Deborah Pezzuto e l'elogio della diversità

9' di lettura 25/01/2020 - La diversità è la ricchezza della società. D. P.

Nata a Brindisi, si è trasferita a Firenze per gli studi universitari e più tardi a Milano dove ha iniziato una carriera come Media Director per una grande società multinazionale di pubblicità. Dopo molti anni a Milano si è trasferita a New York con il partner Alessandro e hanno creato una famiglia, una grande famiglia. Dapprima l’adozione di Keisha e in seguito l’arrivo dei gemelli Zack e Dylan grazie alla fertilità assistita (IVF). I gemelli sono nati poco tempo prima del trasferimento a Mexico City ed entrambi sordi profondi. In seguito all’esperienza con i gemelli Deborah ha deciso di mettersi al servizio di altri genitori che stanno attraversando momenti difficili, soprattutto quelli che hanno bambini con una qualche disabilità.

1. Tre aggettivi con cui ti definiresti.
Ambiziosa, generosa, empatica.

2. Di cosa si occupa una Life Coach?
Sono una Transformation Life Coach. Lavoro con due target: donne e genitori. Aiuto le donne a raggiungere qualunque obiettivo come un nuovo lavoro, superare una separazione, crearsi una nuova vita o uscire dalla loro comfort zone. Lavoro con i genitori per aiutarli a capire meglio il mondo dei giovani oggi, a liberare i ragazzi dai giochi elettronici, a trovare il modo migliore per comunicare con i figli. Cerco di stimolarli a focalizzarsi sulle abilità dei figli e su quanto concerne il mondo della genitorialità. Il Coach non lavora sul passato ma solo sul futuro per creare azioni che consentano di raggiungere velocemente gli obiettivi.

3. Quali sono le reazioni più comuni dei genitori dinanzi alla disabilità dei propri figli?
Dapprima lo shock, poi lo sconforto e infine due reazioni ben distinte. Una di forza che è la più positiva perché aiuta il genitore a reagire e ad aiutare il figlio a raggiungere tanti obiettivi malgrado la disabilità. L’altra di vittimismo in cui i genitori diventano vittime e non incoraggiano più il bambino. Questi genitori si piangono addosso, iniziano a isolarsi, cercano di trovare un colpevole per quanto stanno vivendo e non si rendono conto di nuocere a sé stessi e soprattutto al bambino. Non è facile accettare la diagnosi di disabilità di un figlio perché ciascuno di noi vorrebbe il fiore con tutti i petali. Tuttavia nella vita possiamo sempre modificare le situazioni ed è per questo che la cosa migliore resta quella di reagire e di stimolare sempre di più il bambino.

4. Che cosa si intende per Self Advocacy?
Self Advocacy è una tecnica usata nella scuole inglesi per far sì che un bambino si presenti da solo alla classe. Prendendo la parola, daranno modo ai nuovi compagni di accoglierli nella maniera più spontanea. Non si tratta necessariamente di parlare ma ci si può esprimere anche attraverso un disegno oppure una fotografia. I miei figli si sono presentati alla classe, hanno spiegato cosa fosse l’impianto cocleare e raccontato di essere nati sordi. Bisogna imparare a lasciare la “parola” ai nostri figli senza proteggerli troppo. Loro stessi in questo modo faranno vivere la loro diversità come qualcosa di normale. D’altronde i bambini si devono abituare alla diversità.

5. Quali sono le abilità di Keisha, Zack e Dylan?
Noi come genitori stimoliamo sempre i nostri figli a coltivare le loro abilità. Keisha è una bambina sportiva e con spiccate doti artistiche. È molto brava nel nuoto e fa parte di una squadra agonistica. Ha già superato il primo esame di pianoforte al conservatorio, frequenta la scuola di teatro e la sua autostima è cresciuta enormemente. Zack è un bambino che ha una concentrazione e una capacità di pensiero molto sviluppate. Lo chiamano il pensatore. È molto bravo negli sport dove è richiesta molta concentrazione personale come il nuoto o lo sci. Legge libri, elabora pensieri approfonditi e ama studiare tutto ciò che riguarda lo spazio. Usa tutta la sua immaginazione per scrivere brevi racconti, ama la musica e studia pianoforte. Frequenta anche lui la scuola di teatro e adora ballare. Dylan è un piccolo ingegnere. Ha una memoria fotografica enorme e sa tutto sulle macchine, sui motori e sugli aerei. È un attore pazzesco e frequenta anche lui la scuola di teatro. Ha un suo canale YouTube e adora mandare messaggi ad altri bambini tramite il suo canale. Apprende rapidamente ed è responsabile di tante cose a casa. Ama ballare, correre e fare atletica.

6. C’è un episodio del vostro quotidiano che vorresti condividere con i lettori?
Una volta siamo andati a NYC e in un parco Zack si è messo a parlare con un bambino americano. Il bambino gli ha chiesto se fosse Harry Potter perché aveva lo stesso accento British. Ci ha fatto ridere questa cosa sapendo che Zack è nato sordo. Zack, Dylan e Keisha hanno uno spiccato accento British ed è questo che colpisce di più, non l’impianto.

