Essere CODA (Children of Deaf Adults): intervista a Patricio Castillo Varela

6' di lettura 02/06/2019 - "Il silenzio è qualcosa di unico e favoloso che ti permette di fare dei lunghi viaggi interiori e di guardare le cose più in profondità."

Patricio Castillo Varela è nato a San Miguel, nella città di Santiago del Cile, il 09/09/74. Lui è l'unico udente in una famiglia di sordi: i genitori e le due sorelle. Attualmente vive a San Marino con la moglie e le due figlie. Lavora come responsabile e gestore di progetti d'inclusione in Italia e all'estero tramite l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII (APG23) e il Progetto InSegni Apprendi (www.insegniapprendi.org).

1) Cosa significa per te essere CODA?
Oggi che ho 44 anni e una certa consapevolezza, essere CODA è per me un grande dono e una grande possibilità. Far parte di due realtà, due mondi, due culture e due lingue diverse è una grande ricchezza. È Grazie alla sordità della mia famiglia se sono diventato curioso, creativo, resiliente, intraprendente, sensibile ed empatico.

2) Come e quando sei stato esposto alla lingua vocale?
Sin da piccolo. I miei genitori si sono sposati poco prima del colpo di Stato in Cile del 1973 e per aiutare i loro familiari decisero di vendere la casa. Di conseguenza i miei si sono trasferiti dai nonni paterni che erano udenti, motivo per cui sono cresciuto sia con la lingua dei segni che con la lingua spagnola parlata.

3) A scuola ti sei mai sentito diverso dagli altri?
Ricordo due episodi in particolare. Uno riguarda le battute e i dispetti che mi facevano alcuni compagni di classe. Sappiamo bene che i bambini non filtrano, sono diretti e a volte fin troppo birichini. Alcuni di loro chiamavano “muti” i miei genitori per fare gli spavaldi davanti agli altri. L'altro episodio poco felice si verificò quando ero in seconda media. Un professore mi vide chiacchierare con un compagno durante la lezione e per punirmi in qualche modo fece una battuta spiacevole. Disse ad alta voce: "si vede che Patricio a casa non parla mai", ridendo e cercando approvazione da parte di chi assisteva. Sicuramente è stato un momento molto imbarazzante e spiacevole, soprattutto perché ero piccolo. Non sono riuscito a difendermi o a sfogare la frustrazione di quel momento. Mi fece male che a pronunciare quelle parole fosse proprio un mio insegnante, un adulto che avrebbe dovuto darci il buon esempio. Certi episodi sono riuscito a elaborarli solo crescendo, maturando e perdonando.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sordo?
Mi sento a mio agio in entrambe le culture e in entrambi i mondi, sia dal punto di vista culturale che linguistico. A volte sento la necessità di momenti di silenzio e di tranquillità e amo la musica di ogni genere. Infatti mio padre mi ha abituato sin da piccolo ad ascoltare la musica. A 5 anni mi regalò una radio che ancora conservo come una reliquia e che rappresenta un ricordo a me molto caro. Ebbe l’intuizione e il desiderio di farmi imparare la lingua spagnola parlata e allo stesso tempo la musica mi avrebbe tenuto compagnia. Ogni volta che ci ripenso mi commuovo.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
Della cultura sorda apprezzo il silenzio e la possibilità di ascoltarti dentro. Il silenzio è qualcosa di unico e favoloso che ti permette di fare dei lunghi viaggi interiori e di guardare le cose più in profondità. L'altra cosa che mi piace è la capacità di esprimersi e di comunicare in maniera completa, con le mani, il viso, gli occhi e il corpo. Quello che mi piace meno è il rischio di rimanere isolati. Se non c'è un contesto adeguato e pronto ad accogliere la sordità, questa passa inosservata agli occhi delle persone, a volte incompresa o sottoposta a pregiudizi. Della cultura udente mi piace poter sentire il rumore del mare, del vento, la musica e il canto degli uccelli. Ciò che detesto è il rumore esagerato che a volte c'è in alcune città. Non mi piace invece quando si parla troppo e non si ascolta. A volte udire non è sinonimo di ascolto vero e proprio.

6) Perché hai deciso di imparare la LIS?
Conoscevo già lo spagnolo e la Lingua dei Segni Cilena perché sono nato in Cile. Crescendo ho voluto studiare per diventare interprete e questa possibilità l'ho avuta una volta giunto a San Marino. Desideravo avere uno strumento in più per sviluppare in maniera più seria e formale alcuni progetti di inclusione e accessibilità per le persone sorde e le loro famiglie. Inoltre ho avuto modo di acquisire ulteriori competenze riguardanti il mondo della sordità.

7) Hai colto delle affinità tra la Lingua dei Segni Cilena e la LIS?
Sì, la struttura è sempre quella. Alcuni segni sono simili, ad esempio “casa” o “lavoro” si segnano nello stesso modo. Invece altri segni sono completamente diversi. Ad esempio la parola "Bene" o "buono" in LIS diventa: "cosa vuoi?" e questo è molto divertente. Ricordo un aneddoto in metropolitana a Roma. Mentre comunicavo con i miei in Lingua dei Segni Cilena, alcuni sordi italiani ci guardavano un po’ esterrefatti come se stessimo dicendo "cosa vuoi?” ma in realtà non era così. La frase sembrava loro del tutto fuori contesto.

8) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale?
Stimolare precocemente lo sviluppo cognitivo nei bambini CODA che hanno la possibilità di imparare due o più lingue, così come altri bambini bilingui. Un vantaggio riguarda la capacità di affinare la comunicazione non verbale e di avere un campo visivo più sviluppato. Vivere più culture ti permette di acuire una certa apertura mentale, di accogliere la diversità e l’identità di altre persone.

9) Diventare Interprete di Lingua dei Segni: vocazione o senso del dovere?
Per me conseguire l’attestato di Interprete LIS è stata una scelta. Sin da piccolo ho aiutato i miei fungendo da mediatore, da ponte e dunque da interprete. In realtà non sempre è stato facile svolgere tale compito. Ad esempio quando giocavo con i miei amici del quartiere a San Miguel, poteva capitare che mio padre mi chiedesse di accompagnarlo a fare delle commissioni o al lavoro. A volte mi sentivo condizionato e questo suscitava in me un senso di frustrazione.

10) Qual è il tuo motto?
"Dall’io al Noi" mi piace molto. L'ho imparato conoscendo una persona molto cara e importante per me: Don Oreste Benzi. Mettendolo in pratica nella vita quotidiana, ti rendi conto che siamo limitati e che abbiamo bisogno degli altri. L'incontro è importante e necessario. Aiutare e lasciarsi aiutare vuol dire essere umili. Da piccolo ho dovuto arrangiarmi con i compiti di scuola, a prendere decisioni da solo e ad affrontare situazioni di responsabilità importanti. Perciò fino a poco tempo fa e ancora adesso mi capita di essere incapace di chiedere aiuto e di farmi aiutare. Questo può essere un pregio ma anche un difetto. Bisogna promuovere una società dove il NOI ha più valore dell’IO. Questo motto mi trasmette sempre una sensazione di grande positività.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 02-06-2019 alle 20:44 sul giornale del 03 giugno 2019 - 2435 letture

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