Edoardo Di Mauro presenta la rassegna 'Anni Zero. Arte italiana del nuovo decennio'

edoardo Di Mauro 15' di lettura 29/10/2010 -

Sabato 30 ottobre 2010 alle 17.30 presso la Sala dei Ritratti del Palazzo dei Priori di Fermo il curatore Edoardo Di Mauro presenta la rassegna "Anni Zero. Arte italiana del nuovo decennio".



Questa rassegna allestita presso il Caffè Letterario di Fermo, sintetica ma compatta quanto a qualità degli artisti selezionati ed impostazione critica, è un appuntamento che curo grazie alla sensibilità dimostrata dal Sindaco di questo storico centro collocato nel cuore delle Marche, ed al sostegno di amici ed artisti di una regione che ho inteso valorizzare dal punto di vista territoriale con l’invito ad esporre a tre significativi autori quali Paolo Consorti, Roberta Conti e Mario Vespasiani.

La mostra costituisce per il sottoscritto un’ altra importante occasione per anticipare i contenuti di un progetto che è mio intento realizzare con il titolo di “Un’altra storia. Arte italiana contemporanea dagli anni ’80 ad oggi”, una manifestazione che sarà accompagnata da un libro-catalogo di ampie dimensioni e necessiterà quasi certamente di più sedi per potersi articolare al meglio, dato l’ampio lasso di tempo trattato e la grande quantità di artisti apparsi sulla scena . Si tratta di una rilettura, fuori dagli schemi e dalle convenzioni tipiche degli ultimi anni, del panorama dell’arte italiana contemporanea, dalla seconda metà degli anni ’70 ai giorni nostri, dalla post modernità all’ingresso nel nuovo millennio. Questa rassegna , intitolata “Anni Zero. Arte Italiana del nuovo decennio” si pone sulla scia di una serie di operazioni capillari di lettura critica dell’arte italiana delle ultime generazioni che vado proponendo da ormai un quarto di secolo in spazi pubblici italiani e talvolta stranieri come, negli anni ’80, “Nuove tendenze in Italia” e “Ge Mi To : l’ultima generazione artistica del triangolo industriale”, negli anni ’90 “Sotto osservazione : arte e poesia di fine secolo”, “Eclettismo”, “Carpe diem … una generazione italiana”, “Va’pensiero. Arte Italiana 1984/1996” , “Art Fiction” e, in questo decennio, “Una Babele postmoderna : realtà ed allegoria nell’arte italiana degli anni ‘90”, “Punto e a capo : nuova contemporaneità italiana” “Interni Italiani” e “Tra un secolo e l’altro : artisti italiani tra continuità e differenza”, per citare quelle di più ampio respiro e tralasciando le molte dedicate a specifici ambiti stilistici o delimitati settori generazionali o regionali.

L’arte italiana all’estero è generalmente rappresentata da singole individualità spesso avulse dal contesto globale di un territorio estremamente variegato, quindi è importante lavorare per diffondere aspetti poco approfonditi della nostra scena nazionale, considerato anche che la percezione dell’arte italiana dell’ultimo trentennio al di fuori dei nostri confini è talvolta assai diversa da quella che viene divulgata da ambiti comunicativi e di sistema predominanti. Per parlare degli ultimi trent’anni circa di arte italiana non si può non partire da un inequivocabile, quasi scontato, dato di fatto, cioè che gli ultimi due movimenti innalzatisi ad un riconoscimento internazionale, sono stati l’Arte Povera e la Transavanguardia, con percorsi diversi che di recente si sono intrecciati in una sorta di reciproco riconoscimento, da cui non era difficile prevedere l’ attuazione in una sottile logica di esclusione di quanto sta al di fuori di quel recinto.

