Monte Urano: Woody Allen ai mercoledì d\'Essai

woody allen 10' di lettura 02/11/2009 - E’ tornato il grande Woody Allen in uno straordinario film divertente e ironico, pieno di caustiche e sferzanti battute. A distanza oramai di alcuni anni, troviamo una bellissima sorpresa cinematografica fatta di dialoghi smaglianti e incendiari. Un nuovo capitolo della sua storia personale, per ricordarci com’era prima che qualcuno magari più disilluso ne prenda il posto.

GIOMETTI CINEMA Cine-Teatro Comunale ARLECCHINO Monte Urano via Gioberti 14 I MERCOLEDI D’ESSAI primo ciclo della stagione 2009 - 2010 4 – 11 – 18 – 25 NOVEMBRE 2009 Mercoledì 4 novembre BASTA CHE FUNZIONI di Woody Allen (USA – Francia 2009 – 92’)

LA CRITICA DEL FILM:

ROBERTO NEPOTI – LA REPUBBLICA È una rimpatriata il nuovo film di Woody Allen, che, chiusa la lunga parentesi europea, torna a Manhattan e rimette in scena se stesso. Affidandosi a una controfigura: un personaggio altrettanto cinico, misantropo e ipocondriaco di quelli che un tempo interpretava lui stesso, di nome Boris Yellnikoff, ex-genio della fisica quantistica ritiratosi a vita semirandagia al Village dopo un tentativo di suicidio. Woody ha dato al proprio alter-ego la faccia di un attore e produttore già intravisto nei suoi film, Larry David, che predica lo stesso vangelo cinico del giovane Woody ma - con l\'età - è diventato sprezzante, iracondo e logorroico. Tanto da non farsi scrupolo di interpellare direttamente dallo schermo noi spettatori. Convinto che ciascuno cerchi un senso qualsiasi da dare alla vita, nel tentativo di \"esorcizzare il panico\", Boris dà asilo a una giovanissima biondina in fuga dalla provincia, Melody, che considera una perfetta scema; poi i suoi sentimenti cambiano e, quasi senza rendersene conto, la sposa. A turno arrivano dal paesello anche madre e padre della ragazza: creature bigotte e sessualmente frustrate. Nel prologo Boris ci aveva avvertiti di non aspettarci un film consolatorio: ribaltando le aspettative, nel finale ciascuno troverà la sua, provvisoria, ragione di vita. Commedia a prima vista semplice, in realtà \"Whatever Works\" (\"Basta che funzioni\") è un film complesso. Ricorre a battute ciniche come non mai (\"Dio è gay ... il grande arredatore\", \"gli americani odiano gli stranieri, questo è l\'american dream\"), eppure va a parare quasi in un panegirico dell\'amore: retto sì dal caso, come tutte le sorti umane, ma che in fondo può pioverti addosso in qualsiasi momento. Se nella prima parte il film pare un caso estremo di cinema-monologo, la seconda accantona un po\' l\'invadente Boris per lasciare spazio agli altri. La capacità alleniana di scrivere battute divertenti è inalterata; però lo spettatore conosce ormai troppo bene il repertorio per non avvertire un senso di già-sentito. L\'andamento divagativo degli episodi, invece, è più libero, più creativo. A momenti evoca i percorsi deboli, i personaggi instabili di quello che è ormai uso chiamare il \"cinema moderno\": i film della Nouvelle Vague francese e delle altre \"correnti\" europee anni 60 a cui Allen si è sempre ispirato

