Terremoti, crisi sismica e geologi: la storia si ripete

10' di lettura 14/04/2009 - \"Il 6 aprile 2009, alle ore 03,32, dopo circa tre mesi di piccole scosse arriva la botta: un forte terremoto di magnitudo Richter 5,8 colpisce l’area aquilana con epicentro a Paganica, ai piedi della dorsale del Gran Sasso; profondità dell’ipocentro 8,8 km. Un terremoto del tutto simile a quello che nel 1997 interessò l’area umbro-marchigiana. Eppure è il disastro\".

Le case sono crollate come burro; addirittura edifici in cemento armato sono crollati, tra cui la Casa dello studente, la Prefettura e l’Ospedale, quest’ultimo peraltro inaugurato nel 1999, come se fossero implosi. Da mesi nella zona c\'era una attività sismica di fondo piuttosto robusta, con tanto di chiusura di scuole, verifiche di eventuali danni, qualche cornicione pericolante, tanto spavento, ma niente più.. Il tutto fino al periodo 30 marzo - 6 aprile durante il quale si sono registrati eventi culminati il giorno 06 con la scossa principale, ma che aveva già dato avvertimenti il 05 aprile alle ore 22,48 con un evento pari a 3,9M e poi alle ore 00,39 con un secondo evento pari a 3,5.

Dal 06 si susseguono scosse con magnitudo uguale o superiore a 3. Tutte queste scosse sono avvenute a profondità crostali (entro i 10-12 km), tipiche dei terremoti dell\'Appennino. Questa circostanza determina un forte risentimento dello scuotimento in area epicentrale. Il terremoto è caratterizzato da un movimento di tipo estensionale, piani di faglia orientati NW-SE e direzione di estensione antiappenninica (dati disponibili sul sito dell’INGV). La tipologia di faglie che sembrano essere riattivate dalla scossa quindi sono perfettamente compatibili con quelle faglie quaternarie che caratterizzano l’area aquilana, lungo tutta la valle dell’Aterno (Progetto CARG; foglio L’Aquila, rilevamenti geologici del 1995-97) e che spesso vengono chiamate con i nomi dei paesi sulle quali giacciono: la faglia di Paganica, la faglia di Pizzoli, la faglia di Sulmona, ecc., quasi a ricordare e/o avvertire che i questi paesi sono stati costruiti proprio là dove non dovrebbero sorgere, a meno che ……..

C’è chi sostiene di avere previsto che ci sarebbe stata una forte scossa sismica già da qualche giorno sulla base di emissioni anomale di radon. Un tecnico del laboratorio del Gran Sasso, sostiene di aver elaborato un metodo in grado di prevedere l’arrivo degli eventi sismici. Il metodo si basa sulla quantità di radon emesso dalla superficie terrestre (il radon è un gas nobile, il più pesante di tutti gli elementi gassosi). Sembra che in quel periodo le emissioni fossero state piuttosto alte, tanto da indirizzarlo a sostenere che a breve ci sarebbe stato un terremoto disastroso e che la scossa avrebbe interessato l\'area di Sulmona. Non siamo in grado di giudicare quanto sostenuto da Giuliani, non conosciamo nulla del metodo da lui elaborato, il controllo delle emissioni di radon è un metodo di studio già seguito in altre parti del mondo e che potrebbe portare discreti risultati ma, per quel che se ne sa a tutt’oggi, necessita di un elevato numero di stazioni di controllo delle emissioni e un monitoraggio protratto per un tempo sufficiente, si parla di anni. In sostanza, allo stato attuale delle conoscenze, non è possibile realizzare una previsione deterministica dei terremoti (previsione della localizzazione, dell\'istante e della forza dell\'evento). La scossa ha interessato tutta la zona che si estende dall’Aquila verso sud, verso la valle dell’Aterno per una lunghezza di circa 30 km: L’Aquila, Paganica, Tempera, Onna, ed altre, tutte gravemente colpite, addirittura alcune quasi completamente rase al suolo. Nell’area epicentrale (ed in particolare a Paganica, Tempera ed Onna, particolarmente colpite dal punto di vista dell’edificato), è stato possibile verificare una modesta quantità di effetti geomorfologici (i cosiddetti effetti superficiali), limitati a frane di crollo, cadute di detrito, riattivazione di frane di piccole dimensioni e prevalentemente superficiali, fratture e fessure di direzioni estremamente variabili su depositi di diversa genesi, fratture del manto stradale, crolli dalle scarpate degli argini fluviali.

