Infermieri al tempo del Covid, Beltrami: «Non siamo eroi ma dei professionisti che meritano di essere valorizzati»

8' di lettura 28/11/2020 - Da marzo lottano in prima linea contro il Covid-19. Li abbiamo chiamati eroi, ma questo appellativo a loro non è che piaccia poi così tanto. Sono dei professionisti, semplicemente, ma poco valorizzati. Professionisti: almeno così preferisce definirsi Giampietro Beltrami, infermiere coordinatore del reparto Malattie Infettive dell’ ospedale Murri, nonché presidente dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche di Fermo.

Dott. Beltrami, lei è infermiere coordinatore. Di cosa si occupa, nello specifico?

«Il mio compito è quello di organizzare la struttura sotto il profilo tanto della funzionalità quanto della vivibilità. Mi occupo, in sostanza, della pianificazione dei turni del personale, della gestione degli spazi all’interno dell’unità operativa, del funzionamento dei presidi elettromedicali, dell’approvvigionamento dei farmaci, sino alla sanificazione degli ambienti che, in Malattie Infettive, è fondamentale».

A marzo il Covid e il reparto che, improvvisamente, necessita di una trasformazione. Come vi siete riorganizzati? Quale è stata la sua preoccupazione più forte?

«Con l’avvento del Covid, già a fine febbraio, tutto è cambiato, a partire dal reparto. Sapevamo cosa fosse un virus ma non conoscevamo il Coronavirus. Pertanto ci siamo dovuti riorganizzare e, all’inizio, è stato molto difficile. Le risorse medico-infermieristiche sono state potenziate, è aumentata la ricerca dei dispositivi di protezione individuale per il personale, i posti letto da 14 sono passati a 32, gli spazi sono stati suddivisi in zone, ciascuna contrassegnata da un diverso colore: rosso, dove sono i pazienti; arancione, l’area semi-sporca; giallo, dove il personale può sostare e rifocillarsi senza bardatura, con la divisa consueta, ma sempre con la mascherina adeguata. La preoccupazione primaria per me, nei primi giorni soprattutto, è stata quella di avere sempre a disposizione il necessario per far sì che il personale lavorasse in sicurezza, con i dispositivi adeguati».

Con l’emergenza il suo ruolo è mutato?

«Nei momenti più concitati mi è capitato di aiutare i colleghi infermieri a effettuare delle manovre sul paziente, sforando in una sfera abitualmente non mia».

Paura ne ha?

«In ospedale, coinvolto dalle situazioni e investito delle mie responsabilità, non bado alla paura. Paura che invece affiora quando rientro dalla mia famiglia, dai miei figli. Paura di portarlo a casa con me, il virus. E ancora, la notte, quando non dormo o mi sveglio e penso: “se accade a me, che faccio?”.

Per ovviare a questo in casa abbiamo preso dei provvedimenti. Dormo da solo, in un’altra stanza. Tengo le mie cose separate dalle loro, mangio distante usando le dovute accortezze, quelle che io conosco bene e che ho trasmesso alla mia famiglia».

Di colpo siete diventati “eroi”. Ѐ così che lei si sente?

«Non mi sento affatto un eroe e non voglio essere classificato come tale. Eroi per me sono tutti quei pazienti che non ce l’hanno fatta. Noi siamo dei professionisti che hanno scelto questo lavoro con la cognizione di quello che saremmo andati a trattare. A prescindere dal Covid, che è una pandemia, miete vittime e fa paura, il rischio di infettarci lo vivevamo anche prima, quotidianamente, basti citare l’HIV. Il punto è un altro: la nostra professione non è mai stata valorizzata come meriterebbe. Eppure, maneggiamo un bene molto prezioso: la salute».

Per i suoi figli invece, un po’ eroe lo è?

«Per i miei figli sono un padre che lavora. Sanno il mestiere che faccio, soffrono la mancanza ma non percepiscono la pericolosità. Va bene così, almeno loro vivono serenamente, attenti ma sereni. La preoccupazione, cerco di tenerla per me e non buttarla addosso a loro».

La nuova frontiera per i negazionisti è inseguire le ambulanze, dimostrare che sono vuote e che voi operatori non state facendo altro che seminare panico. Questa cosa non la fa infuriare?

«Ciascuno può fare, dire e pensare ciò che vuole. Io davanti agli occhi, ogni mattina, quando entro a lavoro, ho lo stesso scenario. Quindi lo so che il Covid esiste. So che esistono i morti per causa sua. So che chi muore lo fa senza un familiare vicino, senza la possibilità di una degna sepoltura. Si finisce in un sacco, con addosso il camice dell’ospedale, poi nella bara. Questi momenti sono difficili e fanno davvero tanto male».

Premi agli “eroi” del Covid, se n’è discusso molto: vi è arrivato qualcosa?

