Non solo scarpe. A Montegranaro anche un frantoio all'avanguardia

3' di lettura 23/10/2020 - Scarpe e accessori. Accessori e scarpe. E un tempo anche produzione di macchine per calzaturifici. Montegranaro la pensiamo ancora così. Magari dimenticando la suggestiva cripta di Sant'Ugo o il granarium romano e benedettino. Poi, capita che un amico conduca un gruppo di persone a visitare una moderna struttura in quella periferia che già si fa campagna. E così si scopre un frantoio all'avanguardia: super attrezzato, super moderno e pure dal cuore antico dei suoi conduttori. Faccio parte della compagnia ed entro nei locali. A farci da guida è la proprietaria: la signora Barbara Pacioni, titolare dell'omonima azienda agricola.

Un uomo ci chiede di spostare le auto: deve rientrare con un mezzo agricolo. È suo marito: Giovanni Barbante. Braccio operativo lui quanto mente fine lei. Giovani e prestanti entrambi.

Tremila gli ulivi: davanti sopra e sotto casa. Olive di tipi diversi: dalla Raggia alla Nostrale di Rigali, dal Piantone di Mogliano al Leccio del corno, dal Frantoio all'Ascolana tenera, dall'Orbetana al Leccino sino alla Rosciola.

Su una parete si legge: “Il frantoio che fa la differenza!”. E la fa perché, come ci spiega Giovanni: «La tecnologia rafforza il contenuto di polifenoli. La spremitura delle olive esalta le proprietà organolettiche dell’olio e del suo frutto raccolto al giusto punto di maturazione e molito entro 24 ore!
Dopo la separazione da sansa e acqua in decanter, e a temperatura controllata a freddo, esce un olio purissimo dal colore verde chiaro, dall’odore fruttato e naturale, con una nota di amaro, rotondo ed armonico in bocca».
I locali sono diversi. Ci sono quelli dei macchinari controllati da un pannello tecnologicamente avanzatissimo, c'è il magazzino, e c'è la sala di degustazione non allestita alla bell'e meglio. Molto curata invece, incrocio tra un salotto di casa e un pub di livello.

L'azienda agricola ha tredici anni di vita. È nata quasi per scommessa.
Complice: Guido Vergari, colui che ci ha accompagnati alla scoperta del frantoio. Guido, che possiede un po' di ulivi, voleva imparare la potatura. Così ha coinvolto il suo amico Giovanni a cui si è aperto un mondo.
Se n'è innamorato, ne ha parlato con la moglie Barbara e l'impresa è iniziata, studiando, leggendo, imparando, sperimentando. Oggi il Frantoio del Piceno è a livelli alti. Il loro olio campeggia sui tavoli di ristoranti famosi, in enoteche di prestigio e anche sulle mense di casa. Arrivano ordini anche dal Giappone. I problemi non mancano. La mosca dell'olivo è sempre in agguato. In questo campo non si possono mai fare previsioni.
«È come vuole il Padreterno» spiega Giovanni con sano realismo pensando al clima mutante. Il tour continua. Barbara e Giovanni danno chiarimenti: «Abbiamo suddiviso il frantoio con due tipologie di molitura: una parte è dedicata alla spremitura delle olive da cui nasceranno i nostri oli monovarietali. La lavorazione sottovuoto, in assenza di ossigeno, riesce a creare oli monocultivar dal carattere forte, deciso e molto profumati. Nell’altra linea di produzione invece creiamo i blend di olivaggi molto equilibrati e adatti a tutte le esigenze».

I riconoscimenti non sono mancati: dall'Assam al Gambero Rosso.

Siamo arrivati nella sala degustazioni. Il pane è fatto a casa, l'olio è di un bel verde. Il sapore è eccellente. L'ambiente amichevole quanto professionale.






adolfo leoni


Questo è un articolo pubblicato il 23-10-2020 alle 10:48 sul giornale del 24 ottobre 2020 - 4786 letture

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