Porto San Giorgio: Moni Ovadia "Siamo stranieri soggiornanti in una Terra non nostra"

2' di lettura 28/10/2019 - Al teatro comunale di Porto San Giorgio domenica 27 ottobre, il poliedrico artista e illuminato uomo di spettacolo Moni Ovadia è stato intervistato da Luicilio Santoni, inaugurando la delicata stagione di prosa e musica prevista per la fine del 2019 e l'anno 2020.

Tre domande alle quali Moni Ovadia risponde con ironia e profondità, con quella grazia che lo distingue dai più e che lui riesce a tramutare in umiltà intellettuale.
"La poesia della vita" il titolo di partenza. "Serve la poesia per comprendere la profondità umana" sostiene Ovadia nell'analizzare dal suo punto di vista il modo di relazionarsi che l'umanità ha con se stessa.
Viviamo in un tempo in cui ci preoccupiamo che nessuno rubi ciò che è nostro e per farlo costruiamo confini che diventano muri, politiche che diventano i più severi nazionalismi, limitazioni mentali che diventano vero odio.
La poesia è invece un linguaggio dolce che aiuta a comprendere meglio ciò che è l'uomo nel suo sentire più puro.
Scotta il discorso sul viaggio e sulla migrazione.
"Le migrazioni di uomini sono sempre esistite da tempi non sospetti, ed è proprio per queste migrazioni che abbiamo l'umanità.
A partire dall'uomo sapiens siamo migranti; un esempio su tutti che ci è molto vicino è quello degli Stati Uniti d'America: un popolo frutto di migrazioni".
Riuscire a capire quanto siano importanti i viaggi e le migrazioni di individui per Ovadia è difficile, bisogna distaccarsi dal possesso della terra e imparare a leggere l'umanità in modo poetico.
Non dovremmo avere né confini né passaporti, "l'etica è la vera patria di un uomo, ci dice, non i confini tra Stati".
È il momento del viaggio, ma con maggior peso quello dell' esilio che a suo parere aiuta la persona a guardarsi dentro e distaccarsi, per dirla alla Marx, dal ciclo produttivo in cui siamo nati (nasco, consumo, muoio) che invece ingabbia e obbliga l'uomo ad attaccarsi a quei privilegi di cui crede di godere per diritto acquisito.
L'esilio è un tema che inevitabilmente devia il discorso sul popolo ebraico, altro fulcro di discussione della serata. Si sfocia in una divertente serie di aneddoti sulla lingua yiddish, lingua che Ovadia ritiene magnificamente espressiva, per cui ci si ricongiunge naturalmente all'argomento di partenza: il meraviglioso linguaggio poetico, fatto di parole ricercate appositamente per creare suggestioni e scavare dentro di noi.
D'altra parte, riprendendo le stesse parole di Moni Ovadia, essere al mondo seguendo solo lo slogan "Life is hard, and then you die" è un po' poco, no?






Questo è un articolo pubblicato il 28-10-2019 alle 18:17 sul giornale del 29 ottobre 2019 - 666 letture

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