La fascia generazionale maggiormente penalizzata da questo stato di cose, che trova solo parziale motivazione nell’indubbia forza espressiva dei movimenti prima citati, è stata quella, di non indifferente qualità, emersa subito dopo la Transavanguardia, tra la metà degli anni ’80 ed i primi anni ’90, periodo nel quale è, tra l’altro, avvenuta la mia formazione critica e da me ben conosciuto, che ho dettagliatamente analizzato nella primavera 1997 con la mostra ed il libro intitolati “Va’pensiero. Arte Italiana 1984/1996”. Il fatto di avere sostanzialmente “saltato” una generazione sta all’origine, a mio modo di vedere, della sostanziale irrisolutezza dell’arte italiana lungo tutto il corso degli anni ’90. Gli autori del decennio precedente si sono giocoforza “riciclati” in quello successivo, facendo saltare qualsiasi paletto divisorio in merito ad un plausibile concetto di “giovane artista”, per di più all’interno di una scena sempre più affollata e confusa, in parte per una occulta volontà ma anche per motivazioni pertinenti l’evoluzione della società post industriale nel suo complesso. Come è noto, dopo il 1975 la situazione muta radicalmente di segno. A seguito soprattutto del rigido rigore del concettuale di matrice analitica e tautologica, dove si manifestava una evidente prevalenza dei significanti sui significati e l’assenza di una dialettica con l’esterno, con l’opera proposta al grado zero, nella sua nudità formale e compositiva, e l’assoluto divieto, sancito dai severi sacerdoti del dogma, dell’introduzione di sia pur minime componenti manuali e decorative, si verificò un’implosione di quello stile, e la lenta ed inesorabile deriva verso altri territori, in sintonia con la costante ciclicità degli eventi artistici. Tra la fine degli anni ’70 ed i primi anni ’80 prende corpo ed evidenza la svolta post concettuale dell’arte, con l’esplodere di movimenti radunati attorno alle parole d’ordine del ritorno alla pittura, di matrice visceralmente neoespressionista od infarcita di valori simbolici e decorativi e, in generale, del ripristino di una manualità dal sapore antico, nell’accezione etimologica originaria della “technè”.

Il moto spiraliforme dell’arte inverte la sua traiettoria e intraprende un cammino a ritroso nel tempo, nel territorio densamente popolato della memoria, cimentandosi in un’operazione di citazione dei modi e delle maniere del passato, recente e talvolta remoto, per poi riproporsi al presente ricontestualizzato all’interno delle inquietudini della contemporaneità. Tra la metà degli anni ’80 ed i primi anni ’90 viene alla luce una generazione artistica di grande interesse impegnata in una ridefinizione dei generi e degli stili e in un rapporto di confronto serrato con la nuova società post moderna della tecnologia e dello spettacolo. Queste caratteristiche sfociano nel decennio successivo in un clima di generalizzato eclettismo stilistico, con punte di attenzione verso la rivisitazione dei linguaggi concettuali e pop ed un’apertura significativa nei confronti dell’uso della fotografia e delle tecnologie video e digitali. Gli anni ’90, come già citato prima, segnano l’ingresso del sistema artistico italiano in una fase di crisi e di de-valorizzazione nei confronti dello scenario internazionale, all’interno del quale iniziano a fare capolino i paesi emergenti del continente asiatico. Vengono privilegiati, da parte dei più forti soggetti della scena dal punto di vista critico, economico, istituzionale ed editoriale, artisti che si conformano ai canoni di un neo concettuale epigono ed irrilevante dal punto di vista linguistico o, all’opposto, pittori poco originali che si limitano a rimasticare gli stereotipi degli anni ’80. Per gli altri artisti, critici e gallerie che non si omologano a queste imposizioni scatta un fitto muro di silenzio ed un sottile boicottaggio.

Nel decennio successivo e tuttora in corso mutano alcuni dati. Dopo l’11 settembre, evento che ha squarciato il velo tra reale e virtuale, il termine post moderno perde in parte d’attualità e si inizia a parlare di neo contemporaneità; della necessità, ad oggi non concretizzata, di passare dalla condizione liquida dell’eterno presente ad una dimensione di progettualità futura e ad una riscoperta dell’etica, esigenze che l’attuale crollo del mercato basato sulla finanza speculativa potrebbe accelerare. Lo scenario si manifesta come ormai del tutto globalizzato; si moltiplicano eventi, fiere e biennali, Cina ed India entrano in forze nel sistema, la bolla speculativa ed il denaro facile in possesso degli oligarchi internazionali conducono a valutazioni assolutamente impensabili anche solo dieci anni fa. Tuttavia il moltiplicarsi delle possibilità e l’invasività della comunicazione tramite internet conducono anche ad effetti positivi. Non è più praticabile alcuna censura ed aumenta la frequenza espositiva delle opere, quindi si manifesta una condizione maggiormente pluralista. Questo anche se i vari microsistemi di cui è composto il panorama italiano continuano a guardarsi con diffidenza non trovando il coraggio di interagire.

