Grazia Anselmo: Alice nel paese dei sordi

8' di lettura 15/10/2019 - Parlare è un bisogno, ascoltare è un'arte. Goethe

Grazia Anselmo è nata e vive a Roma. Ha vissuto sino all’età di 8 anni in Sicilia, tra Palermo e Alcamo, con i nonni paterni e due zii sordi, Nicola e Francesco Anselmo. Nutre un profondo legame con i figli, tutti sordi, di suo zio Francesco, in particolare con Graziella. Pedagogista e tutor didattico, svolge altresì la professione di mediatore familiare e interprete LIS.

1) Cosa significa per te essere cresciuta in una famiglia di persone sorde?
Sono cresciuta con sordi segnanti e oralisti. I miei nonni non segnavano, mentre i miei cugini segnanti erano in istituto. Io non segnavo o almeno non ne ho memoria. Nella relazione con i miei zii non c’erano problemi. Ricordo che una volta ho chiesto a mia zia se potevo andare in cantina a giocare con i giocattoli dei miei cugini, la risposta fu: “pasta e fagioli è pronta!”. Ero amatissima e io amavo loro. All’inizio è stato traumatico abituarmi a determinati comportamenti tipici dei sordi e a cui mi toccava assistere: il loro modo diverso di vivere e interpretare la realtà, la mancanza di un pensiero astratto fatto solo di immagini e di azioni e certi atteggiamenti violenti. MAI su di me, io ero amata e protetta fino all’esagerazione. Prima nipote femmina udente, figlia del figlio udente amato e morto giovanissimo.

2) Chi era Francesco Anselmo?
Francesco Anselmo era il fratello di mio padre ed erano legatissimi. Mio padre ha fatto da ponte con il mondo degli udenti. Negli anni cinquanta mio zio è stato il primo attore sordo nonché precursore del teatro sordo. Oggi posso affermare con certezza che l’affetto che provo per lui, per mia zia Liliana e per i miei cugini, sia quello di una grande famiglia.

3) Quando sei stata esposta alla LIS per la prima volta?
Sono stata esposta alla LIS soltanto all’età di 24 anni. Sono tornata a Roma da mia madre all’età di 8 anni e da quel momento ho interrotto ogni contatto con i parenti e quindi con la sordità. Nel 1988, quando avevo 24 anni, sono andata a Palermo da un cugino udente per scappare da un matrimonio indesiderato. Mio cugino Maurizio, sposatosi l’anno precedente, voleva presentarmi l’allora moglie Enza Giuranna, così venne a prendermi per una pizza. Imbarazzo totale, io assolutamente incapace di comprendere un solo segno o di produrlo, Enza, sorda, mi faceva da interprete. Il peggio arrivò al ristorante. C’era il raduno del circolo dei giovani sordi di Palermo, io ero l’unica udente e mi sentivo talmente incapace da volermi sotterrare. Ho vissuto “al contrario”, io “udente-muta” in un gruppo di “sordi-parlanti-segnanti”: non ebbi voce neanche per ordinare la pizza. La ordinò un ragazzo sordo per me. Compresi in quel contesto quanto il “fingermi sorda” potesse darmi un vantaggio fra gli udenti che si sentivano al sicuro e quindi liberi di esprimersi. A fine serata “tenevo banco” : io a capotavola a parlare in Lingua dei Segni delle differenze tra i Testimoni di Geova e i Cattolici. Chiedevo e memorizzavo i segni con una velocità incredibile. Enza mi disse che se mi avessero tagliato le vene, ne sarebbero usciti dei segni. Mi presentò allo zio Armando Giuranna che era diventato Presidente dell’Ens e cercava una persona di fiducia a Roma. All’epoca era tutto nelle mani di Cesare Magarotto. Lui era udente e i Presidenti sordi venivano emarginati. Non avevano alcuna voce in capitolo. Armando mi esaminò: “ottima capacità espressiva, chiaro movimento labiale. I segni? Ci penso io! E così fu. Nel mese di ottobre fui assunta e per esposizione diretta ai vari dialetti dei Presidenti di sezione e al suo, imparai la LIS. Tra gli udenti che lavoravano all’Ens soltanto io conoscevo la LIS. Presto diventai l’unica interprete che conosceva, tra l’altro, anche l’inglese e il francese. Nel 1993 diedi gli esami a sanatoria e ottenni il diploma di interprete. Era uscita la Legge 104 e bisognava inserire interpreti nelle università. Con me anche Veronica Donatello che all’epoca non ancora suora. Negli anni è stato un crescendo di incarichi (Università, Parlamento, Coni, Fiss, Fisd, ecc.) fino alla maternità, all’ascesa della Collu e al declino su tutti i fronti.

