Vivere le storie: Ivo ortolani, il falegname di Amandola

4' di lettura 26/06/2017 - Continuiamo il viaggio nei Sibillini, facciamo tappa ad Amandola. Probabilmente qualcuno l’avrà già sentita questa storia, o magari l’avrà letta su qualche testata. Però ha così tanto da dire, che vale la pena riprenderla ancora una volta.


Ivo Ortolani classe 1947 è un personaggio amandolese divenuto popolare per i suoi cartelli appesi fuori dalla bottega, come quello in cui dichiarava di andare in ferie per due anni consecutivi. Ebbene da amandolese sono tornato a trovarlo, ora che qualche cosa forzatamente è cambiata.
Ci diamo appuntamento per un mercoledì mattina e come mi avvicino al luogo designato, mi saluta già con la mano da lontano. Lo trovo in un bar di via Cesare Battisti, in compagnia di Pietro uno dei suoi nipotini sorseggiante dell’acqua.
“Ivo buongiorno, allora come va?”
“Eh eccomi qua, ti aspetto da un po’…”
Vero, sono in ritardo e me ne scuso, così iniziamo subito una serena chiacchierata.
Ivo è uno degli ultimi falegnami amandolesi (ebanista mi dice non è il termine corretto), la cui grande passione gli è stata trasmessa dal padre Vincenzo, che fin dalla tenera età se lo portava nel suo laboratorio per insegnargli il mestiere. Allora la domanda ci calza a pennello: Tu hai imparato il mestiere seguendo tuo padre?
“diciamo che io ho imparata guardando mio padre, come si dice…impara l’arte e mettila da parte, ma ho sbagliato anche molto e da lì sono migliorato. Come in tutto ci vuole equilibrio e pazienza, in questo lavoro in particolare.” E continua senza sosta:
“D’altronde- mi confessa- a quei tempi se nascevi figlio di contadini o artigiani dall’antica tradizione, non è che potessi seguire molte strade diverse.”
Ma lui non era certo obbligato, ha percorso una strada che gli piaceva percorrere.
Ha sempre lavorato nella sua bottega sita a piazza alta, nel civico 1 dov’era ed è, anche la sua casa. Una vera bottega con attrezzi ed utensili di prim’ordine, nella quale Ivo passava la maggior parte del suo tempo a produrre mobili. Negli anni ’50 andavano molto gli infissi, mentre i restauri sono cominciati più verso gli anni ’70. Ha continuato a scolpire il legno fino anche a dopo la pensione, con instancabile grinta e grande professionalità. Infatti nonostante i goliardici cartelli usati più per allontanare i clienti quando oberato di lavoro e divenuti un simbolo, sapevi benissimo dove trovarlo.
Qualcosa però oggi è cambiato, lo sappiamo tutti dato che ne parliamo da mesi: il terremoto si è fatto sentire di nuovo.
Amandola è stata duramente colpita, ma non si è piegata e così ha fatto anche Ivo. La sua casa ha subito dei danni e di conseguenza anche la sua storica bottega.
Ecco la fatidica domanda: Come stai? Banale ma fondamentale.
Ivo mi risponde lentamente, capisco che l’argomento lo tocca nel cuore, infatti non riesce a trattenere qualche lacrimuccia, che anche Pietro nota. Hanno dovuto abbandonare casa e bottega e trasferirsi, lui, la figlia e i nipoti in via Cesare Battisti per l’appunto. Andarsene dal luogo che senti più tuo, in cui sei cresciuto, è sempre un duro colpo. Acquisita la nuova dimensione, Ivo non vuole perdere il contatto con l’artigianalità che lo contraddistingue e adatta un vecchio garage, in una piccola botteguccia in cui si diverte con dei piccoli lavori su commissione, dato che le grandi attrezzature sono inutilizzabili e dislocate nella casa terremotata. Una dignitosa ed ingegnosa sistemazione, per ricominciare con rinnovata fiducia e una testardaggine tutta sibillina.
Caratteristica importantissima anche per chi volesse intraprendere quest’attività, cosa ne hanno fatto in pochi, perché consta fatica, estrema pazienza e tanto sudore. Oggi si deve sempre invece arrivare in alto e subito, senza sgobbare troppo. Ecco perché il settore è in grande difficoltà, come lo stesso Ivo mi confessa. Qualche giovane bravo c’è anche, ma sono numeri esigui.
A quel punto Ivo guarda l’ora e mi dice:
“Devo andare a prendere Ettore, l’altro nipotino all’asilo. Doveri di nonno, scherza, ma prima voglio dirti ancora una cosa:
mi sarebbe piaciuto e mi piacerebbe ancora, insegnare a qualcuno questo mestiere che più che un lavoro, è un’espressione artistica fatta di anima e coraggio. Le leggi attuali sono poco flessibili per permettere di esser affiancati da un giovane, ma con le strutture giuste e i mezzi idonei, non sarebbe male creare una scuola proprio quassù. So’ che può essere difficile, perché servono spazi, attrezzature e quant’altro ma, qualora accadesse, sono disponibile…”
E chissà che magari leggendo questa storia, qualcuno raccolga l’invito.


di Marco Squarcia
redazione@viverefermo.it







Questa è un'intervista pubblicata il 26-06-2017 alle 17:55 sul giornale del 27 giugno 2017 - 3041 letture

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