una corretta istruzione. Quando mi chiedono cosa sia la Dislessia o come pensa e vive una ragazzo DSA consiglio sempre la lettura di un libro cui sono particolarmente legata: “Dove finiscono le parole. Storia semiseria di una dislessica’’ di Andrea Delogu.

5. In cosa consiste il tuo ruolo di tutor DSA?
Ciò che mi ha spinta a diventare Tutor DSA è stata proprio quella voglia di dire: ’’Ok, voglio dare ai miei ragazzi ciò che non ho avuto io.’’ Nella scuola italiana si parla di DSA soltanto dal 2010 con la legge 170. Con questo non voglio affermare che prima non fossimo ‘’riconosciuti’’, ma avere una legge tutta per noi è un’altra cosa. Decisi così di aprire il mio blog :’’Diario di una dislessica’’ dove non solo creo contenuti interattivi per aiutare gli studenti con DSA, ma spesso entro in contatto con le famiglie e con i ragazzi stessi. Il ruolo del tutor è quello di affiancare lo studente nel percorso formativo, leggere e comprendere le diagnosi nonché valutare le caratteristiche dello studente per progettare un lavoro ad hoc.

6. La LIS può essere utile anche nell’approccio con altre disabilità?
La Lingua dei Segni come scelta comunicativa può essere utilizzata anche con bambini che hanno altre disabilità: gli autistici ad esempio. La LIS è una lingua a tutti gli effetti e può rivelarsi utile in tutte quelle situazioni dove vi è una buona motricità. Io credo che l’apprendimento della Lingua dei Segni sia una strada percorribile ma deve coinvolgere tutti coloro che hanno a che fare con il bambino o il ragazzo interessato.

7. Che cos’è la Sindrome di Charge?
Ogni bambino con questa patologia è diverso ma un tratto comune a tutti è la voglia di scoprire il mondo che li circonda. Il nome deriva dalle problematiche che comporta questa sindrome: C sta per Coloboma, ovvero un’anomalia dell’occhio. Il coloboma può essere unilaterale o bilaterale e può coinvolgere l’iride o la retina. Invece il coloboma della retina, più frequente rispetto a quello dell’iride, può interessare anche il nervo ottico.
H sta per Heart defects (difetti cardiaci). La sindrome è correlata a una molteplicità di difetti cardiaci, alcuni dei quali richiedono interventi chirurgici.
A equivale ad Atresia of the Choanae (atresia delle coane).Uno o entrambe le cavità nasali possono essere ostruite oppure essere strette. Il difetto è correggibile chirurgicamente ma spesso sono necessari più interventi.
R sta per Retardation of growth and developmental delay (ritardo della crescita e dello sviluppo). I problemi legati all’ormone della crescita sono piuttosto rari. Sembra che il ritardo nella crescita sia dovuto essenzialmente alle difficoltà di alimentazione e, in seguito, all’assenza della pubertà. Le persone con CHARGE possono presentare vari livelli di disabilità e il ritardo dello sviluppo sembra derivare dai deficit sensoriali e dai problemi cronici di salute e di equilibrio.
G sta per Genital anomalies (malformazioni dei genitali). Le malformazioni colpiscono i genitali esterni. I problemi più comuni consistono nella mancata discesa dei testicoli (testicoli ritenuti) o nelle dimensioni ridotte del pene. Alcune bambine hanno le labbra della vulva piccole.
E sta per Ear anomalies (malformazioni dell’orecchio). L’orecchio esterno, medio e interno può essere oggetto di alcune problematiche. I padiglioni auricolari sono asimmetrici e malformati. Può essere presente l’ipoplasia del canale uditivo. A volte può essere interessato l’orecchio medio per assenza del muscolo stapedio o può essere presente un’ipoplasia dell’incudine e della staffa, con paralisi degli ossicini.
Lavorare con un bambino affetto da tale Sindrome richiede molta attenzione e selezione del luogo in cui si svolge il proprio lavoro. Non sempre è facile poter trasmettere le informazioni. Bisogna sempre trovare una chiave di lettura del mondo a seconda di come lo percepiscono loro.

8. Com’è nata la tua collaborazione con CABSS?
Per puro caso: frequentavo ancora il terzo livello della Lingua dei Segni, quando incontrai per la prima volta Stefania Fadda. Ci parlò di CABSS e di cosa facessero realmente. Diciamo pure che una delle donne a cui mi ispiro nella vita è proprio lei. Ho avuto la fortuna di essere formata dai migliori docenti sul campo della sordità e pochi mi hanno fatto pensare: “Da grande vorrei essere come lei’’. Per questo quando mi fu chiesto di svolgere il mio lavoro come Assistente alla Comunicazione domiciliare con la supervisione di CABSS non ho esitato neanche per un attimo. Nonostante sapessi che stavo accettando una nuova sfida, ho riaperto i libri, mi sono rimboccata le maniche e ho iniziato questa meravigliosa esperienza.

9. Cosa ti piace del tuo lavoro?
Prima di tutto non ci si annoia mai. Si è sempre impegnati in qualcosa di nuovo ed è bello continuare ad alimentare la voglia di sapere. Attualmente sto per laurearmi. Ho scelto la facoltà di Psicologia perché Scienze della Formazione Primaria non faceva per me. Il mio lavoro è dinamico ed è una costante ricerca dell’essere. Puoi interfacciarti con mille realtà diverse, ecco perché lo amo. Puoi essere sempre di aiuto. Tuttavia nel mio lavoro cerco sempre di far responsabilizzare e incoraggiare lo studente, dal più grande al più piccolo, allo sviluppo della propria autonomia. Questo perché, laddove possibile, una persona disabile non dovrebbe dipendere da nessuno.

10. C’è un episodio in particolare che vorresti condividere con noi?
Ricordo il mio primo giorno di lavoro. Avevo un paio di scarpe rosse che mi avevano regalato i miei amici sordi come buon auspicio. A queste scarpe avevo aggiunto un laccio rosso con i glitter e uno semplice con la scritta della marca delle scarpe. Entrai in classe e la prima cosa che mi segnò la bambina di cinque anni, dopo un’attenta analisi di come fossi vestita, fu: “belle scarpe. Sì, mi piacciono. Vai bene come Assistente alla Comunicazione.’’

11. Hai un sogno nel cassetto?
Ne ho davvero tanti! Alcuni, in otto anni, sono diventati realtà. Altri devono ancora avverarsi. Ma quello che mi va di condividere con voi, è proprio quello di veder riconosciuta la Lingua dei Segni in Italia. Credo che quando ciò avverrà, sarà come ai mondiali del 2006. Il riconoscimento della LIS sarebbe un segno e un segnale di vera integrazione che però fatica ad affermarsi nella nostra società.

12. Qual è il tuo motto?
Più che un motto è una frase di Maria Montessori, altra donna che ha influenzato molto il mio percorso formativo, “Nel bambino sta il destino del futuro”.

Link utili:
http://ariee.it
https://www.aiditalia.org/
https://mondocharge.it/
http://cabss.org/


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 14-11-2019 alle 20:45 sul giornale del 15 novembre 2019 - 3845 letture

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