Fermo da Gustare: Storie di Cibo e di Vino

4' di lettura 12/01/2020 - Che ne dite di un bel viaggio nell’agro fermano tra borghi e cantine alla scoperta di tradizioni, buon vino e piatti tipici? Saranno direttamente i produttori coi loro racconti a guidarci in questo percorso.

Un appezzamento lungo l’Aso impiantato negli anni ’30 chiamato “Vigna Cacià” per via del soprannome con cui la famiglia era conosciuta a Carassai, paese d’origine: sono trascorsi più di ottant’anni dall’innesto di quella prima barbatella, ben quattro le generazioni che, dalla fondazione di “Vigneti Santa Liberata” ad oggi, con continuità si sono succedute. Viticoltura per la famiglia Savini è, da sempre, sinonimo di passione. Non a caso il loro motto è: “dove ci guida la passione”.

Ad accoglierci a Lido di Fermo, dove nel 1948 viene trasferita la cantina (all’epoca letteralmente a ridosso del mare, come testimonia una foto scattata nel 1968), è Martina, la prima della quarta generazione. Insieme con suo papà Domenico Martina di mestiere fa l’enologa e fin da piccina amava scorrazzare tra i serbatoi convinta che ogni bimbo avesse sotto casa una cantina come la sua.

I vigneti, estesi su una superficie di 90 ettari, sono sparsi tra Carassai, Petritoli e Sant’Elpidio a Mare. “In pochi sanno”, ci racconta Martina, “che la nostra tenuta è l’unica enclave del comune di Petritoli al di là del fiume Aso”. Petritoli, infatti, si estende interamente a sinistra del fiume eccetto quella vigna in contrada Liberata che, agli inizi del secolo scorso, diviene parte, per volere del ricco proprietario di allora, del comune di Petritoli. Lì passerina e pecorino la fanno da padrone per poi prendere forma nelle rispettive Offida DOCG poiché, data la collocazione del vigneto su suolo petritolese, il disciplinare lo consente. Ma c’è anche un’altra DOC istituita nel 1972, in voga negli anni passati, che oggi, a livello commerciale, è stata soppiantata dalle altre: la DOC Falerio. Nonostante questo il Falerio non viene abbandonato e il loro è un uvaggio di passerina, pecorino, trebbiano e malvasia.

Nella tenuta di Sant’Elpidio predomina il colore rosso: dal montepulciano al sangiovese, vitigni autoctoni che insieme fanno il Rosso Piceno DOC, ma anche il petit verdot che autoctono non è. “Lì prima che comprassimo la terra”, spiega, “c’era una cava di pietrisco quindi il terreno è molto secco e ben si presta alla coltivazione di vitigni a bacca rossa come il montepulciano, ricco di tannino. La tenuta poi è tutta esposta a sud, per questo vi abbiamo impiantato varietà tardive di modo che, stagione permettendo, a metà ottobre giungano a una buona maturazione”.

Le radici qui non sono solo quelle della vite. “La mia prima vendemmia da enologa è stata nel 2015. In quell’anno abbiamo dato vita al Liù. Liù era il vezzeggiativo con cui nonno Onorato chiamava nonna Luigina, colonna portante dell’intera famiglia, una donna che, senza farsi vedere, muoveva tutti i fili. Nonno invece era l’opposto: estroverso, sempre giacca e cravatta, aveva studiato enologia negli ‘40 a Conegliano ed era un dispensatore di consigli, conosciutissimo dai fermani anche per aver rivestito la carica di assessore al commercio”.

A basso impatto ambientale dal 1992 tutte le tenute sono state gradualmente convertite in biologico. “All’inizio è stato difficile perché il biologico richiede molta più attenzione. Così lavoriamo in prevenzione. C’è molto studio in vigna da parte di zio Giorgio, l’agronomo, per far sì che essa non si ammali e poi in cantina da parte mia, di mio padre e di zio Vito. In collaborazione con l’Università Politecnica delle Marche e altre tre realtà marchigiane stiamo poi portando avanti un progetto, il progetto VITIS, che si propone come obiettivo quello di introdurre l’innovazione tecnologica nel settore vitivinicolo bio e a basso impatto”. Ottimizzare l’intervento dell’uomo dunque, trattando solo quando e dove strettamente necessario.

Grazie, infine, a delle moderne stazioni meteo collegate ai telefoni oidio e peronospora non hanno più il tempo di attecchire: monitorando infatti alcuni parametri se ne previene l’incidenza.

E’ l’ora dell’assaggio. Cosa ci stapperà Martina?

Dopo 18 mesi di affinamento in tonneaux di rovere francese degustiamo un Rosso Piceno ottenuto da una selezione di montepulciano, sangiovese, cabernet sauvignon e canaiolo. Dal calice si sprigionano sentori di frutta rossa, amarena in primis ma non mancano le spezie, il caffè e il cioccolato.

Abbinato a un bel coniglio alla cacciatora alla marchigiana è una vera goduria!


di Benedetta Luciani
redazione@viverefermo.it





Questo è un articolo pubblicato il 12-01-2020 alle 08:39 sul giornale del 13 gennaio 2020 - 2533 letture

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