4) Ti sei mai trovata nei panni di mediatrice per i tuoi parenti?
Certo! In qualsiasi occasione: chiesa, ospedale, ginecologo e medici vari, avvocati. Una full immersion estiva, periodo in cui ci si riuniva nelle rispettive case adiacenti ad Alcamo. Fu mia cugina a rendersi conto che stavo “scoppiando”. Io non ne avevo l’esatta percezione, era puro assistenzialismo.

5) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più vicina agli udenti o ai sordi?
Sono un ibrido. La mia mente ragiona per immagini, proprio come avviene per i sordi. Grazie alla LIS ho la possibilità di tradurre e rendere comprensibili, a me stessa, i miei pensieri. Ragiono sì per immagini ma con la struttura della lingua italiana. Mi reputo fortunata perché la ricchezza del mio vocabolario mi permette di “tirar fuori dal cilindro” ciò di cui ho bisogno.

6) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
Cultura? Ho serie difficoltà a considerarla tale. Quello che viene chiamato erroneamente cultura, a parer mio, è solo “fare di necessità virtù”. Sono gli effetti collaterali di una disabilità. Ricordiamoci che la sordità è una disabilità con tanto di riconoscimento di Legge. È un handicap a tutti gli effetti, handicap che spesso ci si infligge con una sorta di auto-ghettizzazione. Fortunatamente questo fenomeno sta scemando con le nuove generazioni. Io sono per le protesi e per l’impianto cocleare. Sono sempre dell’idea che ci sia un forte ritardo cognitivo, non mentale, sia chiaro. Nei sordi segnanti della mia generazione ciò è dovuto a una povertà lessicale e segnica vissuta sin da bambini e protrattasi nel tempo in seguito a interventi scolastici e riabilitativi non adeguati. Ne ho conferma tutti i giorni in qualità di mediatore familiare, interprete nei servizi sociali o tutor accademico. Per evitare ciò bisognerebbe fare interventi mirati e diversi, specie in tenera età. Temo che il concetto di “cultura sorda” sia stato spesso strumentalizzato. Se poi parli di cinema, teatro, barzellette, altre modalità, allora sì. Ma su altri aspetti gli effetti collaterali non sono eccezionali.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Secondo la mia esperienza personale ti direi “fantastico”. Io comunque non ho avuto i genitori sordi, non sono stata esposta 24 ore su 24 a quelle modalità. Mi sono stati risparmiati tutti gli effetti collaterali che invece possono aver vissuto e vivono i CODA. Nessuno ha colpa ma questa è la realtà.

8) LIS: lingua o metodo?
Lingua per chi la vuole usare, sordi o udenti. Non è appannaggio esclusivo dei sordi. Una lingua è di chi la parla. La definirei metodo quando occorre intervenire sul pensiero, in logopedia o a livello educativo.

9) C'è un episodio legato al tuo vissuto che vorresti condividere con noi?
Il ricordo più bello: notte profonda, grande luna nel cielo, io, Graziella, Enza e Rosaria Giuranna immerse nelle acque termali fra i canneti, una quiete fantastica, noi donne spirituali che segnavano in silenzio al chiaro di luna parlando di quanto di più profondo potesse esserci. Tre sorde che mi hanno aperto un mondo, in quel momento. Il mio è un enorme grazie. Ancora oggi mia cugina Graziella rappresenta il mio totem, la mia anima guida.

10) Diventare interprete LIS: vocazione o senso del dovere?
Né l’uno né l’altra. L’ho fatto per necessità, per amore nei confronti dei miei. Quando era diventato puro assistenzialismo abbiamo detto basta e siamo cresciuti tutti un po' di più. Lavoro? No, non mi entusiasma come lavoro. È freddo, sterile, sei un ponte, un libro che qualcun altro scrive. Preferisco usare della LIS le configurazioni, lo spazio che mi permette di aiutare tutti i bambini e i ragazzi che seguo come pedagogista e tutor domiciliare o nelle riabilitazioni. La LIS, da buona logorroica, la uso come le altre lingue. È uno strumento che mi consente di comunicare.

11) Com’è nata l’idea di organizzare viaggi per persone sorde?
Perché io sono una fifona, viaggiavo con la mente ma avevo paura di tutto. Antonio Di Marco, un mio amico sordo, mi ha insegnato la sfrontatezza e il “chissenefrega” e così ho deciso di affrontare 64 esami e laurearmi. Sempre grazie all’incoscienza e alla leggerezza dei sordi ho trovato il coraggio di viaggiare.

12) Qual è il tuo motto?
In sostanza, il contatto con la sordità è stato un motivo di crescita. Il mio pensiero in proposito, calzante, non proprio un motto è: “Ero aquilone e credevo d’essere libero, ma un filo di paura mi legava al mondo. Così, in un brivido d’incoscienza, spezzai ogni legame e scelsi d’ essere vento.” Anche in questo, il più grande aiuto, è venuto dall’assordante silenzio.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 15-10-2019 alle 18:46 sul giornale del 16 ottobre 2019 - 3606 letture

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