Fermo, ristorazione in semi lockdown: un giro per il centro, tra lo sconforto degli esercenti

4' di lettura 26/10/2020 - Un cappio, quello intorno al collo dei professionisti della ristorazione, che si è fatto ancora più stretto. Dalle 18.00 le serrande di ristoranti, pub, pizzerie, bar e gelaterie sono tutte giù.

Non sono scesi in piazza a manifestare, eppure lo sconforto degli esercenti è tangibile. Per il Gran Caffè Belli, lungo corso Cefalonia, a Fermo, il lunedì sarebbe stato giorno di riposo, ma Claudio ha scelto di aprire. Il dpcm? Sembra una presa in giro, dice. Bottiglie a terra, vetri rotti, schiamazzi notturni, un bidone spaccato davanti all’ufficio postale: questo racconta di aver visto domenica mattina. «A questo punto, se lo scopo è fermare la movida, e di conseguenza il virus, fateci restare aperti, con i tavoli. Così li terremmo meglio sotto controllo i ragazzi, almeno sono più composti dentro al locale ». Nel libro delle prenotazioni è fissato un pranzo di Comunione, l’8 dicembre. «Si farà? Io sono pessimista. Questo è solo l’inizio, sono certo che poi ci faranno chiudere del tutto, e se accadrà, senza l’incasso di dicembre, a gennaio, febbraio e marzo sarà veramente dura».

Piccoli aiuti sono arrivati, a fine luglio. Gli sono serviti, una volta cessato il periodo di alta stagione, per pagare, ad esempio, l’F24 intorno al 18 ottobre, quando a fare paura era appena arrivato il dpcm precedente.

«Eravamo stati vuoti tutta la settimana. Improvvisamente sabato sera il delirio. Mi sono trovato impreparato, dicevano tutti di essere venuti per l’ "ultima cena"» racconta.

In cucina lui, in sala tre dipendenti, finora. Adesso si riparte con un nuovo orario, dalle 7.30 alle 17, e una dipendente a casa, in cassa integrazione. Niente più cene e dopocene né aperitivi. Solo colazioni e pranzi, con un piccolo “imprevisto”, chiamato smart working. Uffici comunali, banche, tribunale, conservatorio, università, questi lavoratori sono scomparsi quasi tutti. «A pranzo anno scorso avevo in media 30 persone al giorno, ora tre tavoli al massimo».

Lungo la cosiddetta Strada Nuova da un anno e qualche mese c’è Bomba Burger. Una realtà che, essendo a conduzione familiare, ancora riesce ad andare avanti. Potenzieranno l’asporto, come hanno fatto in primavera, anche se una macchina se la sono quasi giocata. E, a proposito di mezzi di trasporto, i figli giovani tirano in ballo gli autobus, stracolmi, a differenza del loro locale. Un agosto passato a pagare 7 mesi di affitto, dicono. Già a gennaio era dura e i 600 euro li hanno visti solo due volte. Mentre si augurano che le promesse del Governo si trasformino in aiuti concreti indicano quattro fusti di birra da 25 litri ciascuno, riempiti nemmeno una settimana fa. Finirà quasi tutta nel lavandino. Ed erano soldi, abbastanza soldi.

Non credeva alla chiusura alle 18 Massimiliano del bar gelateria La Veneta, in Piazza del Popolo. Una norma, per come la vede lui, fatta per limitare gli spostamenti in generale: alle 18, tendenzialmente, si smette di lavorare, si trova tutto chiuso, si va diretti a casa, dopo la tappa al supermercato, al più. Non è stato facile e non lo sarà nemmeno per lui. « Nei giorni scorsi, quando entravano le persone, alle 18, andavo in panico. Sono 20 anni che sto dietro a un bancone. 20 anni che quando un cliente arriva beve il caffè sul balcone. Improvvisamente, dovergli ricordare di sedersi, o che il cono non lo deve mangiare camminando per strada non è stato così spontaneo e naturale. Non è semplice dall’oggi al domani cambiare le abitudini». Ora anche lui chiuderà alle 18, e se per ristorazione il decreto intende anche le attività come la sua, dopo le 18 il gelato lo venderà in vaschetta, d’asporto.

Direzione Bar a Vino, sotto le logge. Il bistrot è stracolmo di bottiglie. Vederle fa tornare in mente che dietro la ristorazione ci sono svariate filiere, tra cui quella del vino. Giuseppe nomina anche un altro luogo, il teatro, a due passi da lì. Prima e dopo gli spettacoli in tanti facevano tappa da lui. Era tutto connesso. Ora la maglia si è rotta. Quel che si può fare lo farà: «cercheremo di ottimizzare il lavoro a pranzo», poi ringrazia il Comune per gli aiuti e sdrammatizza un po’: «invece dell’apericena faremo l’aperipranzo e poi la merenda» dice, consapevole, però, che gente che di Covid si ammala ce n’è; lui, che dopo sessanta giorni di isolamento e otto tamponi fatti, è riuscito a sconfiggerlo.


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 26-10-2020 alle 20:48 sul giornale del 28 ottobre 2020 - 725 letture

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