Storie dalla zona rossa, giornalista fermana al seguito del TG1 nei focolai lombardi

10' di lettura 28/05/2020 - «Sono stati giorni così intensi che questi tre mesi con il TG1 sembrano esser durati tre anni. Oltre novanta giorni fatti di incontri emozionanti, momenti difficili e storie toccanti da raccontare, alcune tremende da fare male, altre belle da dare coraggio, forza di andare avanti e far sorridere».

Laura Meda è una giovane giornalista di Fermo. La passione per il suo lavoro, la curiosità e il coraggio che di certo non le mancano l’hanno spinta in Lombardia al servizio della Rai come specializzata di ripresa e addetta al montaggio, accanto a Giuseppe La Venia, inviato del TG1, dal 21 febbraio in pianta stabile nella regione più ferita dal Coronavirus.

Da Fermo alla Lombardia, da testate locali all’esperienza in Rai … raccontaci un po’.

«Ho iniziato la mia carriera in una tv di Fermo, FM TV, dove sono diventata giornalista pubblicista. Sono seguite diverse collaborazioni, sia a livello locale con Vera Tv e Corriere adriatico, sia a livello nazionale con TV2000, Radio 24, ma anche internazionale con Associated Press, un’agenzia di informazioni giornalistiche e Die Zeit, un settimanale tedesco. Oltre a lavorare come giornalista mi destreggio anche tra riprese e montaggi video, così nel 2018 inizio a collaborare con la Xentek, una società di produzioni video, service delle principali emittenti televisive.

Grazie ad essa, complice anche il destino, sono approdata in zona rossa: quando il 23 febbraio l’agenzia mi ha contattato chiedendomi se fossi disponibile a recarmi lassù ero già in procinto di partire per il nord Italia, dove vive la mia famiglia. Perciò ho detto subito sì».

Ecco che il 24 febbraio inizi la tua esperienza con il TG1 in piena zona rossa. Scelta coraggiosa…

«E’ una decisione che ho preso di pancia. Mi sono resa conto di trovarmi dinanzi a un evento importante, epocale, che tutti i libri di storia riporteranno al pari della peste o della spagnola. La voglia di essere lì, guardare con i miei occhi e raccontare è stata irrefrenabile. Quale giornalista rinuncerebbe a un’esperienza simile?

Iniziai il 24 febbraio da Codogno. Le prime settimane giravamo tra i 35 vari posti di blocco. La zona rossa, prima che tutta Italia lo diventasse, racchiudeva circa 50.000 abitanti e noi cercavamo di raccontare come fosse la loro vita al suo interno, incontrando gente al confine. La vita si svolgeva tutta quanta ai posti di blocco: genitori, figli e fidanzati separati venivano lì per incontrarsi, scambiarsi gli oggetti, passarsi la spesa, darsi baci a distanza».

Avete ascoltato tante storie, alcune tremende, altre colme di gioia e di speranza. Qual è stata quella che più di tutte ti ha fatto brillare gli occhi?

«Più di una in realtà. Sicuramente la storia di Tiziana, una signora bergamasca di 65 anni che nel 2015 aveva subito un trapianto di fegato. A marzo si è ammalata di Coronavirus. Ѐ finita in ospedale intubata, è stata dura ma ha vinto la sua battaglia. Ѐ stato bellissimo, nel corso dell’intervista, vederla accanto al marito, nella loro casa, insieme. Un legame fortissimo quello tra loro due, ed è stato proprio l’amore per suo marito, come lei stessa ci ha raccontato, a darle la forza di guarire. Tiziana lo salutava al telefono tutte le sere, era il momento tanto atteso di tutta la giornata, quello che le dava la forza di non arrendersi nei momenti più bui. Lei sapeva che lui la stava aspettando, sapeva di dover tornare a casa da lui.

Poi c’è stata la storia di una neo mamma nel bresciano, positiva al Coronavirus e della sua piccola Anna, nata con gravi problemi respiratori un mese prima del termine. La paura di non poter mai abbracciare sua figlia ha accompagnato questa mamma per tutto il tempo che la sua figlioletta è rimasta in terapia intensiva. Ma dopo tante cure ce l’ha fatta, è riuscita a tornare a casa dai suoi genitori e dal fratellino. Se Anna, come pure hanno detto i medici, non fosse nata prematura, se non avesse preso a scalciare, sarebbe morta in pancia. “Ѐ lei che voleva vivere, la mia bimba si è fatta sentire nella mia pancia perché non riusciva più a respirare ed è venuta al mondo per farsi curare”, ci raccontò la mamma. E’ bello pensare che sia così. La forza e la voglia di vivere di una neonata mi ha acceso di speranza».

Le storie che invece ti hanno rigato il volto di lacrime?

«Quella di una giovane donna che ha perso il padre e, dopo poche settimane, anche il marito, giovane anch’egli. Si è ritrovata improvvisamente sola con una bambina di 10 anni da crescere. Mi ha colpito la forza con cui è riuscita a raccontare la sua storia. “Non è vero che capita solo agli altri e non a noi”, ci disse.

Ogni intervista lascia qualcosa dentro, di bello, di brutto, da far riflettere. Ad esempio, Francesco, fra i primi che abbiamo intervistato aveva perso entrambi i genitori, ci ha detto di non sapere neanche dove fosse finito suo papà, l’esercito aveva portato via la bara. O, molto similmente, Cristina che non sapeva dove fosse finito suo padre e lo ha scoperto quando è arrivata la fattura della cremazione.