SILVIA ANGRISANI - FICE function ugcpost(url, width, height) { window.open(url,\"ugcpost\",\'width=\' + width + \',height=\' + height + \',scrollbars=1,resizable=1,menubar=yes,status=no\' ); } New York. Un bar all’aperto. Dopo essersi fatto pregare un po’, Boris accetta di raccontare agli amici le sue avventure. Prima di farlo, però, si allontana dal tavolo e guarda in macchina, per rivolgersi direttamente a noi e avvertirci: questo film non sarà un premio Oscar per l’allegria; se volete divertirvi e sentirvi bene, optate piuttosto per un massaggio. Naturalmente non è vero, e bastano queste prime battute ad annunciare il tono del film, caratterizzato da una foga esultante che spazia in tutti i campi dell’esistenza, mandando in frantumi dogmi religiosi, superstizioni e comune buon senso. La parola impetuosa è sovrana, come in tutti quei film in cui Woody Allen affida al personaggio protagonista il compito di rifare il mondo, se non attraverso l’azione almeno con la parola. Boris è uno di questi. Ex scienziato, Nobel mancato, professore di scacchi intransigente, ipocondriaco, misantropo e suicida fallito, Boris incarna una figura cara a Woody Allen: il filosofo che tenta con tutte le sue forze di tenersi ai margini dell’esistenza. Ma Allen mette sulla strada del suo alter ego una ragazza piena di buon senso, Melody, ex majorette, figlia di famiglia bigotta con una propensione innata a vedere la vita in rosa. I due destini si incrociano: lei gli chiede ospitalità per una notte ma di fatto riesce a trasferirsi in pianta stabile nell’appartamento di lui. Chi dei due soccomberà all’altro? Per il ruolo di Boris, Woody Allen ha scelto Larry David, uno dei talenti comici americani più apprezzati dal regista: sceneggiatore, attore nonché creatore della serie culto Seinfield e di Curb your enthusiasm. L’attore aveva già lavorato con Allen in passato, ma in piccoli ruoli (Radio days e New York Stories). In Whatever works, invece, Larry David è protagonista assoluto e ci regala un’interpretazione magistrale. Lei è Evan Rachel Wood, l’inquietante adolescente di Thirteen (Catherine Hardwicke, 2003) che per Woody Allen si trasforma in una briosa incarnazione del cliché della ragazza carina e inconsistente che sogna Hollywood ma sbarca il lunario come dogsitter, facilmente influenzabile e di una sconcertante ingenuità ai limiti della stupidità. Intorno ai due protagonisti, un’umanità attraversata da cambiamenti radicali: la madre di Melody, che sulle tracce della figlia fuggiasca arriva a New York dove scopre la sua vena artistica – lei che fotografava soltanto sua figlia in tutti i concorsi di bellezza di provincia – e il piacere della libertà; il padre di Melody che, all’inseguimento di moglie e figlia, si ritrova da solo in un bar ad annegare nell’alcool la sua fede nei valori della tradizione. Nel pieno rispetto delle regole della commedia, dopo disavventure e fraintendimenti la storia arriva a una felice ricomposizione finale, a un momento di grazia che tuttavia, commentato dal protagonista, ha tutta l’aria di essere un’amichevole presa in giro…

ALESSIO GUZZANO - CITY La miracolosa aria di Manhattan resuscita Woody Allen, cinematograficamente deceduto (a sua insaputa) da circa 10 anni. Dopo un tour europeo che ha prodotto film mediocri e bolse citazioni culturali, azzecca di nuovo la commedia esistenziale (finta) cinica che diverte. Parlando di se stesso, ovviamente, ma senza comparire in prima persona. (...) Ci indottrina col tono e i tempi del nobile intrattenimento radiofonico. Bentornato.

LUCIANA VECCHIOLI – L’ALTRO QUOTIDIANO È tornato il vecchio Woody Allen! Dopo la parentesi europea, il regista newyorchese riparte da Manhattan per proporci una delle sue migliori commedie, condita da quantitativi esorbitanti di cinismo e pessimismo cosmico. Avevamo quasi dimenticato le caustiche e sferzanti battute dei suoi primi lavori che qui fortunatamente ritroviamo in abbondanza. Un film tutto da ridere (e riflettere) (...)

PAOLO MEREGHETTI – IL CORRIERE DELLA SERA E’ fin commovente il modo in cui Woody Allen gira intorno ai soliti temi e ripropone sempre lo stesso \"stile\", a cominciare da quei titoli di testa bianchi su fondo nero, con gli attori in rigoroso ordine alfabetico. È come se volesse subito mettere le mani avanti: lui sa fare \"solo\" quelle cose e lo spettatore che entra in sala per vedere un suo film sa benissimo che cosa può aspettarsi, soprattutto adesso che è tornato a girare a New York dopo le avventure (non sempre esaltanti) in Europa. (...) E nei 92 minuti di film le carte che distribuisce Allen sono davvero tante (...) la \"solita\" commedia acida e divertente insieme (come ci si aspetta da Allen) diventa qualche cosa di diverso e di sorprendente, dove il pessimismo e la misantropia si colorano di una più saggia condiscendenza alle complessità della vita e le catastrofiche certezze sbandierate dal protagonista finiscono per scolorare in un più accomodante buon senso, dove Dio continua a essere definito un \"arredatore di interni\" (lo ripete dai tempi di \"Prendi i soldi e scappa\") ma l\'uomo trova, anche contro le sue più nere previsioni, la possibilità di godere di un po\' di felicità. Nonostante sia circondato da \"vermetti\" e da imberbi e irritanti aspiranti scacchisti.