Anche nell’area di Barete e Pizzoli, a Nord Ovest dell’Aquila, gli effetti sul territorio sembrano, stando alle prime valutazioni, di modesta entità. Le osservazioni sugli effetti di superficie, anche se di carattere preliminare, risultano in linea con gli effetti attesi in relazione all’entità del sisma secondo quanto riportato in letteratura sotto il nome di Scala delle intensità ESI 2007 (http://www.apat.gov.it/site/_Files/Inqua/ESI%202007_Synoptic_table_of_intensity_degrees.pdf) . A parità di intensità dell’evento sismico il forte danneggiamento dei fabbricati è conseguenza sia delle loro caratteristiche strutturali e della tipologia edilizia a volte vetusta ed inappropriata, sia delle caratteristiche litostrutturali del sottosuolo delle aree sulle quali tali strutture sono state costruite. Probabilmente le forti eterogeneità nella distribuzione dei danni sono da imputare a fenomeni di compattazione (forse anche di liquefazione dei terreni) e/o di amplificazioni sismiche locali, forse anche per focalizzazione delle onde sismiche dovute alle caratteristiche litostrutturali (substrato fortemente tettonizzato, forti contrasti di competenza, forti spessori dei materiali di copertura e/o corpi di frana), geomorfologiche (particolare morfologia delle aree interessate dalle sequenze sismiche come ad esempio dorsali strette ed allungate, vallecole trasversali e selle) o alla morfologia del substrato sepolto sotto il potente materasso alluvionale (effetto catino, effetto di bordo, ecc.) delle aree colpite dal sisma.

Città come L’Aquila, Paganica, Tempera, Onna, ecc., sono infatti costruite su antiche conoidi alluvionali quaternarie, formate da spessi depositi ghiaiosi, all’interno dei quali si intercalano livelli limoso-sabbiosi a luoghi argillosi. Le piogge autunnali ed invernali, saturando i sedimenti grossolani, probabilmente, in concomitanza con la sequenza sismica, ne hanno amplificato l’effetto. Anche in questo il terremoto, che passerà alla storia come “il terremoto de L’Aquila”, è del tutto simile a quello che ha coinvolto l’Umbria e le Marche nel 1997. La sequenza, che peraltro sta interessando a nord la zona di Pizzoli (altro paese da cui prende il nome anche la faglia – faglia di Pizzoli) e la valle dell’Aterno (tant’è che la scossa delle 19,47 ha colpito Santo Stefano di Sessanio, sotto il Gran Sasso), ha già interessato quell’area in passato: eventi importanti sono accaduti nel 1703, quando tale sequenza iniziò da Norcia per terminare a L’Aquila (a Norcia il terremoto del 14 gennaio 1703 è stato stimato pari a 6.7M). Come sempre in queste occasione si rimane ammutoliti e frastornati, ma anche arrabbiati: arrabbiati perché nel XXI secolo ancora non riusciamo ad evitare che simili eventi naturali (che, purtroppo, radon o non radon, ancora non possono essere previsti) producano effetti disastrosi.

Eppure di quella zona si conosce la geologia, si conoscono le faglie, si conosce il loro potenziale, si riesce a ricostruirne la storia evolutiva, ma purtroppo non si riesce a far capire alla comunità che proprio grazie alla approfondita conoscenza della geologia dell’area è possibile permettere la costruzione in sicurezza sismica; più la geologia è dettagliata più saranno sicure, con le tecnologie ingegneristiche oggi disponibili, le abitazioni e le infrastrutture che verranno costruite su quei terreni. Conoscere la geologia di dettaglio permette di salvare case e soprattutto vite umane. Ad ogni differenza nella litologia e morfologia del terreno deve corrispondere una differente struttura antisismica. Questo vuol dire PREVENZIONE. Se la previsione non è possibile, almeno la prevenzione deve essere caparbiamente e accuratamente perseguita. E’ un concetto semplice da capire ma non altrettanto da far digerire alle strutture politiche e tecniche, perché un governo del territorio meno discrezionale è mal tollerato da chi si preoccupa più di asservire la comunità al proprio potere che essere asservito al potere per il bene della comunità. Il geologo è scomodo. Ci si ricorda in genere del geologo solamente a disastro avvenuto.

