Essere CODA (Children of Deaf Adults): intervista a Debora Ercoli

6' di lettura 10/07/2019 - Essere CODA mi ha permesso di sviluppare qualità come empatia e resilienza.

Debora Ercoli vive a Perugia ed è figlia di genitori sordi. Suo padre è sordo dalla nascita e segnante da sempre, sua madre è nata udente ed è diventata sorda all’età di 4 anni. Inizialmente oralista, la mamma ha imparato la Lingua dei Segni dopo essersi sposata con suo padre. Debora ha due sorelle una delle quali sorda dalla nascita e segnante. Da oltre 20 anni si occupa di formazione presso un’agenzia formativa di Perugia e, sfruttando le competenze linguistiche nella LIS, ha sempre svolto attività di volontariato a favore dei sordi su diversi fronti.

1) Cosa significa per te essere CODA?
Essere nata e cresciuta in una famiglia di sordi significa essere esposti a una duplice realtà in termini di comunicazione, cultura, modi di fare e modi di vivere le emozioni e i sentimenti. Essere CODA può significare da un lato difficoltà di relazione, ma dall’altro arricchimento mentale e culturale.

2) Come e quando sei stata esposta all'italiano?
Sono stata esposta alla lingua italiana da sempre avendo una sorella maggiore udente che già parlava e trascorrendo molto tempo in mezzo a persone udenti. Inoltre ho iniziato a frequentare l’asilo nido sin da piccola, visto che i miei genitori lavoravano tutto il giorno. Forse ancor prima di iniziare a parlare, ho appreso la Lingua dei Segni per poter comunicare con i miei genitori e ho continuato a portare avanti entrambe le lingue nel corso della mia vita. Questo anche dopo essermi fatta una famiglia composta da persone udenti: mio marito e i miei 2 figli i quali conoscono tutti la Lingua dei Segni e sanno interagire con i sordi.

3) A scuola ti sei mai sentita diversa dagli altri?
A volte sì, in particolar modo quando i miei genitori andavano ai colloqui con gli insegnanti, durante i quali mi ritrovavo a fare da interprete. Quarant’anni fa non c’erano molti servizi di interpretariato a favore delle persone sorde. Nonostante qualche difficoltà, soprattutto in ambiente scolastico, non mi sono mai vergognata di avere dei genitori sordi anche se, la consapevolezza di quanto mi avevano potuto trasmettere, l’ho avuta soltanto da adulta.

4) Da un punto di vista linguistico e culturale ti senti più udente o sorda?
Da un punto di vista linguistico non ho difficoltà a esprimere ciò che penso e sento in italiano e in LIS. Da un punto di vista culturale posso dire di ritrovare in me caratteristiche tipiche della cultura dei sordi, come il concepire la diversità come una ricchezza e non come un deficit del quale bisogna vergognarsi. Mi rispecchio prevalentemente nella cultura udente, dato che frequento per lo più contesti udenti.

5) Cosa apprezzi delle due culture e cosa invece ti piace meno?
Della cultura sorda apprezzo le sfumature della comunicazione non verbale, che spesso lasciano intendere molto più di mille parole; apprezzo una comunicazione fatta di intese, sguardi, basata su un’intelligenza emotiva che va al di là delle parole che si possono pronunciare, delle emozioni che veicolano attraverso un canale che soltanto chi è cresciuto con i sordi può capire. L’aspetto che mi piace di meno della cultura sorda è che spesso “pretendono” dagli udenti e usano il loro “handicap” soltanto quando non riescono a ottenere quello che vogliono con i propri mezzi. Allo stesso tempo, crescere in un contesto sordo mi ha abituato a saper dare e a sapermi prendere delle responsabilità anche prima del previsto.

6) Hai incontrato delle difficoltà dovute al fatto di essere figlia di sordi? Se sì, quali?
Ho incontrato delle difficoltà caratteriali (timidezza, insicurezza e difficoltà ad avere una comunicazione libera) soprattutto negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Diciamo fino a quando sono stata in grado di saper prendere i lati positivi della cultura sorda e integrarli con quelli della cultura udente. Il risultato è stato positivo in quanto dalle difficoltà incontrate ho tratto lezioni di vita che hanno rafforzato il mio carattere, mi hanno resa più sicura delle mie capacità e in grado di saper fare delle scelte anche senza il supporto dei genitori, come solitamente avviene alla maggioranza degli adolescenti. Sicuramente le responsabilità a cui sono stata esposta durante la mia adolescenza, responsabilità che solitamente una ragazza con genitori udenti affronta in età più matura, mi hanno dato la possibilità di essere più sicura di me stessa e più autonoma.

7) Sulla base della tua esperienza quali sono i benefici di crescere in un contesto bilingue bimodale (LIS e italiano)?
Crescere in un contesto bilingue dà la possibilità di avere apertura mentale e culturale, oltre che di essere più tolleranti e comprensivi con le persone che ci circondano. Specialmente con chi per svariati motivi viene considerato “diverso” dal contesto comune, sapendo cogliere la ricchezza che tali persone possono dare. Inoltre, crescere in tale contesto aiuta a sviluppare qualità come empatia e resilienza, la capacità di saper affrontare in maniera positiva eventi traumatici e saper riorganizzare la propria vita dinanzi alle difficoltà, sapendo di dover contare essenzialmente sulle proprie possibilità. Essere CODA richiede spesso e volentieri proprio questo.

8) Che legame c'è tra il tuo lavoro e la sordità?
Da oltre 20 anni mi occupo di formazione presso l’associazione TUCEP che opera nell’ambito della cooperazione europea e della formazione professionale. Vista la limitata offerta formativa riguardante l’apprendimento della LIS nella nostra regione, e poiché TUCEP è un’agenzia formativa accreditata dalla Regione Umbria, da qualche anno abbiamo messo in piedi un percorso formativo quadriennale per l’apprendimento della LIS con il supporto delle competenze di Massimiliano Mondello, Coordinatore didattico dei corsi LIS. Abbiamo già realizzato tre edizioni del corso LIS di primo livello, un'edizione del secondo e da settembre partiremo con un ulteriore secondo livello e proseguiremo con il terzo. A livello europeo, abbiamo presentato e vinto due progetti finanziati dalla Commissione Europea, nell’ambito del programma Erasmus Plus, rivolti ai giovani sordi. Il primo, progetto SIDE – Supporting Innovative Models for Deaf Empowerment, di durata biennale e conclusosi nello scorso mese di febbraio, era finalizzato a sperimentare un modello formativo che potesse aiutare i giovani sordi a sviluppare le competenze di base e professionali per essere meglio preparati all’inserimento nel mondo del lavoro. Il secondo, MADE – Museum and Art education for Deaf Empowerment, è iniziato nello scorso mese di febbraio e durerà fino a gennaio 2021. Avrà come obiettivo quello di creare un modello formativo che possa preparare i giovani sordi nelle discipline artistiche, così che possano diventare dei facilitatori all’interno dei musei durante i tour con visitatori sordi. La finalità di questo progetto è sia l’inclusione lavorativa dei giovani sordi, sia l’inclusione sociale della comunità dei sordi in generale nel settore culturale.


di Michele Peretti
redazione@viverefermo.it







Questo è un articolo pubblicato il 10-07-2019 alle 13:17 sul giornale del 11 luglio 2019 - 1590 letture

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