Il racconto della Domenica. Il carnevale della politica e le vongole calde

7' di lettura 28/06/2020 - Le vongole!!! Carla le assaporava già. Aveva smesso di far conteggi e controllare dichiarazioni di redditi. Il suo ufficio di commercialista era confinante con l'appartamento dove viveva da sola. Vedova, niente figli, nessun parente a portata di mano. Sola. Quasi cinquant'anni e una vita ricostruita nel tempo. Prima dell'ultima addizione, era andata in cucina, aveva messo in pentola i molluschi e si stava già attrezzando per il pranzo. S'era data una regola: alle 13 a tavola, computer spento, cellulare silenziato, canale sky 24 acceso, musica americana di sottofondo. Gli spaghetti erano di un'azienda locale. Grano duro e di antico stelo.

Alle 12,40, s'era di nuovo alzata dalla scrivania. «Per stamattina basta!». Ed era tornata nell'appartamento.
Primo atto: spogliarsi! Via le scarpe, via la camicia, via i pantaloni. Piedi nudi, bermuda e maglietta sbrindellata. Se l'avessero vista i suoi clienti le avrebbero ritirato ogni delega. Invece lei era tanto formale e inappuntabile nella professione quanto il contrario nella vita privata.
L'acqua quasi bolliva. Tolse dal frigo la Passerina, che è un gran vino bianco e che sarebbe stato l'ottimo accompagnamento ai due piatti di pesce. Tante le fette di pane già distese sulla tovaglia, perché con le vongole superstiti avrebbe fatto la “scarpetta”. Sullo sfondo, le ciliegie. Insomma: un pranzo con i fiocchi. Ore 12,55, Carla rovesciò nella pentola grande un etto e mezzo di pasta.
Era proprio una bella donna che non badava al peso. In effetti non ce n'era bisogno. Non ingrassava comunque. Con il mestolo in mano, pronta a girare gli spaghetti, rispose, intrecciandosi nel filo delle cuffiette, all'ultima telefonata prima dello stop.
Le arrivò una voce suadente dall'altra parte, impostata, nessuna inflessione dialettale, in alcuni passaggi quasi un flauto.
«Buon giorno, come va? Sono...». Disse il suo nome. Carla fremeva.
Appoggiò il cellulare tra spalla e mandibola per aver le mani libere.Tirò fuori gli spaghetti facendoli scolare, li appoggiò in una casseruola e cercò di far piano per non svelare l'impegno del momento.
La voce elencò i meriti della persona cui apparteneva. Carla scodellò gli spaghetti. Le vongole fecero un po' di rumore scendendo nel piatto.
«Volevo dirle che mi hanno parlato di lei, che è stimata nel suo ambiente, che ha una rete di amicizie considerevole...». Carla aprì il tovagliolo, fece piano nel mescere il vino nel bicchiere... «Ecco, lei sa che andremo al voto.
Ed io ho scelto di offrirmi a servizio della comunità...». Carla arrotolò gli spaghetti con la forchetta...
«Volevo chiederle che: se lei fosse libera da impegni già presi, potrebbe aiutarmi con il suo voto e con quello dei suoi amici...». Carla lasciò la forchetta a mezz'aria. «Non mi interesso di politica, non ho impegni. Ma mi ci lasci pensare», rispose cercando di tagliar corto, «Magari ci incontriamo» disse per prendere tempo.
«Certamente – rispose il flauto che colse al volo l'incauta proposta – così avrò modo di dettagliare il mio ampio, nutrito e interessante programma».
Carla rimase muta «Se lo dice lei», rifletté tra sé e sé. Fatto il danno, cercò di rimediare... a modo suo. Aggiunse: «Allora ci vediamo sabato alle 18,30, al Diable, la discoteca lungo il fiume. Entri dalla porta 1. Ma sia puntuale».
«Non mancheròòòòò» rispose la voce, allungando l'ultima vocale accentata e spegnendone gradualmente il suono. Gli spaghetti si stavano freddando.
La “scarpetta” attendeva. Vi si stava avventando... Uno squillo.
«Mannaggia a me, dovevo spegnere come faccio sempre...». Il numero era conosciuto stavolta. Un commercialista di una certa fama: un collega importante. «Pronto? Sono... Come stai?».
Il tu non era mai stato usato prima. E anche lo stato di salute mai richiesto prima. Strano. Ma non ci fu bisogno di rispondere, già l'argomento era virato altrove: sulla crisi economica sempre più incombente, sulla Regione in affanno, sulla politica bisognosa di gente nuova, capace, desiderosa di dare il meglio di sé.
Su quest'ultimo punto il noto commercialista si trattenne e non poco. Gente nuova. Come lui. Ecco, quel che ci voleva. «Vorrei offrire la mia preparazione professionale e volevo chiederti se vuoi appoggiare questa mia scelta.
Te ne sarei molto grato e potresti così verificare quel che significa spendersi per la collettività». Carla aveva il pane fresco in mano a mezzo dito dal piatto dove il sugo delle vongole invitava all'intingolo.
«Potremmo vederci, potrei dirti tutti i punti salienti del mio efficace programma». «Certo... certo», rispose Carla, cui si accese una lampadina. «Facciamo così: incontriamoci sabato alle 18,30 alla discoteca El Diable. Sia puntuale, entri dalla porta 2». «Sarà un vero onore parlare con te» concluse il professionista severo, austero, sicurissimo di sé e delle sue capacità, un concentrato di sicumera.
Carla inzuppò il pane ma non prima di aver spento e scagliato il cellulare sul divano. Il solito riposino le fece dimenticare le richieste e gli spaghetti freddi. Ore 15,50. Squillò il telefono di casa inattivo da tempo. «Pronto? Pronto? Sono... Ci siamo conosciuti al corso di sommelier, ricordi?». Carla non ricordava. Aveva frequentato il corso sette anni prima. «Boh». Comunque ormai ballava.
«Sì sì, come no... come mai questa telefonata?». «Tu sai quanto tengo alla mia città, alla mia regione, alla mia gente. Ora ci sono le elezioni e mi sono detto: se i migliori non scendono in campo saranno sempre i peggiori a prevalere e comandare».
Migliori, peggiori? «Stavo scherzando», cercò di alleggerire il vecchio e sconosciuto compagno d'assaggi. E poi giù a parlar di vigneti, produzioni, globalizzazione, marchi etc. etc. «Capito!» disse Carla, «vuoi il mio voto e quello dei miei amici, e vuoi raccontarmi il tuo programma in modo ravvicinato...».
«Mi hai letto nel pensiero» fece l'altro tra lo stupito e il divertito. Anche lui ebbe l'appuntamento al Diable, porta numero 3. Nei giorni successivi le telefonate arrivarono anche in orario di lavoro. Difficile schivarle. Carla diede appuntamento a tutti, ognuno un a porta diversa. La discoteca era chiusa per restauri. Il titolare era un suo cliente. Non avrebbe fatto problemi ad aprirla per lei.