In Italia negli ultimi anni è mancato il coraggio di proporre una rassegna organica che davvero rileggesse l’ultimo quarto di secolo della nostra arte in maniera totalmente diversa dagli schemi consueti ma, al tempo stesso, assolutamente priva di velleitarismi così come di attaccamento a valori e schemi di interpretazione estetica ormai passati ed inadeguati ad interpretare la complessità del presente. Il panorama dei presenti non costituirebbe una selezione da “Salon des Refusès”, tutt’altro. In mostra verrebbero presentati artisti dal solido curriculum e dotati di una storia personale nota ed inattaccabile, quasi sempre dotata di una appendice internazionale importante, coll’unico “torto” di essere stata spesso trascurata dalle poco obiettive gazzette artistiche italiane, e dai cantori di un sistema irrimediabilmente malato di conformismo ed esterofilia e, proprio in virtù di questo, estremamente debole nello scenario internazionale. Venendo ad “Anni Zero” debbo affermare che si tratta di una rassegna in grado di concentrare egregiamente le idee da me prima esposte poiché gli artisti presentati attraversano con la qualità dei loro lavori il percorso dell’ultimo quarto di secolo di arte italiana e ne costituiscono un esemplare spaccato e tutti sono stati inoltre protagonisti attivi degli anni “zero”, del periodo, cioè, tra il 2001 e l’anno che sta per chiudersi. Enzo Bersezio è un artista che, mantenendo ferme ed evidenti le sua radici calate nella scena post concettuale della metà degli anni ’70, ha saputo sintonizzare in maniera del tutto naturale la sua ricerca sui sentieri percorsi dalle più giovani generazioni Negli anni ’80 lo stile dell’artista si indirizza decisamente verso la scultura in direzione di un minimalismo pregno di spirito artigianale e di un uso quasi devozionale dei materiali, primo fra tutti il legno, sapientemente lavorato ed innervato di colore.

Questi lavori evocano l’immaginario naturale, l’acqua ed il mare in primo luogo, ma si dirigono anche verso territori di stringente attualità, sfidando l’universo delle arti applicate con una struttura formale che, più di vent’anni fa, ebbi a definire “architettura dell’immagine”. Vittorio Valente è un autore attento alle mutazioni biomorfiche. L’artista squarcia il “velo di Maya” sulle pulsazioni vitali degli organismi cellulari, osservati grazie alla sua attività di analista chimico, che sfrutta per avvertirci dell’esistenza di cellule impazzite, di virus che incombono minacciosi ad insidiare le nostre esistenze anche se presentano, dal punto di vista estetico, delle parvenze artistiche di assoluta suggestione. Valente adopera il silicone per creare installazioni ed opere bidimensionali, facendone una “seconda pelle” che invade giocosamente cornici e strutture, oggetti ed ambienti, con coerente senso di rapida ed esponenziale proliferazione. Gianfranco Sergio , attivo con importanti apparizioni pubbliche fin da giovanissimo nei primi anni ’80, si esprime con una linea ambivalente e correlata dalla continuità di un progetto coerente dove prevale la proposta di elementi conici o piramidali proiettati in una tensione spiraliforme, in sintonia con lo spazio curvoidale dell’era tecnetronica. Nelle installazioni oggettuali prevale l’impiego di elementi metallici agili e svettanti ma spesso evocanti un senso di latente minaccia mentre la produzione pittorica si colloca su di un versante talvolta aniconico, in altri casi ispirato alla tradizione della metafisica e del realismo magico. Walter Vallini è un noto architetto e designer la cui proposta dimostra la reale urgenza, nel nostro tempo, di contaminazione e complicità estetica tra le varie discipline.

Le sue installazioni, al confine tra arte e design, sono caratterizzate da un funzionalismo “dolce” in cui l’oggetto va oltre il suo compito di concreta praticità per relazionarsi con l’ambiente in cui si colloca, contribuendo a determinare le reazioni psicofisiche dei fruitori, con un’operazione in cui la “technè” è intesa come capacità di progettare, di aggiungere all’oggetto un’opportuna dose di estro e creatività, emendandolo in buona misura dal suo destino di “merce”. Tea Giobbio riflette sul rapporto tra il suo essere donna ed il mondo tramite un’analisi della condizione del corpo femminile e l’invasiva esteriorità contemporanea o si sofferma, con la delicatezza del bianco e nero, su paesaggi onirici in cui il cielo funge da cornice all’immanenza di soggetti placidamente zoomorfi. Come evidenziato anche da altri curatori nel lavoro della Giobbio è privilegiato il concetto dell’”assenza” in quanto il suo corpo, così come il paesaggio, non appare mai nella sua interezza ma si fissa in una situazione temporale di transito e divenire. La produzione artistica di Roberto Zizzo, al di là delle varianti iconiche e formali, si è contraddistinta per una dissacrante ironia posta sull’obliquo confine tra dimensione noetica e materialità estrema.

