Torre San Patrizio, Armando sconfigge il Covid: «Temevo di non farcela. I sanitari sono persone eccezionali»

4' di lettura 04/12/2020 - Dopo oltre un mese, Armando Craia lascia l’ospedale e torna a casa, dalla sua famiglia. All’altra “famiglia”, quella del Murri, dice: «Ho tanta voglia di conoscere e ringraziare chi mi ha salvato. Nell’attesa che ciò avvenga posso solo dire che siete delle persone fantastiche. Grazie, grazie e ancora grazie».

Prima un po’ di tosse, poi qualche linea di febbre. Armando era certo che fosse influenza. Mai una volta in giro per Torre San Patrizio, il suo paese, senza mascherina. Quando entrava in un negozio cospargeva sempre le mani di gel disinfettante. La regola del distanziamento l’ha sempre seguita alla lettera. Eppure, il Covid non lo ha risparmiato.

La febbre che, anziché scendere, sale a 39 °C. L’Usca che lo raggiunge a casa, gli fa il tampone. Dopo due giorni, il responso: positivo.

Nel frattempo la febbre continua a crescere. Il respiro inizia a mancare. Scatta il ricovero in ospedale, prima in Pronto Soccorso, poi in Malattie Infettive.

«Nei primi giorni è stato un susseguirsi di esami. Ѐ normale, dovranno farli, pensavo. A un certo punto mi dissero che sarebbe stato meglio se mi avessero portato in terapia intensiva: ci sono rimasto una settimana» racconta Armando.

Ai suoi organi, però, l’ossigeno smette di arrivare. Lo devono intubare.

«Lì ho creduto di morire. La mente, mentre mi preparavano e io, lentamente, mi addormentavo, mi diceva che non ne sarei venuto fuori. Me la sono vista brutta, molto brutta».

Intubato Armando rimane tre giorni. Poi il passaggio in terapia sub intensiva, per un'altra settimana. Da ultimo, il ritorno in Malattie Infettive.

Un tempo lungo oltre 30 giorni. Un tempo del quale ha perduto anche la cognizione. I ricordi non sono così nitidi: «molti dettagli - dice - me li hanno raccontati i medici e gli infermieri, in un secondo momento. Io ho chiesto aiuto, pregato e sicuramente sia il buon Dio che i miei genitori mi hanno dato la forza. Non sarò stato lucido ma, in certi momenti, ho avuto come l’impressione di averli avuti lì, vicino a me».

C’è una sensazione, però, che Armando non riesce a cancellare, nemmeno ora che ce l’ha fatta: la paura di morire. Anzi, morire da solo. «Ero convinto che me ne sarei andato senza salutare mia moglie e mia figlia. Ѐ quella la cosa più brutta» racconta. La voce è rotta, si commuove, commuove anche me.

«Quando il portellone dell’ambulanza si chiude, chiudi anche con la tua famiglia; da lì inizia l’isolamento dal mondo esterno, diventi ancor più vulnerabile. Con mia moglie e mia figlia accanto, la morte, forse, non mi avrebbe fatto così paura. Pensavo alle cose che avrei potuto fare e che non avevo fatto. Nessun rimpianto particolare, in realtà - dice - volevo solo poter salutare mia moglie e mia figlia per l’ultima volta».

I dottori quotidianamente aggiornavano la famiglia sulle sue condizioni. «Hanno trovato sempre il tempo per informare i miei cari, non solo riguardo alle mie condizioni ma spiegando anche cosa sarebbero andati a fare giorno per giorno, tirandoli su di morale quando la mia situazione non era delle migliori - spiega. Ma questo io non potevo saperlo: il non sapere cosa sapessero loro, come stessero vivendo loro questa situazione mi faceva stare male, più del Covid».

A guarire Armando non sono state solo le cure somministrate. I sanitari hanno fatto di più. «Dai primari, la dott.ssa Cola e il dott. Amadio, ai medici e gli infermieri, sino agli OSS e ai tecnici di radiologia: sono stati eccezionali, sempre pronti a dare una parola di conforto, di incoraggiamento, mascherando persino la stanchezza fisica e psichica. I pazienti, per loro, non sono numeri ma persone da chiamare per nome, e questo - dice - anche se può sembrare poco, per chi sta male è tanto».

Armando questi professionisti li ringrazia tutti, uno per uno. Di una cosa, però, si dice preoccupato, ora che è tornato a casa. «In ospedale parlavo con loro senza sapere chi fossero: l’“armatura” lasciava scoperti solo gli occhi. Potrei incrociarli per caso, magari in fila al supermercato, e non essere in grado di riconoscerli. Il mio sogno - dice Armando - sarebbe quello di camminare, sentirmi chiamare da uno di loro, voltarmi e dire… GRAZIE».

Armando non si stancherà mai di ripeterlo, dagli amici alle ragazze della sua squadra di pallavolo: «State attenti, il Covid non è uno scherzo. Può colpire chiunque, anche chi, come me, non aveva alcuna patologia pregressa».

La prudenza, ora che Armando è fuori ed è negativo, non verrà comunque meno: «anche se l’ho preso, non è detto che sto al sicuro. Potrebbe tornare, e la paura è troppo grande».

Qualcos’altro invece cambierà: la scala delle priorità. «Darò il giusto valore alle cose, e forse, qualche “chissenefrega”, su ciò per cui prima mi accanivo, lo dirò».


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 04-12-2020 alle 11:38 sul giornale del 05 dicembre 2020 - 2748 letture

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