Lavoro agile: più che innovazione, taylorismo digitale

Spi Cgil 6' di lettura 25/05/2017 - Una sfida che si può vincere, nonostante le resistenze di una parte del management, attraverso un maggiore coinvolgimento dei lavoratori e dei sindacati. Necessario un sistema di regole condiviso, anche per via contrattuale

Troppo piombo nelle ali del lavoro agile. Lo dice in seduta plenaria il senatore Pietro Ichino, illustre avvocato e professore, già sindacalista. E sotto questo brutto titolo l’onorevole professore raccoglie alcuni elementi e chiavi di lettura del cosiddetto lavoro agile, che periodicamente risuonano dagli spalti datoriali e da alcune tribune accademiche.
E chi ancora si meraviglia delle cose del mondo non può rimanere indifferente di fronte all’espressione “la prestazione lavorativa è esentata dal vincolo contrattuale del coordinamento spazio-temporale, assumendo così i tratti essenziali della prestazione autonoma”.
Certo può essere che chi si associa a questa affermazione si riferisca in realtà a dimensioni spazio-temporali diverse dalla nostra, ma qui da noi le cose vanno un po’ diversamente. Perché basta uscire dalla retorica e andare nel mondo reale, dove il lavoro agile esiste già ed è spesso formalizzato in progetti o accordi, per accorgersi che nessun datore di lavoro si sognerebbe mai di cedere il vincolo del coordinamento spazio- temporale. Né tantomeno di rinunciare ai vincoli di direzione e organizzazione del lavoro, costitutivi proprio del lavoro dipendente di qualsiasi tipo. Nella pratica delle decine di progetti e accordi di smartworking che in questi anni si sono diffusi nelle aziende italiane, mai una volta il datore di lavoro ha disposto o proposto che il lavoratore agile fosse libero di lavorare in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo.
Che poi fosse anche solo parzialmente libero di modificare le direttive e le disposizioni tecnico-organizzative del lavoro è questione che non vale neanche la pena sollevare. Anzi, a voler guardare il mondo, quello vero, le aziende che stanno sperimentando il lavoro agile, lo stanno facendo autorizzando i lavoratori a svolgere la propria prestazioni in luoghi specifici e, nella quasi totalità dei casi, vietando tassativamente il lavoro in luoghi pubblici. Altro che assenza del vincolo. La chiamano tutela delle informazioni riservate e rispetto della privacy aziendale. Un tema su cui le aziende sono molto sensibili, anche se alcune nuove tecnologie consentirebbero di lavorare in pubblico con un rischio molto basso.
Certo esistono anche realtà dove il lavoro agile viene praticato, ma non è formalizzato. E questo spesso lo si traduce nella richiesta di continuare a lavorare in un altro luogo, fuori dall’orario di lavoro, senza alcun riconoscimento e alcuna tutela, neanche quelle basilari.
Ridurre l’orario di lavoro, perché ci converrebbe
Il fallimento del Jobs Act e delle politiche economiche del governo è sancito dai numeri, che solo nel 2017 mostrano l’aumento significativo dei licenziamenti disciplinari e un’occupazione trainata dai contratti di lavoro a tempo determinato. Un risultato che spinge ad una riflessione critica sui principi teorici che hanno ispirato le misure del governo Renzi e che necessita di alcune considerazioni sul ruolo di politiche alternative per rispondere alla crisi occupazionale e al fenomeno strutturale del lavoro povero. I risultati fallimentari del Jobs Act risiedono in buona parte nell’accettazione acritica dei dogmi neo- liberali, che assegnano alla riduzione del costo del lavoro la leva per rimettere in sesto la competitività dell’economia nazionale.
Il postulato della moderazione salariale e di politiche di liberalizzazione dei rapporti di lavoro come viatico per la crescita dell’economia si lega ad una visione dello sviluppo export led, trainato cioé dalla capacità di esportazione delle imprese in un quadro segnato dalla concorrenza internazionale.
