La CORTE COSTITUZIONALE entrerà nel merito dell’art. 2 comme 58/63 della legge Fornero che revoca le prestazioni assistenziali e previdenziali nei confronti dei detenuti e condannati per reati gravi

5' di lettura 18/07/2019 - La legge Fornero, tra le altre cose, dispone la revoca di alcune tipologie di prestazioni di cui siano titolari soggetti condannati per taluni reati di particolare allarme sociale

Con ordinanza del 16 Luglio u.s. il Giudice del Lavoro di Fermo, Dr.ssa Elena Saviano, ha accolto l’istanza di rimessione degli atti alla Consulta avanzata dall’Avv. Fabio Cassisa, del Foro di L’Aquila, in ordine alla normativa punitiva contenuta nella c.d. L. Fornero all’art. all’art. 2, comma 61.
L’Avv. Fabio Cassisa, del Foro di L’Aquila, legale del ricorrente G.T., ha promosso un ricorso in materia previdenziale, contestando la legittimità costituzionale della normativa in questione, in forza della quale l’INPS nel Marzo del 2017 aveva prima sospeso e poi revocato la pensione di invalidità civile al proprio assistito, soggetto invalido al 100% e collaboratore di giustizia che attualmente sta scontando la pena in regime di detenzione domiciliare.
Nello specifico, l’Avv. Cassisa ha sollevato ben 3 distinte questioni di legittimità costituzionale avverso la normativa inserita nella c.d. L. Fornero ed in particolare al comma 61 dell’art. 2, introdotto nell’ampia legge di riordino del regime pensionistico per via di un disegno di legge presentato dall’allora Deputato della Lega Nord Massimiliano Fedriga, attualmente Presidente della Regione Friuli-Venezia Giulia.
Sotto un primo profilo la questione di legittimità costituzionale è stata sollevata dal Legale Cassisa con riferimento all’art. 25 Cost., in quanto la predetta normativa stabilendo la revoca delle prestazioni anche nei confronti di soggetti già condannati con sentenza passata in giudicato al momento dell’entrata in vigore della legge, violerebbe il principio di irretroattività della legge penale, dovendo essere riconosciuta a tale sanzione amministrativa natura sostanzialmente penale ed essendo indubbio che il divieto di retroattività previsto dalla Costituzione si applichi anche alle sanzioni amministrative accessorie alla sanzione penale principale; Sotto altro profilo la questione di costituzionalità è stata posta con riferimento all’art. 38 Cost., in quanto nell’applicarsi indistintamente a tutti i condannati, senza distinguere tra detenuti e soggetti ammessi a scontare la pena in regime alternativo (detenzione domiciliare o affidamento in prova al servizio sociale), o addirittura in regime di sospensione della pena per grave infermità, inciderebbe sul diritto costituzionalmente garantito e tutelato al mantenimento ad all’assistenza sociale, riconosciuto dalla Costituzione in favore di tutti i cittadini inabili al lavoro e sprovvisti dei mezzi necessari per vivere (siano essi incensurati o pregiudicati); Sotto ulteriore profilo la questione è stata posta con riferimento all’art. 3 Cost., in quanto la norma prevede indistintamente la sua applicazione nei confronti sia dei detenuti e condannati comuni, che dei collaboratori di giustizia, così da risultare irragionevole nel trattare in maniera uniforme ipotesi differenti, in aperto contrasto con il consolidato principio del c.d. “doppio binario” previsto da tutta la normativa repressiva in materia di criminalità organizzata; In particolare, il Giudice del Lavoro di Fermo nelle motivazioni della propria ordinanza ha dato ampio risalto alla questione di incostituzionalità sollevata dall’Avv. Fabio Cassisa nel suo ricorso con riferimento alla dedotta violazione della normativa in questione con l’art. 38 Cost., assumendo come la normativa in parola finisce col privare il soggetto già ammesso al regime di detenzione domiciliare ed inabile al lavoro dell’unico mezzo di sussistenza ed assistenza riconosciutogli dall’ordinamento, senza nemmeno concedergli la possibilità di ripresentare apposita domanda all’INPS se non dopo aver interamente scontato la pena inflittagli. Per tali motivi, il Giudice del Lavoro di Fermo, ritenendo rilevante nel giudizio e non manifestamente infondata le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 61, L. n. 92/2012, sollevate nel ricorso introduttivo dall’Avv. Fabio Cassisa, difensore del ricorrente G.T., in relazione agli artt. 25, 38 e 3 Cost., ha disposto con ordinanza la sospensione del giudizio e la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale. Spetterà ora alla Consulta stabilire se la normativa che prevede la revoca delle prestazioni assistenziali e previdenziali nei confronti di soggetti condannati per taluni gravi reati, che stanno scontando la pena in carcere, in misura alternativa alla detenzione, o addirittura che versino in differimento della pena per grave infermità, sia conforme o meno con i principi della Carta costituzionale previsti dagli artt. 25, 38 e 3 Cost.
Al momento, grande soddisfazione viene manifestata dal Legale Cassisa per l’ottenimento del risultato fortemente voluto con la proposizione del ricorso, in quanto se è vero che il Legislatore ha il diritto di esercitare autonomamente il proprio potere di legiferare, è anche vero che detto potere non può essere mai esercitato in palese violazione della normativa sovraordinata rispetto a quella ordinaria, vale a dire quella di rango costituzionale ed internazionale.
Tema – questo – di enorme attualità, la cui risoluzione è demandata alla Corte Costituzionale attraverso lo strumento della rimessione degli atti processuali da parte della Magistratura, laddove la questione sollevata venga ritenuta rilevante nel giudizio e non manifestamente infondata. Ma è altrettanto evidente – aggiunge l’Avv. Fabio Cassisa, del Foro di L’Aquila – come gli Avvocati giochino un ruolo assai importante nel caso di specie, dovendo essi stimolare la Magistratura all’esercizio del predetto strumento, che l’ordinamento prevede e mette a disposizione per evitare la vigenza di norme giuridiche create in palese contrasto con i principi fondamentali della Costituzione e della normativa sovranazionale, a loro volta posti a tutela dei diritti fondamentali dei cittadini e previsti dagli ordinamenti per garantire una convivenza pacifica, civile, equa e solidale.

Credo – chiosa l’Avv. Cassisa - sia venuto il momento per l’Avvocatura di scrollarsi di dosso ogni remora nell’arginare con gli strumenti giuridici che l’ordinamento mette a disposizione degli operatori del diritto e della giustizia norme di stampo marcatamente “criminogene” tanto in voga negli ultimi anni, quale quella in questione e – tanto per un altro esempio - come quella che esclude dal diritto di richiedere una misura di stampo chiaramente assistenziale quale il reddito di cittadinanza per i soggetti condannati per taluni reati ed addirittura per soggetti semplicemente indagati, che versino in misura cautelare personale (anche non detentiva), il tutto in spregio al principio di innocenza, anch’esso previsto e tutelato dalla Carta Costituzionale.






Questo è un comunicato stampa pubblicato il 18-07-2019 alle 08:58 sul giornale del 19 luglio 2019 - 1784 letture

In questo articolo si parla di cronaca, avvocato, corte costituzionale

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.biz/a9K9





logoEV
logoEV