CAMMINO LA TERRA DI MARCA. Prima operazione green: viali alberati

4' di lettura 13/07/2020 - La strada è la Faleriense, verso Porto Sant'Elpidio. Sto raggiungendo un'azienda agricola. Squilla il telefono cellulare. Ho dimenticato le cuffiette. Cerco di accostare l'auto ma è un problema trovare uno slargo. Lo è di più avere un'ombra. Il sole del primo pomeriggio morde non poco. Di alberi non ce n'è. Ai lati della strada sono stati rimossi da tempo. Per la sicurezza di chi viaggia in auto, per il risparmio da manutenzione e per non sostenere assicurazioni contro danni, si disse quasi excusatio non petita.

Dal crinale di Belmonte Piceno, lo sguardo sulla vallata del basso Tenna coglie aspetti desolanti. Capannoni e case messe lì alla rinfusa. Piani regolatori senza decoro pubblico. Di alberi poco o nulla, eccezion fatta per l'ancora bel viale di Villa Ganucci. Non ci avevo mai riflettuto prima: siamo senza alti fusti e quindi senza ombra. Ha vinto lo scorrere delle macchine, non le soste, non il cammino. Il transito veloce. Prima l'auto poi il resto.

I rettifili dell'intera mezza vallata del Tenna ne sono spogli (non va meglio lungo quelli della Valdaso).

Non ce ne sono nelle zone industriali, né in quelle artigianali, giusto le case private che ne hanno qualcuno nel piccolo spazio davanti all'abitazione.

Ora ci faccio più caso. Ora che l'estate è arrivata improvvisa. Niente a che vedere con il territorio di cento anni fa dove gelsi, querce, roverelle, tassi, platani, faggi ed acacie costruivano un paesaggio diverso. Si dirà del mutamento che è stata la scelta industriale che ha portato ricchezza. Certamente. Si poteva trovare un equilibrio. Servigliano è un esempio. Il viale che fiancheggia il cimitero sembra un tunnel verde, dove i rami si abbracciano e abbracciano chi lo attraversa.

Se, invece, percorro via XX giugno a Fermo, che da San Giuliano porta al Santuario della Misericordia, trovo solo cemento e volti di case non tutte gradevoli. Il ricordo da studente era di un viale ben alberato, non voglio dire d'un quartiere signorile, ma poco ci mancava.

Scendo verso Porto San Giorgio: viale Trento potrebbe avere ben altra fisionomia, non pista da corsa, se fosse arricchito di piante. Idem per viale Trento Nunzi e per altre strade periferiche. Anche i lungomare di Porto San Giorgio, Lido di Fermo, Porto Sant'Elpidio potrebbero così caratterizzarsi.

Oggi si discute di nuovi investimenti green. L'Europa è disposta a dar quattrini. Oh sì, faranno pale eoliche al largo dell'Adriatico, qualcuna sarà arrampicata sulle cime dei monti, le auto saranno elettriche, arriveranno progetti avveniristici. Ben venga tutto. Quando l'intelligenza buona dell'uomo si mette in moto cose buone verranno di sicuro. Verranno... Ma qualcosa potrebbe anche realizzarsi fin d'ora. Insisto sui viali alberati, su piante da frutto ai lati delle strade, su spazi verdi sul serio, con meno attrezzistica e più margherite. Urbanisti, sveglia!!!

Ma non è solo un fatto di ombra o di frutta. L'albero, oltre che un simbolo, è una creatura vivente che ha popolato la terra ben prima degli umani. Le diverse specie di alberi, presso tutte le civiltà tradizionali hanno assunto un carattere sacro, divenendo simbolo stesso dell'organizzazione dell'universo.

La Cappella farfense della chiesa di San Francesco a Montegiorgio racconta di Elena, madre di Costantino, che ritrova la croce dove fu inchiodato Gesù. In uno spettacolo teatrale mai più ripetuto, quel legno è stato paragonato all'albero della vita, a Yggdrasil, «il grande frassino “destriero di Odino” che è l'albero cosmico della tradizione norreno-scandinava europea».

«Il momento migliore per piantare un albero è vent’anni fa. - scrisse Confucio - Il secondo momento migliore è adesso».

Facciamolo. Per noi, prima di tutto. Le auto vengono dopo...




Adolfo Leoni


Questo è un articolo pubblicato il 13-07-2020 alle 07:09 sul giornale del 14 luglio 2020 - 232 letture

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