La dipendenza dal mercato estero e la scarsa propensione agli investimenti pubblici e privati (tra i più bassi dell’Eurozona), derivanti tra l’altro da una domanda interna stagnante, spiegano la tendenza del settore privato ad utilizzare gli incentivi pubblici (gli sgravi contributivi) per ristrutturare l’apparato produttivo attraverso licenziamenti ed esternalizzazioni o come risparmio non investito, quindi sotto forma di rendita. L’impianto delle politiche economiche del governo si è quindi focalizzato unicamente sul lato dell’offerta, senza però che alla riduzione del costo del lavoro si siano accompagnate misure di rilancio dell’industria nazionale e di ammodernamento dell’apparato produttivo. Il risultato è quello prevedibile: aumento del lavoro “povero”, bassi salari, segmentazione del mercato del lavoro con punte di sfruttamento intensivo come testimoniato dall’emergere di fenomeni di nuovo caporalato e alto tasso di disoccupazione, specie tra le generazioni più giovani.
Se il fallimento del Jobs Act è sotto gli occhi di tutti, la costruzione di una ricetta alternativa deve ripartire dalla messa al bando dei presupposti che hanno ispirato le politiche del lavoro degli ultimi decenni, rovesciandone la base teorica e politica. Riconoscendo dunque, priorità al lavoro e alle condizioni di vita dei lavoratori e delle lavoratrici rispetto a quelle dell’impresa, ripristinando una scala di valori che risponda ai bisogni vecchi e nuovi del mondo del lavoro. In questo quadro, la discussione attorno alla redistribuzione del tempo di lavoro e più in generale ad una riforma profonda delle forme di organizzazione del lavoro in rapporto ai tempi di vita assume nuova centralità.
Riduzione dell’orario e occupazione
Come è stato già notato in Italia si lavora mediamente di più rispetto a paesi come la Germania e la Francia, in cui le performance complessive dell’economia sono nettamente migliori. Redistribuire l’orario di lavoro, riducendo l’impatto delle ore lavorate per singolo lavoratore avrebbe il merito evidente di ampliare la base occupazionale e rispondere concretamente all’aumento della disoccupazione. Un’affermazione che solleva alcune critiche da parte dei difensori dell’ideologia neo-liberale. Tra i vari rilievi posti, vi è la considerazione che la riduzione dell’orario di lavoro non provocherebbe alcun miglioramento dell’occupazione, in quanto avrebbe un impatto negativo sul costo del lavoro, e in particolare sui costi unitari del lavoro. La tesi è che se le imprese assumono più lavoratori sarebbero costrette a veder aumentare i costi a parità di prodotto, riducendo quindi la capacità concorrenziale sui mercati.
Una considerazione discutibile, a partire dalle statistiche ufficiali che spiegano che nel nostro paese vi è stata la riduzione più significativa del costo del lavoro tra i paesi dell’Eurozona, senza alcun beneficio sulla competitività delle imprese.
La caduta del costo del lavoro, che è seguita alle politiche di moderazione salariale e agli interventi di liberalizzazione del mercato del lavoro, ha avuto un impatto nullo, se non negativo sulle performance dell’economia nazionale. (confrontare dati sul Pil). Evidenze che spiegano come la dinamica dell’economia nazionale non dipenda dagli oneri salariali e contributivi a carico delle imprese, ma dall’assenza di politiche della domanda che favoriscano la crescita dei consumi e degli investimenti.
La ragione è semplice e intuitiva: la dinamica degli investimenti privati è legata alla fiducia delle imprese sulla probabilità che l’aumento del prodotto, a seguito degli investimenti tecnologici, incontri una crescita della domanda di beni e servizi.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 25-05-2017 alle 11:49 sul giornale del 26 maggio 2017 - 673 letture

In questo articolo si parla di attualità, lavoro, sindacati, Spi Cgil, jobs act

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