I ramai e quel loro strano modo di comunicare

3' di lettura 02/12/2019 - A Boro, sfregiato per la sua tanta bellezza, i ramai di Force devono tanto per aver appreso da lui l' arte del modellare il rame.

Arrivo a Force che fa freddo. Qui è già inverno. Le luminarie appese dicono: Natale alle porte.

Lascio l'auto lungo la circonvallazione. E inizio la salita. C'è nobiltà nei palazzi intrecciati alle case basse. La pietra di fiume ha costruito tutto. Ogni tanto un vicolo che s'apre sulle montagne. Guardo le colline intorno. Su una di quelle si rifugiò Boro, lo zingaro dal bel volto che, nella notte dei tempi, aveva insegnato l'arte del rame ai giovani del luogo. Era talmente bello che un coetaneo lo sfregiò ponendogli una palla di rame incandescente in volto. Boro, sfigurato, s'allontanò da Force ma continuò il suo mestiere. Creò opere stupende. Ma le parole che uscivano dalla sua bocca orrendamente mutilata, erano incomprensibili.

Il Signore Iddio ebbe pietà di lui, restituendogli bellezza e lasciandogli quel linguaggio strano che divenne lingua: il baccajamento. Ed il baccajamento, al di là della leggenda, è stato sino a pochi anni fa il dire dei ramai di cui Force è capitale. Nei momenti di gloria arrivarono ad essere in sessanta.

La porta del Museo dei Ramai è chiusa. Non è tempo di visita. Leggo la targa e il numero di cellulare. Chiamo. Dopo poco arriva Rossana, fa parte dell'Associazione Terra Vita, composta quasi esclusivamente di donne. Si danno un gran daffare per Force. Mi accompagna nella visita spiegando le tre sale aperte negli scantinati, suggestivi, di Palazzo Canestrari. La prima è la riproposizione di una fonderia; la seconda è un'esposizione dei prodotti in rame; la terza è quella degli strumenti: la forgia, l'incudine, gli scalpelli per le decorazioni, i grandi compassi, la curvatrice e i trapani manuali. L'associazione vorrebbe riaprire una vecchia officina e chissà se poi qualche giovane...

Ringrazio di cuore e riprendo il cammino, in solitaria: nessuno in strada, il terremoto ha colpito duro, numerose le case imbracate. Sosto dinanzi all'abitazione della beata Maria Assunta Pallotta. A volte vi stazionano le suore francescane, oggi no. Raggiungo la piazza alta dove insiste il palazzo municipale con torre civica e collegiata di San Paolo. Una squadra di operai sta sistemando la facciata di un edificio. Il più anziano grida al più giovane con frullino in mano: «Devi andare dolce». Sembrerebbe fuori posto per un muratore. E pure è sempre così, in ogni ambito. Delicatezza, levità, leggerezza. Sotto il palazzo, una fontana e una scritta. Sono parole di san Bernardino da Siena, inventore, con san Giacomo della Marca, dei Monti di Pietà. Vi si legge: «Sappi che, chi sta nel mondo facendo quanto bene egli può fare, non si può fare che non sia detto mal di lui». Il bene che conquista e rende grande l'uomo. A lato, una balconata sull'infinito. Supero l'abside romanico della chiesa di San Paolo. Imbocco lo stretto vicolo Grazioli, dove il vento s'infila tra case e giacca a vento. Sbuco sopra la chiesa di San Francesco costruita dall'architetto Sacconi su una precedente richiamata dalla più antica torre campanaria. La stella cometa è già al suo posto. Porterà novità sicuramente. Una vecchina torna a casa con la sporta della spesa. «Buongiorno» mi dice. «Buongiorno» le rispondo. Lei sorride e io pure. La giornata




Adolfo Leoni


Questo è un articolo pubblicato il 02-12-2019 alle 08:10 sul giornale del 03 dicembre 2019 - 802 letture

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