FABIO FERZETTI – IL MESSAGGERO Sorpresa numero 1: dopo un lungo girovagare fra generi e città, Woody Allen torna nella \"sua\" Manhattan per ritrovare tutto ciò che credevamo di sapere del suo cinema di una volta, senza sbagliare un colpo. Sorpresa n. 2: dopo tanti film in cui non appariva o si confinava in ruoli di fianco (...), Woody trova finalmente un alter ego in grado di riprendere il suo personaggio di newyorkese nevrotico senza far rimpiangere l\'originale (con sfumature diverse, naturalmente). (...) In un susseguirsi di colpi di scena tanto annunciati, in fondo, quanto godibili, proprio per la finezza con cui Allen intesse le sue variazioni sul tema, facendo leva sulla complicità dello spettatore (in apertura Boris si rivolge addirittura alla platea, come in un film di Sacha Guitry) ma finendo per iniettare in questi \"tipi\" così idealizzati qualcosa di noi e dei nostri umori più segreti. Così si esce sollevati e sorridenti, pensando il solito Allen, e ci si ritrova a pensarci su, come se non avessimo mai visto niente di simile. A un autore così prolifico si può chiedere di più?

GIAN LUIGI RONDI – IL TEMPO (...) Dialoghi smaglianti e incendiari, situazioni proposte a lungo ma sempre con una vivissima dinamica cinematografica interna, con la conseguenza che i ritmi, oltre che fluidi sono quasi aggressivi, non concedendoci altre pause al di fuori dei pepatissiimi commenti di quel protagonista verso di noi, con il gusto di farsi avanti da un proscenio. Regge splendidamente quei commenti, e tutte le sfumature del personaggio, un attore come Larry David, degno, ad ogni svolta, della sua fama di attor comico di prim\'ordine.

MICHELE ANSELMI – IL RIFORMISTA (...) bisogna riconoscere che \"Basta che funzioni\', titolo fedele all\'originale \'Whatever Works\", è una bella sorpresa. Anche inattesa. Diciamolo: da tempo, con l\'eccezione di \"Match Point\", si faticava a distinguere un suo film dall\'altro. Sarà perché ne gira tanti, uno all\'anno cascasse il mondo, col pilota automatico, tutti accolti a Venezia fuori concorso. Invece, eccolo tornare agli standard rnigliori con questa commedia senile, nemmeno troppo acida, anzi in fondo consolatoria, piantata saldamente nella sua New York. Forse stanco di recitare, Allen trova in Larry David un alter-ego all\'altezza della fama: l\'ex fisico Boris Yellnikoff, che fu a un passo dal Nobel, è un misarltropo ebreo che condensa tutti i tic del suo creatore, incluso un pessimisrno nei confronti del genere umano, dal quale ha provato ad allotanarsi cercando di suicidarsi. Zoppo e in pensione, ripudiata la moglie colta/ricca per trasferirsi al Greenwich Village, l\'uomo filosofeggia al bar con gli amici, teorizzando: \"Qual è il significato di tutto? Niente\". Già visto e sentito? Certo. E non è nemmeno una novità che l\'icastico intellettuale brontolone, nel prologo color arancione, si rivolga direttamente alla cinepresa, cercando ascolto, forse interesse, mentre chi gli sta accarto sembra non capire. La trovata è loffia, si pensa al peggio. Invece, come baciato da una rinnovata vena creativa, Allen allestisce un buffo racconto morale che scorre via veloce (...) senza cedimenti, rielaborando temi pensosi col sorriso sulle labbra (...)

LIETTA TORNABUONI – LA STAMPA Di nuovo a New York, in una commedia divertentissima e desolata Woody Allen si affida a un altro se stesso: più giovane (62 anni), zoppo, scostante professore universitario in pensione, sentenzioso, nevrotico e sarcastico (...) Vivacissima, verbosa, incalzante, spiritosa, la commedia pare a volte un po’ stucchevole, saltellante: ma insieme con il vuoto e buffo brillare sta la malinconia della vita che non c’è più. Molto bello.





Questo è un comunicato stampa pubblicato il 02-11-2009 alle 10:29 sul giornale del 03 novembre 2009 - 1461 letture

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