Essere CODA: intervista a Sonia Caimi

5' di lettura 14/04/2019 - Il mio essere CODA è un tratto distintivo, fa parte di me.

Sonia ha 27 anni ed è nata e cresciuta in un piccolo paesino della Puglia con i nonni materni. All’età di 7 anni lei e suo fratello si sono trasferiti a Roma insieme ai genitori. Ha vissuto nella capitale fino all’anno scorso poi ha deciso di trasferirsi a Bologna, città in cui vive. Attualmente studia Psicologia all’università e lavora come interprete LIS.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Il mio essere CODA è un tratto distintivo, fa parte della mia vita. Crescere in un contesto come quello dove sono cresciuta a volte ti fa sentire un’aliena, ma credo che mi abbia reso una persona aperta, curiosa, empatica e cosciente che nel mondo, ognuno con la propria storia, abbia qualcosa da raccontare. Io nelle storie delle persone mi ci immergo da sempre.

2) Come e quando sei stata esposta all’italiano?
Sono crescita in casa con i miei nonni materni e mia zia. Da loro ho appreso subito l’italiano e contemporaneamente dai miei genitori la Lingua dei Segni Italiana. Il tutto in modo assolutamente naturale.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri?
Sì. I miei compagni sapevano che avevo entrambi i genitori sordi e che in casa usavo un’altra lingua. Spesso ne erano incuriositi e io rispondevo alle loro curiosità in maniera tranquilla. L’aspetto più difficile forse è stato il rapporto con gli insegnanti. Non sempre capivano a pieno come approcciarsi ai miei genitori e mi ritrovavo troppo spesso a fare da tramite.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda?
Io sono udente e mi ci sento. Sono quotidianamente immersa nella cultura udente, con gli amici, con il mio compagno, anche se dentro di me è fortemente presente la cultura sorda, nella quale sono nata, cresciuta e di cui attualmente mi occupo. Quindi direi che sono udente ma culturalmente a metà.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
Della cultura sorda amo l’essere schietti, quasi senza filtri, naturali e il fatto che sia una comunità di cui ci si possa sentire parte attiva. Allo stesso tempo questa schiettezza a volte può arrivare in modo tanto diretto e se non si è pronti ci si può sentire feriti.
Della cultura udente invece amo la diversità, i colori, ma non capisco come si faccia a volte a essere così lontani gli uni dagli altri. Sento poca collaborazione generale.

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quali?
Le difficoltà le ho incontrate non perché i miei genitori sono sordi, ma perché vivo in una società che non si è mai realmente preoccupata, sino ad oggi, di adeguare degli strumenti alla sordità dei miei genitori. Questo mi ha portato a diventare io stessa quello strumento mancante. Le situazioni più difficili le ho vissute a scuola da piccolina e negli ospedali. Spesso dovevo preoccuparmi anche della salute dei miei ed era molto frustrante l’atteggiamento del personale ospedaliero che mi impediva di essere lì con loro. Capitava di non sapere cosa stesse accadendo, come quando ad esempio uno dei miei si ritrovava solo al di là delle porte del pronto soccorso. Tuttora gli ospedali, per me, sono fonte di forte stress emotivo.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Il bilinguismo è già di per sé una ricchezza. Il bilinguismo bimodale è quindi una doppia ricchezza. Sono sempre stata portata per le lingue e credo che questo sia dovuto anche al mio essere bilingue sin dalla nascita.

8) C’è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con i lettori?
Ce ne sarebbero così tanti che un libro intero non basterebbe. La maggior parte molto divertenti e che ricordo sempre molto volentieri. In questa occasione ne racconterò uno in particolare di quando ero molto piccola. Avevo forse 5 anni ed ero andata a giocare a casa di un’amichetta. Eravamo in cameretta e la mia amica chiamò a gran voce la mamma che in pochissimo tempo si affacciò in camera. Per me era una cosa assolutamente nuova e decisi che una volta tornata a casa ci avrei provato anch’io. La sera salii al piano superiore della nostra casa e cominciai a chiamare “mamma”, prima piano e poi sempre più forte, fino a quando mia nonna, che mi aveva sentito dal piano di sotto, si precipitò da me pensando fosse successo qualcosa. Quando vidi lei e non mia mamma ci rimasi un po’ male e chiesi a mia nonna il perché la mamma della mia amichetta fosse arrivata al richiamo “mamma” mentre la mia no. In quel momento ho realizzato che non tutte le mamme fossero sorde, cosa che invece io fino a quel momento avevo dato per scontato fosse una loro caratteristica.

9) Diventare interprete LIS: vocazione o senso del dovere?
Non ne ho idea. So solo che è un lavoro che amo e che mi appassiona. Quando sono interprete mi sento bene, al mio posto e questo mi basta. Ho iniziato quasi per caso, ma poi si è rivelata la scelta più giusta che potessi fare.

10) Qual è il tuo motto?
Non credo di avere un motto. Forse la cosa che dico più spesso è: non preoccuparti.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 14-04-2019 alle 21:04 sul giornale del 15 aprile 2019 - 3335 letture

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