Essere CODA: intervista a Eleonora Ponticelli

9' di lettura 26/03/2019 - Crescere immersa in due culture mi ha permesso di vivere la vita secondo più punti di vista, prendendo all’occorrenza da ogni cultura il meglio che ha da offrire.

Eleonora Ponticelli, 37 anni, è nata e cresciuta a Roma. Primogenita di genitori sordi segnanti, ha un fratello minore, Andrea (anche lui udente). Per 30 anni è stata la madre di tutti loro e adesso, finalmente, da 10 anni si definisce figlia e sorella. Ha svolto diversi lavori d’ufficio poi ha mollato tutto e si è messa a studiare per formarsi professionalmente e conoscere la disabilità. Attualmente lavora come Interprete LIS, Assistente alla Comunicazione e Tiflologa (assistente per ciechi).

1) Cosa significa per te essere CODA?
Non saprei come spiegarlo, provo a fare un esempio: immagina un multi-verso, io nasco, cresco e vivo in uno dei mondi paralleli. Io sono uno degli osservatori che per proprio piacere o per lavoro viaggiano attraverso questi mondi, soprattutto tra quello dei sordi e quello degli udenti, come fossi nella serie tv di Fringe.

2) Come e quando sei stata esposta all'italiano?
Da subito, la famiglia di mia madre era molto presente nei primi anni di vita, era preoccupata che i miei genitori da soli non fossero in grado di prendersi cura di me, dialogavo molto con loro, erano meravigliati che due sordi avessero generato una figlia udente. I miei hanno fatto una scelta coraggiosa decidendo di vivere in un'altra città rispetto a quella d’origine, lontano dai familiari per essere indipendenti. Poi ci sono stati i miei vicini di casa che mi hanno quasi adottata e la scuola, il trampolino di lancio per apprendere l’italiano.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri?
Direi di sì. Alle medie sono stata bullizzata. Il passaggio dalla scuola privata a quella pubblica è stato traumatico. Uscita dalla campana di vetro mi sono accorta di quanto il mondo fosse crudele, non credevo in me stessa e stavo sempre con i maschi. Era più facile stare con loro, non dovevo dare tante spiegazioni sulla mia famiglia. Invidiavo le madri delle mie amiche, così presenti nel fare i compiti insieme. Ricordo inoltre i colloqui con i professori, nei quali presenziavo non come alunna ma in qualità di interprete, traducendo a mio favore quello che veniva detto; edulcorando i rimproveri ed enfatizzando i complimenti, fingendo che andasse tutto bene… non ero brava a scuola, non lo ero affatto. La mia più grande paura era leggere! Mi terrorizzava. Però una rivincita me la sono presa…ricordo che all’età di 13 anni io ed Emanuela (Coda anche lei) entrammo nella classe di mio fratello che ne aveva 11, per fare una ramanzina ai suoi compagni, avevamo saputo che lo prendevano in giro perché aveva i genitori sordi. Prendemmo coraggio ed entrammo parlando con gran sicurezza per oltre 10 minuti davanti all’insegnante e a 20 bambini. Non ci ho visto più e ho tirato fuori la voce in difesa del nostro diritto a essere semplici bambini con dei genitori non inferiori ai loro. Uscite dalla classe eravamo fiere di noi e io tremavo dall’emozione per quel che avevo fatto.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda?
Dal punto di vista linguistico credo di essermi concentrata di più su quello udente. Ho iniziato tardi ad approfondire la lingua dei segni e a riconoscerla come tale. Basti pensare che solo a vent’anni ho capito che non dovevo correggere le frasi dei miei genitori. Per quanto riguarda la cultura forse mi sento più sorda, credo di comportarmi come un’udente solo perché sento con le orecchie ma in realtà sento molto di più con il resto del corpo. Sono molto attenta al para-verbale, mi focalizzo più sui dettagli e meno sull’insieme, non riesco a non fare rumore in casa quando qualcuno dorme, ho pochi filtri con le persone (dicono di me che sono sfacciata), faccio mille cose contemporaneamente e risolvo sempre ogni problema, anche i più seri, con creatività e leggerezza. Sembreranno caratteristiche che possono far parte anche della cultura udente ma tutte assieme descrivono chiaramente l’approccio sordo che ho nella vita di tutti i giorni.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
Con queste affermazioni mi riferisco alla maggior parte delle persone che ho conosciuto, e senza offendere nessuno posso dire che della cultura udente mi piace il rispetto con il quale vengono trattati argomenti delicati e difficili per non ferire la sensibilità altrui, anche se il rovescio della medaglia è il rischio di avere un atteggiamento di pietismo che fa sentire gli altri in qualche modo inferiori. Della cultura sorda amo la mancanza di certi tabù e la libertà di vivere senza troppi pregiudizi. Non apprezzo invece l’essere malfidati e diffidenti (aspetto tipico delle minoranze).