Sabato ore 18,20. Otto auto si fermarono ai parcheggi segnalati dirimpetto alle rispettive porte d'ingresso. La struttura era molto grande. Gli uni non vedevano gli altri, tutt'al più di striscio. Ognuno guardò la sua porta assegnata. Alle 18,30 fecero l'ingresso collettivo, ma ognuno da una parte diversa. Alcuni si conoscevano, nessuno militava nello stesso schieramento. Mostrarono estrema sicurezza per sconfiggere imbarazzo e titubanza.
Di Carla neppure l'ombra. Al centro della sala un cerchio di sedie: otto per l'esattezza. Qualcuno cercò di sdrammatizzare, facendo battute: «Forse la dottoressa vuole interrogarci e farci confrontare.
Beh, siamo qui, a questo punto sediamoci e attendiamo che arrivi». Presero posto. Prima le signore che erano in numero limitato, poi i signori. Comunque, femmine e maschi tutti aspiranti.
Attesero quindici minuti, «il quarto d'ora accademico» precisò il più spiritoso. Poi si aprì una porta. Entrò una figura dalle labbra bianchissime, dalle gote rossissime. Difficile dire se fosse uomo o donna.
Avvicinandosi, i presenti scoprirono che aveva il naso rosso, una specie di pomo appoggiato in punta, una berretta verde che sembrava un cilindro, e due sopracciglie marcate come archi gotici, di color celeste.
La figura entrò nel cerchio, si mise in mezzo, girò a destra a sinistra.
Poi, all'improvviso due lacrime le solcarono le gote. Due più due più due. Piangeva. Piangeva a dirotto. Oppure, rideva a crepapelle generando lacrime. Lo sbigottimento si fece generale. I presenti si guardavano muti. La figura rifece il giro, quindi tirò da una sacca una specie di pompa. Fu un baleno: una cascata di coriandoli coprì gli aspiranti politici. Sembrava un carnevale fuori tempo. Era un carnevale. E il pagliaccio, pur trovandosi a suo agio tra..., scappò via.

Ore 20,30. Il cellulare squillò. Carla rispose. Dall'altra parte: «Come si permette di trattarmi così?». Carla sorrise: «Stavolta le vongole non le faccio raffreddare». E riattaccò!





Adolfo Leoni


Questo è un articolo pubblicato il 28-06-2020 alle 12:12 sul giornale del 29 giugno 2020 - 258 letture

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