In questo caso neanche dopo il disastro! Non c’è stato nessun geologo, a meno di quelli che si interessano di terremoto da un punto di vista fisico (i cosiddetti geofisici), che sia stato invitato a parlare di negligenze, di manchevolezze, di carenze su quanto accaduto. Si è parlato di case ma non di suolo, di terremoto solo come energia. Basta con le città senza adeguati studi geologici allegati e bene integrati ai piani regolatori; basta con le città i cui studi geologici sono utilizzati come semplici carte colorate di appendice; basta alle pratiche edilizie ugualmente approvate senza i necessari studi geologici-geotecnici. Si parla di ricostruzione o di New town, ma non si pone il minimo interesse sulle rocce su cui costruire; calcestruzzo o cemento armato; ma di effetto sito nessuno ne parla, come nessuno parla delle caratteristiche geologiche e geomorfologiche dei terreni sui quali si andrà a ricostruire o a realizzare le new town. Nessuno ha parlato del fatto che esistono diversi depositi continentali quaternari e diversi substrati (argilloso, calcareo, arenaceo, ecc.) che rispondono diversamente alle sollecitazioni sismiche.

Anche in questo il terremoto de L’Aquila sarà simile a quello Umbria-Marche; anche questa volta il ruolo del geologo sarà di contorno e la previsione è facile, basta verificare quanti geologi svolgono la propria professione all’interno di enti pubblici, a cominciare dalle regioni, rispetto ai numeri di altri tecnici quali ingegneri, architetti, geometri, ecc. per capire quanta importanza viene data in un paese sismico come l’Italia ad una figura professionale che si occupa di studiare il sottosuolo per definizione. Quando un edificio in cemento armato si accascia su se stesso o è inghiottito da una voragine, significa che è mancato qualcosa, qualcosa che sta sotto, oppure è mancato qualcosa sopra. Quello che è mancato è allora la programmazione e il controllo: la programmazione perché dovrebbe prevedere l’attuazione di studi obbligatori di microzonazione sismica a cui dovrebbero essere adeguati in tempi brevissimi tutti i piani regolatori d’Italia e in particolar modo quelli delle aree ad elevato rischio sismico; il controllo perché è necessario il controllo delle indagini geologiche che devono essere appropriate ed opportunamente realizzate a seconda della tipologia di costruzione in progetto.

Oppure è mancato quel senso morale ed etico che avrebbe dovuto pervadere innanzitutto i legislatori ed i loro organi tecnici nello sviluppare e fare applicare normative e studi antisismici appropriati ma anche tutti noi professionisti quando, nello svolgere il nostro lavoro, sia esso di tipo ingegneristico-strutturale o geologico-geotecnico, a volte non siamo stati in grado di valutare che gli eventi naturali disastrosi colpiscono con frequenza assai superiore a ciò che la mente umana tende invece a valutare dimenticando facilmente la storia sismica del nostro paese. Purtroppo il terremoto dell’Abruzzo non è stato simile a quello dell’Umbria-Marche del 1997 nelle perdite umane e nel grado di danneggiamento; ma se in qualcosa potrà e ci auguriamo dovrà essere assolutamente simile e anche migliore, è nella consapevolezza che la conoscenza della geologia dell’area è una necessità primaria e non di complemento, perché le attività di micro zonazione sismica, fortemente volute dalle regioni Umbria e Marche, e che hanno costituito un atto innovativo esteso in un territorio molto ampio, hanno rappresentato un ottimo esempio di pianificazione territoriale, permettendo la ricostruzione e la ristrutturazione in sicurezza sismica anche del patrimonio storico e culturale gravemente compromesso.

Ma l’ulteriore passo sarebbe l’applicazione e la definitiva entrata in vigore di quella norma, dal nome di “Norme tecniche sull’edilizia”, che dal 2004 ancora stenta ad essere la norma di riferimento, e che è nata proprio a seguito del terremoto Umbria-Marche 1997 e di un altro evento sismico, altrettanto drammatico, che viene ricordato come il terremoto di San Giuliano di Puglia del 2002.



Marco Brunelli*, Piero Farabollini** & Enrico Miccadei***

* Libero professionista (AN)
**Università degli studi di Camerino (MC)
***Università degli Studi \"G. D’Annunzio\" (CH)





Questo è un articolo pubblicato il 14-04-2009 alle 18:23 sul giornale del 16 aprile 2009 - 928 letture

In questo articolo si parla di attualità, Marco Brunelli





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