Festa del lavoro o lutto nazionale?

3' di lettura 01/05/2017 - «Siamo stanchi di diventare giovani seri o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare. Non vogliamo essere subito già così senza sogni». Pier Paolo Pasolini, “La meglio gioventù”

Il primo maggio, come ogni anno, ricorre la Festa del lavoro o Festa dei lavoratori. Una tradizione ormai consolidata anche in altri paesi (da Cuba alla Turchia, dal Brasile alla Cina e poi Russia, Messico e non ultimi i paesi dell'UE) e risalente addirittura al 20 luglio del 1889.
Tutto ebbe inizio durante il congresso della Seconda Internazionale, riunito in quei giorni nella capitale francese. In quell'occasione venne organizzata una grande manifestazione in cui si chiedeva esplicitamente alle autorità pubbliche di ridurre la giornata lavorativa a otto ore.
Perché il 1° maggio? La scelta non fu del tutto casuale: infatti tre anni prima, nel 1886, una protesta operaia a Chicago era stata repressa nel sangue.
La storia insegna che a metà del 1800 i lavoratori non avevano diritti: venivano sottoposti a turni estenuanti, in condizioni poco raccomandabili e le morti bianche erano all'ordine del giorno. L'iniziativa di Parigi divenne il simbolo delle rivendicazioni operaie e si estese anche ad altre nazioni. In Italia, nel 1923, sotto il fascismo venne abolito il 1° maggio per poi essere reinserito ufficialmente nel 1947 come festa nazionale italiana.
Secondo i dati Istat Marche un giovane su tre non trova occupazione e oltre 5000 sono i posti di lavoro persi nell'arco di un anno. Ciò dimostra che la disoccupazione giovanile persiste, considerando anche l'aumento del precariato: tempo determinato e voucher.
Mentre in tv trasmettono il discorso del Presidente e il consueto concertone in Piazza San Giovanni a Roma, non possiamo fare a meno di leggere lo slogan CGIL CISL UIL appeso in bella vista sopra al palco: “Lavoro: le nostre radici il nostro futuro”. Sì, ma quale futuro? Soprattutto per gli over 30 è un fardello troppo pesante da portare perché magari ancora in cerca del primo impiego oppure perché sfruttati, sottopagati o costretti nel girone dell'eterna gavetta mai retribuita. Eh già, perché è così che va il mondo. Bisogna accontentarsi à tout prix, prendere ciò che viene, chiudere in un cassetto sogni e aspirazioni e gravare sulle spalle dei genitori chissà ancora per quanto tempo. “Si assume solo personale qualificato e con esperienza”: una frase che risuona come un mantra per quanti cercano ogni giorno di darsi delle possibilità.
Ed ecco allora che l'insoddisfazione prende il sopravvento, l'autostima diminuisce, l'attesa di un altro treno mancato logora e offusca le prospettive di una trasognata normalità: una casa, un impiego soddisfacente, dei figli e un po' di svago che non guasta. Questo è chiedere troppo? Al giorno d'oggi sembra proprio di sì.
Molti celebrano questa giornata con gite fuori porta, fave e pecorino, a tanti altri rimane invece soltanto l'amaro in bocca di una situazione sempre più inaccettabile.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 01-05-2017 alle 18:30 sul giornale del 02 maggio 2017 - 1894 letture

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