Ciò che mi ha sconvolto poi è stata la solitudine con cui le persone sono morte, ma anche l’angoscia dei familiari che non hanno potuto salutare i propri cari, restare al loro fianco, stringere loro la mano per l’ultima volta.

Alcuni addirittura hanno saputo della morte dei loro affetti giorni dopo. Gli ospedali erano oberati di lavoro, medici e infermieri non riuscivano a stare dietro a tutto, qualcuno non è stato contattato per giorni.

A mandarmi lo stomaco sotto sopra, infine, è stato vedere 300 urne tutte insieme in una chiesa a Brescia, portate lì dopo la cremazione per la benedizione».

Come è stato lavorare in una troupe al fianco di un giornalista professionista come Giuseppe La Venia?

«Dopo tre mesi insieme in squadra con Giuseppe La Venia e Francesco Ranieri, l’operatore siamo diventati una famiglia, si è creato un legame intenso. Abbiamo girato tutta la Lombardia insieme, siamo stati nel bergamasco, nel bresciano, a Lodi, Milano, Cremona, Pavia, persino in Emilia Romagna.

Io mi occupavo del montaggio dei servizi e talora aiutavo Giuseppe nella ricerca delle storie e dei contatti; a volte, se necessario, effettuavo persino delle interviste.

Giuseppe mi ha insegnato tanto, sia dal punto di vista professionale che umano: è un giornalista che sa tirare fuori dalle persone il meglio, sia dai suoi collaboratori sia da coloro che intervista.

Lo stesso dicasi per Francesco: è competente, professionale, ha una grande esperienza come operatore, le sue immagini hanno sicuramente dato un valore aggiunto al nostro operato».

Il coraggio e la forza non ti sono mai mancati nella vita. In questa circostanza tuttavia hai mai provato paura?

«Sì. Ho avuto paura vedendo, in qualunque paese fossimo, la gente intorno a me morire; ho creduto di trovarmi di fronte a un male inarrestabile, di vivere una situazione senza ritorno. Ho avuto paura quando ho visto i camion militari, quando intorno a noi sentivo dire che i posti in ospedale non c’erano più e che presto forse si sarebbe dovuto scegliere chi curare e chi no. Ho avuto paura quando abbiamo appreso di colleghi, giornalisti e operatori risultati positivi al tampone e quando abbiamo saputo della morte del collega Paolo Micai. Il timore non era soltanto per me ma anche per le persone accanto a me e per quelle che avrei dovuto incontrare».

Come è cambiato il lavoro di troupe al tempo del Coronavirus? Quali precauzioni avete adottato per proteggere voi stessi e gli altri?

«Noi abbiamo sempre lavorato nella massima sicurezza indossando mascherine e guanti. Disinfettavamo sempre gli attrezzi da lavoro e dopo ogni intervista il microfono andava igienizzato. Ho assistito proprio al cambiamento del lavoro di troupe. Non più bagni di folla attorno all’intervistato di turno, ma sempre massima accortezza e distanza. Il giornalista aveva il suo microfono e l’intervistato il suo, il c.d boom. Qualche giorno fa abbiamo fatto il test: tutti e tre negativi. Né Giuseppe, né Francesco né io abbiamo contratto il virus, segno che si è lavorato in sicurezza».

Quale insegnamento ti ha lasciato questa esperienza?

«Qui ho maturato una grande sensibilità, fondamentale per rapportarmi con persone che hanno vissuto l’inferno. A volte per un giornalista non è semplice approcciare chi ha vissuto esperienze tremende come queste; mi sentivo spesso in colpa ma oggi ho capito che questo lavoro si può fare senza essere degli “sciacalli”, senza forzare la mano, con delicatezza. Di fatto questa gente aveva bisogno di raccontare il loro dramma; per loro nessuna possibilità di abbracciarsi, di piangere insieme ai propri cari la scomparsa di un familiare, di celebrare un funerale. Noi nel nostro piccolo abbiamo dato loro questa possibilità come pure quella di raccontare le storture del sistema, i problemi negli ospedali, ciò che non ha funzionato nelle rsa. Insomma, qualche inchiesta si è aperta grazie a noi giornalisti, mi sono sentita utile».

A Milano hai vissuto per motivi di studio, come è stato ritrovare una città tanto vivace d’improvviso così vuota?

«Sconvolgente. Vedere le strade di Milano deserte come nemmeno ad agosto, l’autostrada completamente deserta è stato deprimente ma allo stesso tempo incoraggiante: “tutti stanno rispettando il lockdown, vedrai che presto le cose miglioreranno”, mi ripetevo».

La tua squadra è tornata a casa da qualche giorno. Ancora qualche ripresa per la redazione del TG1 e poi tocca anche a te. Qual è la prima cosa che farai?

«Ora che l’adrenalina sta scendendo mi sento stanchissima. Eravamo così intenti a raccontare che non c’era tempo per la stanchezza. Per prima cosa farò una bella passeggiata al mare che mi manca tanto. Mi mancano tanto anche gli abbracci ma per quelli c’è da aspettare ancora un po’».

Dopo questa bella esperienza professionale a livello nazionale, cosa sogni per te?

«So che è difficile ma il sogno è quello di lavorare stabilmente come giornalista a livello nazionale, nell’immediato invece mi piacerebbe mettere a frutto ciò che ho imparato in questi tre mesi di lavoro con il TG1, a partire dalla realizzazione di un servizio, anche sul mio territorio».


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it







Questa è un'intervista pubblicata il 28-05-2020 alle 08:48 sul giornale del 29 maggio 2020 - 1193 letture

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