Essere CODA: farsi ponte tra due realtà

3' di lettura 19/01/2019 - Intervista a Carlo Wialletton

Coda (Children of deaf adults) è l’acronimo nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto da Millie Brother, fondatrice dell’organizzazione CODA International, per rappresentare e tutelare i figli udenti di genitori sordi. CODA Italia esiste invece dall’ottobre del 2014 grazie all’unione di cinque ragazze che hanno dato il via a un gruppo coeso e sempre più numeroso.

Carlo Wialletton è nato il 25 maggio 1972 da genitori sordi segnanti. Coda e orgoglioso di esserlo, ha creato il gruppo Facebook "Amici della Lingua dei Segni nel mondo". Padre di un figlio di 17 anni, vive a Roma e lavora come interprete, performer e docente LIS. Suo il ruolo del perfido Frollo nel musical Notre Dame de Paris in LIS di Laura Santarelli.

L'intervista che segue è la prima di una serie di testimonianze che avremo il piacere di leggere. Ringrazio Carlo per la sua disponibilità e quanti hanno deciso di contribuire raccontando la propria esperienza.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Far parte di una grande famiglia. Sapere che altre persone hanno vissuto, più o meno, le stesse esperienze, aiuta. Sai che non sei solo.
2) Come hanno reagito i tuoi genitori quando hanno saputo di avere un figlio udente?
Non gliel’ho mai chiesto ma credo fossero contenti, almeno penso.
3) Come e quando sei stato esposto all'italiano?
Fin da piccolo, frequentando nonne, cugini e zii udenti, oltre a mio fratello maggiore.
4) A scuola ti sei mai sentito diverso dagli altri?
Forse alle elementari, perché quando si è piccoli, si è stronzi (riferito ad alcuni compagni che mi prendevano in giro).
5) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sordo?
Rispondo sempre ambedue, ma forse più udente.
6) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
Non sopporto i pettegolezzi, e li troviamo in entrambi i mondi, solo che in quello sordo, essendo una minoranza, si sanno più velocemente. Apprezzo per assurdo che i sordi siano senza peli sulla lingua, dicono ciò che pensano, senza fare sconti a nessuno.
7) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlio di sordi? Se sì, quanto hanno influenzato il rapporto con i tuoi genitori?
Sinceramente no, fin da piccolo mi è sempre sembrato normale. Anche se ho risposto no, voglio aggiungere due cose. Mi è dispiaciuto non aver mai avuto un dialogo più profondo con loro due. Mi confidavo soprattutto con gli amici. L’altra cosa è che avrei sempre voluto chiamare mamma o papà e veder loro girarsi o rispondere.
8) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Oltre al fatto di sapere due lingue, hai uno sviluppo cognitivo e linguistico non indifferente. E poi con la LIS puoi parlare ovunque: ambienti rumorosi, sott’acqua, tra una macchina e l’altra, a distanza. Senza dimenticare che esercita un buonissimo effetto su ragazzi autistici e con altre disabilità. Con la LIS tattile inoltre puoi comunicare con un sordocieco, altrimenti come faremmo?
9) C'è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Crescendo solo con i miei, mentre mio fratello è cresciuto dalla nonna, ho scoperto la musica a 11 anni grazie a lui (mio fratello) quando tornò con una cassetta mangianastri dal liceo.
10) Diventare Interprete LIS: vocazione o senso del dovere?
Un po’ tutt’e due forse, interprete lo sei da piccolo, a prescindere, poi magari crescendo sfrutti la conoscenza per lavorare, oltre al fatto di fare teatro e quindi performer.
11) Qual è il tuo motto?
Non mollare mai. Cadi, ti rialzi e continui a combattere.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 19-01-2019 alle 22:24 sul giornale del 21 gennaio 2019 - 3290 letture

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