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quali?
Fin da piccolissima ho sempre usato la LIS in famiglia ma allo stesso tempo la rifiutavo, tanto da non conoscerne alcuni segni. Sapevo dire retrogrado, pernicioso, astruso, perpetrare e termostato meglio in Lingua dei Segni che in italiano… ma non sapevo esprimere i miei sentimenti in LIS: per quanto riguarda la sfera affettiva erano tante le parole che non riuscivo a tradurre. Ad esempio i miei primi problemi adolescenziali: banalità legate al cuore o all’amicizia che all’epoca mi sembravano insormontabili. Evitavo di parlarne con i miei, convinta che non mi avrebbero capita e che non sarei riuscita a spiegarmi. Tenevo tutto dentro e cercavo di cavarmela da sola. Quando ero molto arrabbiata con i miei genitori, iniziavo a sbraitare, tuttavia senza alcuna soddisfazione perché non mi capivano e mi veniva chiesto di tradurre persino in quel momento di impeto. Allora abbozzavo due segni e frustrata continuavo a strillare senza essere compresa nella mia difficoltà di non riuscire a comunicare. Solo dopo aver fatto il mio percorso di consapevolezza e accettazione della sordità dei miei genitori sono finalmente riuscita a comunicare con loro.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Sul posto di lavoro mi è capitato di sentirmi chiedere con stupore: “Tu c’hai la “LIS”?!?!”, che se fosse passato di lì qualcuno che non conoscesse il significato dell’acronimo avrebbe potuto pensare che avessi una malattia. Sì, oltre all’italiano conosco anche la LIS e di regola segue la domanda: “E com’è?” Ti apre la mente, ti migliora la vita, si parla sempre di questo valore aggiunto. Per me è vedere il mondo da un altro punto di vista. Crescere immersa in due culture mi ha permesso di vivere la vita secondo più punti di vista, prendendo all’occorrenza da ogni cultura il meglio che ha da offrire.

8) C'è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Durante il corso LIS di secondo livello partecipai a una lezione del Dott. Mauro Mottinelli. Si parlava di sordità in generale e delle difficoltà che affrontano i sordi. Feci moltissime domande e in quell’occasione scoprii di essere una Coda. Fu la lezione più bella del mio percorso di formazione sulla sordità. Seguii con estrema attenzione e curiosità con un nodo alla gola che diventava sempre più grande. Si entrò nel dettaglio delle difficoltà del bimbo sordo, mi commossi e poi cominciai a chiedere un po' seccata: “E dei figli udenti di questi sordi? Delle loro difficoltà, ne vogliamo parlare?” Capii che ero solo arrabbiata con i miei perché erano quel che erano, sordi e perché credevo mi avessero rubato l’infanzia e l’adolescenza, ma non mi ero resa conto che anche loro come me avevano avuto le loro difficoltà. Quando l’insegnante mi riconobbe le stesse difficoltà che anch’io per la mia condizione di figlia udente di genitori sordi avevo avuto, l’enorme nodo alla gola si sciolse in un pianto liberatorio e forse iniziai ad accettare quello che erano i miei genitori e quello che ero io: una Coda.

9) Diventare Interprete LIS e Assistente alla Comunicazione: vocazione o senso del dovere?
All’inizio è stato senso del dovere, i miei dicevano: “Tu – corso – interprete - per forza! – Figlia – sordi – brava, attestato – serve - per te – lavoro!!”. Frequentai prima il corso base, quello di interprete LIS e poi di Assistente alla Comunicazione come una sorta di percorso psicoterapeutico. È stato illuminante, sono come rinata. In ultimo ho cominciato a lavorare anche con la cecità e la pluridisabilità. È stato in quel momento che ho sentito la “chiamata”, non quella del Signore, ma mi riferisco al fatto che lavorando nel campo della disabilità di ogni genere ho realizzato di essere naturalmente predisposta a fare questo. Il mio vissuto in famiglia ha contribuito a sviluppare in me una sensibilità tale che mi permette di non guardare il disabile come qualcuno per cui avere pietà, ma come “persona”. A volte è logorante, lo ammetto, ma spesso ho veramente piacere di fare qualcosa con loro, ne ho quasi bisogno, anche solo di passare del tempo insieme e fare due risate. Era molto più faticoso e frustrante lavorare in ufficio. I lavori che faccio ora mi piacciono e mi gratificano.

10) Qual è il tuo motto?
“Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te.” Me lo ripetevano sempre la mia vicina di casa, mia nonna, le suore delle elementari e… insomma a forza di dirmelo mi hanno fatto il lavaggio del cervello. Scherzi a parte questo è ciò in cui credo, però dico anche sempre: “Fattela na risata Signò, ‘n sia mai te sveji sotto a ‘n cipresso!!” (Ridi finché puoi, ché la vita è breve). Ho sempre riso delle disgrazie, soprattutto le mie. Bisogna sdrammatizzare sui problemi perché la vita è un mozzico.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 26-03-2019 alle 20:24 sul giornale del 27 marzo 2019 - 2942 letture

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