7. Lingua dei Segni e impianto cocleare: una convivenza plausibile?
Non saprei perché noi abbiamo scelto la via del linguaggio. La plasticità cerebrale dei bambini è fortissima dalla nascita fino ai 4 o 5 anni ed è in quel lasso di tempo che occorre stimolare i bambini a imparare tutto soltanto attraverso l’ascolto. I miei figli hanno una proprietà di linguaggio alla pari dei coetanei ma non so come sarebbe stato se avessero imparato anche la Lingua dei Segni. Stando a quanto ho letto, i risultati maggiori sono stati ottenuti da bambini esposti unicamente all’oralismo. Comunque ognuno deve essere libero di decidere senza costrizioni. Se un bambino nasce da genitori sordi segnanti, sicuramente dovrà essere esposto anche alla Lingua dei Segni per comunicare con loro. La nostra scelta è stata subito e senza dubbi quella dell’oralismo per dare ai bambini le stesse opportunità che avevamo avuto noi e affinché stringessero facilmente dei legami con altri bambini.

8. In cosa consiste l’Auditorial Verbal Therapy?
È una terapia specifica per bambini nati con problemi uditivi. Insegna ai genitori come “giocare” con i propri figli affinché apprendano soltanto attraverso l’ascolto. Insegna ai bambini a pensare prima ancora di parlare. La cosa importante per i bambini nati con problemi uditivi non è imparare a memoria delle parole, bensì capirne il significato. A che pro dunque conoscere la parola SEDIA se non contestualizzata e correlata al bisogno di compiere una determinata azione?

9. Che cos’è la diversità?
È una grande opportunità se vissuta come tale. I mie tre figli sono tutti “diversi” ma loro usano la diversità come una grande opportunità e ne ricavano grandi vantaggi. La diversità è intelligenza, è fantasia, è uscire dalla routine in cui tutti fanno le stesse cose. La diversità è la ricchezza della società.

10. Qual è la differenza tra integrazione e inclusione?
Oggi va tanto di moda parlare di diversità nelle aziende e nelle scuole. Eppure chi ne parla spesso non ha la più pallida idea di cosa sia l’inclusione. Vi faccio un esempio: molte aziende parlano di diversità ma poi nelle foto ci sono persone UGUALI fra di loro. Ci sono genitori che dicono che nelle classi dei loro figli ci sono bambini con la pelle di un altro colore o con una disabilità ma non sono capaci di includerli. Spesso questi bambini non vengono invitati alle feste o nelle aziende chi è diverso viene escluso da certe dinamiche di squadra. L’inclusione vuol dire non solo invitare un bambino diverso a una festa ma anche invitarlo a ballare con tutti, attribuirgli/le un ruolo in classe. In azienda vuol dire creare dei team e per ogni team includere una diversità. Dare a questa persona un ruolo chiave basandosi sulle sue abilità. La NASA ha assunto 30 ragazzi con lo spettro autistico. Non li ha assunti per “obbligo” ma perché ha pensato alle loro abilità matematiche. Questa è inclusione. Loro hanno un ruolo, una responsabilità definita e i colleghi rispettano la loro genialità frutto della loro diversità.

11. Come la immagini una società realmente inclusiva?
La immagino come una realtà in cui le donne ricoprono un vero ruolo nel lavoro senza dover cambiare modo di essere, una società dove donne e uomini godono di lavori part time per maternità e paternità, dove un ragazzo disabile riceve tante offerte di lavoro e questo grazie alle sue capacità e non perché ha un deficit. Sogno una società in cui un ragazzo o una ragazza di colore possano camminare per strada senza essere notati e abbiano dunque le stesse opportunità degli altri. Una società del genere richiede l’innalzamento del livello culturale. Si dovrebbe spegnere la TV e vendere libri a prezzi più bassi. Questo è l’unico modo per cambiare il mondo.

12. Torneresti a vivere in Italia?
Per ora no ma è anche vero che viviamo all’estero da più di 15 anni. L’Italia è il paese più bello del mondo ma io credo che per i miei figli ora ci sia una grande opportunità di imparare altre culture e lingue e per noi di lavorare serenamente. Durante le vacanze in Italia non abbiamo mai avuto problemi di discriminazione ma provo una certa paura quando sento certe parole pronunciate dai leader politici e riproposte nei social. Questo succede anche dove viviamo noi ma almeno la legge protegge molto la diversità e non lascia spazio alle offese.

13. Un libro che hai amato in modo particolare e che ti sentiresti di consigliare?
Per quanto riguarda la sordità consiglio “La Terra del Tra” e “Fra Silenzio e Suono” di Jodi Michelle Cutler, una mamma e una professionista del settore. Ai genitori consiglio “Il libro che vorresti i tuoi genitori avessero letto” di Philippa Perry.

14. Qual è il tuo motto?
Focus on your abilities e mai mollare.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 25-01-2020 alle 21:41 sul giornale del 27 gennaio 2020 - 2292 letture

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