«Ancora nulla. Anzi, sì: 100 euro, a inizio pandemia, e non ho capito perché, più che altro mi sono parsi un’offesa. A essere sinceri, quando promettevano, neanche ci credevamo. Tante cose ci promettono, da anni. Mai niente è arrivato».

Pochi giorni fa, a Fermo, si sono laureati 31 infermieri. Cosa rappresentano questi ragazzi?

«Sì. Come presidente dell’Ordine delle Professionisti Infermieristiche ho portato i miei saluti. In questo momento di forte bisogno di rinforzi 31 nuovi laureati sono una manna dal cielo».

Sempre pochi giorni fa anche lei si è laureato. Complimenti davvero, non deve essere stato per niente facile considerato il periodo.

«Già, sono riuscito a fare anche questo. Ho conseguito la laurea magistrale in Scienze Infermieristiche ed Ostetriche presso l’Università degli Studi dell’Aquila».

Gli infermieri mancano, qui come nel resto d’Italia. Ѐ un problema di formazione?

«In Italia, rispetto agli altri stati europei, vengono formati meno infermieri di quelli che servirebbero. Il numero di posti disponibili all’università è tarato dal Ministero sulla base della possibilità di avere, poi, un contratto di lavoro. E, paradossalmente, questi numeri così bassi, stando alle possibilità di assunzione, sono anche sovradimensionati. Poi, però, nelle strutture gli infermieri mancano e, adesso che ce n’è bisogno, stanno aprendo a ogni possibilità di assunzione, attingendo persino agli studenti del terzo anno, non ancora laureati e, quindi, non iscritti all’Ordine».

Torniamo in reparto. Qual è stato il momento più brutto che ha vissuto là dentro in questi mesi?

«In primo luogo quando abbiamo trasformato il reparto da quelle che erano le Malattie Infettive a Malattie Infettive Covid. Ricordo giorni in cui facevamo 8-10 ricoveri in 12 ore; arrivavano continuamente pazienti. Poi quando abbiamo registrato il primo decesso per Covid: lì ci siamo resi conto di quanto brutale fosse la procedura che dovevamo seguire per la sepoltura».

Quello più bello invece?

«Quando i pazienti guariti ci ringraziavano con lettere, post, cose buone da mangiare che potessero aiutarci a sostenere il nostro lavoro. Il meccanismo dei turni era saltato, si stava parecchie ore in ospedale e piccoli gesti come questi, per noi, erano e sono gratificanti. Ogni paziente dimesso per noi è una vittoria e, fortunatamente, questi sono di più rispetto a coloro che non ce la fanno».

Si è mai sentito inadeguato?

«Inadeguato no, né io né i miei colleghi. Ci siamo messi tutti in discussione. Una cosa, però, che rispetto alla prima ondata è cambiata la noto: a primavera avevamo più adrenalina, più energia; in questa seconda fase, invece, siamo un po’ più spenti, provati».

Ha mai pianto?

«Io no, ma ho visto piangere molti colleghi. Un po’ per il fatto di sentirsi impotenti davanti alla morte, un po’ per la stanchezza, un po’ per la preoccupazione; molti di loro avevano preso casa per sé e non vedevano i propri familiari da tempo».

Quanto è stanco?

«Da 1 a 10? 11. Sono molto provato, psicologicamente soprattutto».

Completamenti bardati, scoperti soltanto gli occhi. Riuscite ugualmente a entrare in empatia con il paziente lì, da solo?

«Sì, cerchiamo sempre di non farli sentire soli. Ѐ capitato che i colleghi, soprattutto la notte, si siano trattenuti per parlare con loro; abbiamo tenuto la mano a quei pazienti impauriti, che credevano di non farcela. O ancora, abbiamo fatto ballare nelle stanze quelli che stavano meglio. Ci sono delle foto e dei video molto simpatici, ricordi solo nostri: non li abbiamo mai fatti uscire dal reparto e mai li faremo uscire».

La comunicazione con i propri cari è stata sempre possibile?

«Ci sono stati regalati dei tablet coi quali, a chi non ha un cellulare e lo desidera, facciamo fare delle videochiamate a casa, e le lacrime non mancano. Anche quelli sono stati e sono momenti toccanti».

La pressione sul reparto è ancora alta?

«Il numero dei ricoveri è sempre stabile. Siamo sempre stati pieni. Il 27 novembre, per la prima volta dopo 52 giorni, siamo scesi a 29 posti letto occupati su 32. Qualcosa sta cambiando, ma grazie alle restrizioni suppongo: il virus c’è ancora».


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questa è un'intervista pubblicata il 28-11-2020 alle 22:24 sul giornale del 30 novembre 2020 - 2406 letture

In questo articolo si parla di attualità, intervista, infermiere, coordinatore, malattie infettive, murri, Benedetta Luciani

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.me/bDS3