Moto e gilet. Dalle piattaforme di petrolio ai sidecar. Il personaggio Andrea Salusti

3' di lettura 06/06/2020 - L'avete mai visto scorrazzare per Comunanza, Foce, Montemonaco, Amandola, a cavallo di una potente moto Ducati o di un sidecar? Io sì. E quello che m'ha colpito è stato il rombo dei motori, l'originalità dei mezzi, l'aspetto possente del motociclista e i suoi fantasiosi gilet di pelle. Suoi non solo perché li indossa, ma anche perché se li confeziona da sé, come un sarto provetto. E se lo guardate dalle foto, vi potrebbe sembrare un cercatore d'oro o un frate francescano.

Tutto questo per dire che Andrea Salusti è proprio un personaggio poliedrico. 69 anni, residente a Ceresola di Smerillo, nella vita ne ha fatte tante e girato molto. Definirlo solo eclettico, sarebbe poco. Figlio fratello e zio di artigiani ed artisti, Andrea inizia a lavorare sulle piattaforme petrolifere. Un lavoro duro, di vita spesa in mezzo al mare (l'Adriatico soprattutto, qualche volta in Tirreno), senza orari. Il suo incarico era quello di collegare i tubi e verificarne la tenuta che, data la pressione dei gas, l'operazione era più che delicata. «Poteva volerci qualche ora – racconta – oppure 11-12 ore di seguito. Non si poteva lasciare l'intervento a metà». 40-50 i compagni in piattaforma, tutti insieme. Dopo il lavoro: il riposo, la tv, le video-cassette, il ping pong. E il cibo? «Ottimo: da Gourmet, con il pane fresco quotidiano, con il vino buono e con dolci fantastici in occasione delle festività, perché si rimaneva in mezzo al mare anche a Natale o a Pasqua». Diverso il trattamento ricevuto dalle imprese americane dove «la bevanda più alcolica era la Coca Cola». Sorride. Poi, dopo un periodo a terra, in officina, il ritorno nelle Marche. Nella casa di famiglia. Le mani d'oro e lo spirito d'adattamento gli hanno consentito di trovar subito occupazione. Anzi, diverse di occupazioni, sino all'azienda Tanucci di Comunanza dove si è fatto saldatore. Quindi, la pensione e la possibilità di realizzare in tranquillità oggetti in proprio, di soddisfazione, per un dono d'amicizia. Come quel calice in legno, con interno in acciaio inox, regalato ad un parroco di Santa Maria degli Angeli; come quelle trottole, sempre in legno, costruite per figli di amici; come quei cucchiai da pentola per amiche casalinghe; o come quei crocefissi in ferro battuto per i preti che ne avevano bisogno. Elena Salusti, nipote e anche lei artista, mi dice che suo zio spazia dal legno al ferro alla pelle. E proprio con la pelle Andrea realizza i suoi fantasmagorici gilet che indossa a cavalcioni delle moto. Per il colore sgargiante lo notano i passanti sia che vada da solo sia che proceda in gruppo, magari con gli amici di Ravenna che, due volte l'anno, lo raggiungono per un tour in montagna. Un altro hobby è la fotografia. Possiede due Nikon, due Leika – di cui una molto «antica» avuta da un vecchissimo fotografo di Amandola – ed una di piccolissimo formato, «da viaggio». I primi scatti? «Le corse di moto ad Imola». Domanda sciocca, perché prevedibile la risposta.

Ultima annotazione: la barba. Andrea Salusti se la taglia o, meglio, se l'aggiusta una sola volta l'anno: il 21 marzo, ex festa di san Benedetto, ma entrata ufficiale della Primavera. Complice il suo barbiere di sempre: Roberto da Comunanza. E quest'anno con le limitazioni? «Ho spostato di due mesi... ma sempre Roberto è stato».




Adolfo Leoni


Questo è un articolo pubblicato il 06-06-2020 alle 12:18 sul giornale del 08 giugno 2020 - 282 letture

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