“Il ruolo di una casa famiglia”

3' di lettura 01/08/2019 - Dopo "Bibbiano", si sente molto spesso parlare del ruolo delle case famiglia che accolgono minori allontanati dalle famiglie di origine a causa di problematiche come la trascuratezza, l’incapacità genitoriale, il maltrattamento fisico e/o psicologico, episodi di tossicodipendenza o alcolismo

Queste realtà sono luoghi di accoglienza temporanea dove il minore deve essere accolto, accudito, accompagnato verso un progetto di affido o di reinserimento nella famiglia, dopo che questa si è mostrata disponibile e motivata a farsi guidare verso un percorso di rieducazione per il costituirsi di equilibri più adeguati di cui è stata mancante.
Alla famiglia di origine devono essere dati gli strumenti per poter collaborare ad un progetto educativo e costruire un clima familiare idoneo dove il bambino possa tornare a vivere la sua infanzia e pubertà con i giusti modelli genitoriali.
La casa famiglia non può essere la risposta definitiva alle problematiche che vengono denunciate dai servizi sociali o dalle istituzioni in genere, è semplicemente un contenitore momentaneo di emozioni forti che il minore è costretto a vivere e un momento di passaggio che lo dovrebbe aiutare a prepararsi al progetto di vita che lo attende.
Solitamente nelle case famiglia sono inseriti bambini che vanno da 0 ai 10 anni di età, con una permanenza che può andare da sei mesi fino ad un massimo di due anni se è stata prorogata, sempre secondo un progetto che deve essere concordato con i servizi affidatari.
Durante questo periodo, il minore deve essere monitorato da figure competenti, educato al rispetto delle regole nei vari contesti, inserito nelle realtà sociali del territorio, come asili, scuola, associazioni sportive, in modo che il bambino una volta che esca, sia pronto ad affrontare la vita che lo aspetta fuori.
È normale che in questo periodo di permanenza in una struttura, le problematiche che possono emergere oltre a quelle esistenti al momento dell’ingresso, possano essere tante, per cui è importante essere pronti a gestirle, a contenere le emozioni negative per canalizzarle verso aspetti positivi, ecco perché è indispensabile circondarsi di figure professionali con attitudini anche di accudimento e di tutela del bambino, che a seconda dell’età, ha bisogni differenti.
Nei casi di minori da 0 a 3 anni, quando la madre non è in grado di prestare da sola le cure e le attenzioni di cui il minore necessita, si auspica l’ingresso della mamma insieme al figlio, pur di salvaguardare il rapporto madre-bambino, in questo caso si deve lavorare sulla diade fornendo alla mamma gli strumenti di accudimento primario e secondario, periodo in cui la figura materna viene sottoposta a continuo monitoraggio, dall’altro lato i servizi devono lavorare sul tessuto sociale di provenienza della diade per far si che ci sia une rete di supporto una volta che la mamma e il bambino escano dalla casa famiglia.
Il progetto educativo deve essere condiviso e accolto da tutti gli attori coinvolti, qualora qualcosa non funzioni, il progetto va ridefinito e vanno reimpostati gli obiettivi, purtroppo non sempre tutto procede come dovrebbe, perché la motivazione personale e l’investimento di ogni attore coinvolto, gioca un ruolo fondamentale.
Il tribunale dei minori è l’organo competente a prendere decisioni in itinere e alla fine del percorso, ma sempre sulla base di un lavoro svolto nei mesi e talvolta negli anni, grazie ad un lavoro di equipe che deve essere svolto dalle figure professionali operanti all’interno della struttura, dai servizi sociali, dall’istituzione scolastica coinvolta e dalle figure parentali che possono mostrarsi più o meno collaborative, ma ciò che non si deve perdere mai di vista è il bene del minore coinvolto, perché rimane il protagonista di ogni storia problematica con cui dobbiamo fare i conti.






Questo è un articolo pubblicato il 01-08-2019 alle 12:30 sul giornale del 02 agosto 2019 - 1236 letture

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