Essere CODA: intervista ad Augusta Montaruli

5' di lettura 25/10/2020 - Coda (Children of deaf adults) è un acronimo internazionale nato negli Stati Uniti nel 1983 e scelto per indicare i figli udenti di genitori sordi.

Augusta Montaruli è nata a Torino nel 1983. Laureatasi con lode in Giurisprudenza, è oggi un avvocato penalista e deputato della Repubblica.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Per me ha sempre significato avere la responsabilità dei propri genitori.

2) Come e quando sei stata esposta all'italiano?
Fin da subito, vivevo con mia nonna Augusta che era udente. Il bilinguismo è entrato subito nella mia vita.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri?
A scuola mi sono sentita sempre diversa. L’incapacità dei miei insegnanti di colloquiare con i miei genitori la trovavo un’ingiustizia. Ricordo che una volta in prima elementare, a seguito di un compito sbagliato, la mia maestra ebbe un colloquio con mia madre e io mi trovai a interpretare entrambe. Praticamente mi sgridavo da sola. Oggi ci rido e lo trovo buffo ma quel giorno tornai a casa, raccontai l’accaduto a mia nonna e promisi a me stessa che sarei sempre andata bene, che avrei fatto bene i compiti e preso voti alti per non ritrovarmi più in quel contesto. È stato così, ho studiato moltissimo.

4) Cosa apprezzi della cultura sorda e cosa invece ti piace meno?
La LIS è una lingua meravigliosa. L’adoro soprattutto nell’interpretazione della musica. Mia madre non è nata sorda ma lo è diventata da bimba. Prima di diventarlo evidentemente aveva una passione per Gianni Morandi visto che ha sempre chiesto delle sue canzoni. Merito del Festival di Sanremo in LIS e di tanti coda se oggi anche i sordi possono godere di un cantautore. Non c'è una cosa che mi piace di più o di meno della cultura sorda. Io vorrei solo che la nostra comunità fosse unita per conquistare diritti che da troppo tempo ci vengono negati.

5) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Non si dice mai che è un supporto essenziale anche per i bambini sordi per i quali i genitori scelgono la strada dell’impianto cocleare. Un’opportunità in più, non un ostacolo. Per me figlia di sordi crescere in un contesto bilingue bimodale è stato un arricchimento. Mi ha dato una visione ulteriore del mondo, nel bene e nel male, che a molti purtroppo manca. Dico purtroppo perché se la conoscessero, forse anche in Italia la LIS sarebbe finalmente riconosciuta.

6) C'è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Sì. Un giorno a scuola, sempre alle elementari, una mia compagna di classe scoprì a causa della mia festa di compleanno che i miei genitori erano sordi. Mi disse: “come sei fortunata! Non possono sgridarti e ci sarà sempre calma e silenzio a casa tua”. Mi fece sorridere perché una casa di sordi è la cosa più rumorosa che io conosca e le sgridate dei miei genitori credo le sentisse tutto il vicinato.

7) Se potessi incontrare te stessa da piccola, cosa le diresti?
Direi a me stessa di perfezionare meglio l’apprendimento della LIS al di fuori del contesto famigliare.

8) Perché hai deciso di entrare in politica?
Perché è l’unico modo che conosco per cambiare le cose e non subirle. Mi sono iscritta per la prima volta a un partito nel 1999. Ero molto giovane e l’ho fatto di nascosto dai miei genitori. Non volevo farli preoccupare. Ora, da adulta, credo sia stata una conseguenza della mia inclinazione a sentire la responsabilità dei problemi degli altri e a risolverli. Ovviamente mi scoprirono subito ai tempi dell'università e non riuscii a evitare le loro preoccupazioni. Ancora oggi mia madre per salutarmi mi dice “stai attenta!” e io alzo sempre gli occhi al cielo. Ma è vero. Bisogna stare attenti. Tranelli e cattivi maestri, soprattutto quando ci si affaccia alle istituzioni così giovani, sono sempre dietro l’angolo. La strada è molto stretta e percorrerla in modo coinvolgente ma disinteressato richiede molta severità verso noi stessi. L'unico modo per apprendere ciò è seguire un percorso di militanza al fianco delle persone in cui credi e che si fonda su determinati valori.

9) Che tipo di riscontro ha suscitato il tuo intervento in LIS alla Camera dei Deputati?
Molto stupore. È stato il primo momento in cui mi sono emozionata in Parlamento. Non ci ero riuscita neppure all’ingresso alla Camera, forse per grande rispetto e senso di soggezione verso il luogo e ciò che rappresenta. Tuttavia ho visto i volti attoniti dei colleghi deputati guardarsi tra di loro, intenti a cercare di scoprire cosa stesse accadendo per poi rendersi conto che il parlamento italiano non era in grado di comprendere la lingua di tanti connazionali. Infine gli applausi al mio intervento, a prescindere dall’appartenenza politica, hanno dimostrato che forse un passo in avanti era stato fatto.

10) Perché la LIS non è stata ancora riconosciuta?
Perché si pensa al riconoscimento della LIS come negazione dell'impianto cocleare, visto come metodo risolutivo alla sordità. Eppure non è così. Il focus va posto sulla prevenzione, informazione e libertà di scelta, consapevoli che l'una non è di ostacolo all’altra ma che anzi, a dire il vero, sono complementari.

11) Sei a conoscenza delle problematiche riguardanti 55000 Assistenti alla Comunicazione che ogni anno affiancano gli studenti disabili?
Sì, sono in costante rapporto con loro. Molto però si deve ancora fare, non tanto per tutelare la categoria quanto perché tutelando la loro professionalità si tutelano bambini e famiglie.

12) Qual è il tuo motto?
Rinuncio agli onori ma non alla lotta. È il mio primo tatuaggio, è il modo in cui io interpreto la mia vita.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 25-10-2020 alle 11:01 sul giornale del 26 ottobre 2020 - 1697 letture

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