Essere CODA: intervista a Chiara Sideri

4' di lettura 06/05/2019 - Credo che tutti i genitori del mondo abbiano una particolarità, una sfumatura che li rende unici. Nel caso dei miei è la loro sordità.

Chiara Sideri è nata a Roma il 07/12/1992. Diplomata al liceo classico, nel 2014 si laurea in Infermieristica presso l’Università Tor Vergata di Roma. Negli anni ha tenuto convegni e corsi riguardanti la LIS e il mondo della sordità in generale. Sua l’idea di fondare la Dilis Onlus, un’Associazione di cui è Presidente e che promuove la diffusione della LIS e l’inclusione dei pazienti sordi in ambito sanitario. Attualmente si è trasferita in Friuli Venezia Giulia, in provincia di Udine, dove lavora come infermiera di emergenza territoriale. Collabora come autrice con Nurse24.it, giornale di informazione infermieristica ed è docente per la piattaforma formativa HECM. Ama definirsi figlia (felice) udente di genitori (felici) sordi.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Per me essere CODA significa riconoscermi in una categoria di persone che hanno con me un minimo comune denominatore; è non sentirsi soli e non sentirsi fuori posto. E poi sono molto orgogliosa di esserlo.

2) Come e quando sei stata esposta all'italiano?
Sono stata esposta all'italiano fin da subito, tramite la mia famiglia e successivamente la scuola.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri?
Sì, ogni tanto è successo, ma non perché mi sentissi diversa io. A volte gli altri, un po’ disturbati e un po’ curiosi, mi facevano notare che i miei erano un po’ sopra le righe, un po’ strani. Erano sordi. Per gli altri era strano, per me no, per me era la normalità.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda?
Mi sento forse un perfetto 50 e 50, un’udente sorda. Amo moltissimo alcuni aspetti della cultura sorda, poi in questo bisogna inserire anche la preziosità della Lingua dei Segni che è parte di me. Spesso però mi riconosco come un’udente, mi capita a volte di sentirmi in colpa, poi ci penso e mi dico: “sono una CODA, è tutto normale!”.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
Della cultura sorda amo senza dubbio la lingua, le sue sfumature e la sua potenza visiva che dopo tanto tempo, continuano ancora ad affascinarmi. Non mi piace a volte il modo di ragionare o l'eccessivo essere permalosi, sempre sul chi va là ...ma posso solo comprenderli. Degli udenti dico solo quello che non mi piace: il loro essere ignoranti e insensibili verso i sordi (pochi sono i casi, per fortuna).

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quali?
Difficoltà sì, diverse, legate soprattutto a disservizi strutturali della società, a limiti imposti e alla tanta, tantissima ignoranza che c'è in giro. Poi difficoltà emotive e psicologiche ma come per tutti i figli.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Il beneficio di una doppia esposizione è a mio avviso concreto. Ho avuto l’opportunità di esprimermi nelle mie due lingue contemporaneamente, sin da piccola. Per me si è tradotto in una ricchezza.

8) C'è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Ce ne sarebbero moltissimi e quelli "tragici" risultano nello stesso tempo anche comici. Diciamo che chi è figlio di sordi ha molti episodi divertenti da raccontare, almeno per me è stato così. L'ironia ti salverà la vita diceva qualcuno, e per me e mio fratello è stata un'arma potente. L'episodio che racconto è solo per sensibilizzare. Alla scoperta di avere i genitori sordi da parte di una collega di università, lei mi disse: "non sai quanto mi dispiace per te". Io non risposi e abbozzai un sorriso. Insomma, ma dispiacere per cosa? Credo che tutti i genitori del mondo abbiano una particolarità, una sfumatura che li rende unici. Nel caso dei miei è la sordità. Sarebbe bello che tutti iniziassero a capirlo.

9) Diventare Interprete LIS e/o Assistente alla Comunicazione: vocazione o senso del dovere?
Inizialmente, durante l’infanzia e l’adolescenza, è stato senso del dovere. Dai 20 anni sicuramente assoluto piacere. Come dico spesso, non sono io che ho scelto la LIS, è lei che ha scelto me!

10) Qual è il tuo motto?
Il mio motto, almeno uno dei tanti, è "turn the pain into power": trasforma il dolore in forza. Per me è stato così. Ogni giorno cerco di trasformare tutto il “dolore” e i sentimenti negativi legati alla sordità dei miei nel mio super potere, in un punto di forza.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 06-05-2019 alle 21:18 sul giornale del 07 maggio 2019 - 2518 letture

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