Le sue opere lanciano una sfida sia nei confronti di certo manierismo concettuale “politicamente corretto” che del sensazionalismo scontato e prevedibile. Zizzo adopera gli scarti del vissuto quotidiano, penetra anfratti poco frequentati per contestualizzarli nella dimensione dell’opera. Questo avviene sia con manipolazioni digitali di immagini pescate nel giacimento visivo internettiano e di icone della storia dell’arte, che con la proposta di sagome umane ed ambienti a metà tra iperrealismo e surrealtà. Francesca Maranetto Gay utilizza il video, la musica e la tecnologia digitale per realizzare immagini in movimento spesso fissate nei frames dove protagonisti sono la dimensione interiore ed il trascendente nell’accezione del dialogo con l’altro da sé o della contemplazione del paesaggio nel suo scorrere e divenire. L’autrice utilizza il digitale con una vena lirica ed una intensità narrativa dove il ritmo visivo si abbina a sonorità da lei stessa create . La sua contemplazione non è statica ma in movimento, nei suoi video assistiamo a dei viaggi trans reali con una partenza ed un arrivo ed in mezzo un turbinio di sensazioni. Francesca Renolfi si avvale di una tecnica mista in cui talvolta la pittura si abbina alla fotografia con il filtro visivo fornito dalla fotocopia ed anche dalla luce al wood. In altri casi prevale l’immagine digitale sfruttata per la sua capacità combinatoria e per la nitidezza della visione. In entrambe le opzioni l’artista concentra l’attenzione sul proprio corpo messo in relazione con molteplici contesti ambientali ed architettonici.

Un corpo che frequentemente si sdoppia, si dispone in sequenza parattatica, assume pose sofferte oppure estatiche, si libra in aria come i santi della tradizione popolare. I lavori di Roberta Conti evidenziano un apparato figurativo minimale reso col repertorio stereotipato della cultura pop. Vari altri sono i rimandi possibili. Si rinvengono tracce dell’avanguardia proto novecentesca in bilico tra astrazione e figura, come in Mirò, indizi dell’art brut dubuffetiana, l’attenzione agli archetipi dell’immaginario infantile e tracce della cultura del graffitismo americano delle origini. Ma lo stile di Roberta Conti è anche estremamente personale ; le sue tondeggianti figurine, realizzate con vivaci tinte acriliche, assumono l’aspetto di monadi tra loro aliene e tali da simboleggiare la competizione fine a sé stessa, l’incomunicabilità che caratterizza le relazioni sociali nella civiltà contemporanea. Mario Vespasiani è un’artista giovane ma dotato di una evidente consapevolezza formale e progettuale. Il linguaggio con cui Vespasiani vuole permetterci di fruire la sua visione del mondo divenendone partecipi è quello della pittura, che si manifesta in lui come autentica passione, testimoniata dalla fresca fluidità del tratto. La sua non è però una poetica fatta di virtuosismo autoreferenziale, come purtroppo talvolta avviene. La pittura è madre di tutti i linguaggi, strumento capace di adattarsi al flusso dei tempi quindi naturalmente concettuale. I lavori di Vespasiani ci propongono visioni cosmiche, deflagrazioni spaziali, paesaggi di pura visione interiore. È come se la tradizione del paesaggio secentesco, filtrato dalla lungimiranza di Turner e dal rapporto impressionista con la luce giungesse ad un approdo con la nostra civiltà tecnologica e post moderna per delineare una rinnovata categoria del sublime. Dimensione del sublime a mio avviso perseguita anche da Paolo Consorti, sebbene con tecniche diverse. Consorti è infatti uno degli autori più interessanti, non solo in Italia, relativamente ad un uso delle nuove tecnologie e del video non banalmente appiattito sul reale ma tramite linguistico atto a costruire visioni “nuove”, frutto di un efficace mix tra passato e futuro ed efficace sintesi dell’eclettismo del nostro tempo che mal si abbina, salvo rari casi, ad una visione dell’esistente asettica e minimale.

Con Consorti possiamo dire di essere in presenza di quel “reincanto dell’immagine” con cui intitolai una mostra di qualche anno fa, atteggiamento per cui le tecnologie immateriali permettono, in arte ma non solo, la ripresa di valori magici e rituali tali da collegare la nostra epoca ad un passato premoderno con la ricomparsa di antichi archetipi ed una nuova dimensione comunitaria in cui l’individuo vive attraverso lo sguardo e le leggi degli altri.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 29-10-2010 alle 12:26 sul giornale del 30 ottobre 2010 - 935 letture

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