Alla Scoperta della Sindone: Cosa accadde ai “teli svuotati” di Gesù di Nazaret?

4' di lettura 14/06/2019 -

Nell’appuntamento precedente abbiamo narrato come nelle fonti ebraiche il lino viene spesso menzionato per quanto riguarda il materiale con cui venivano fatti i tessuti funebri; i drappi destinati alle sepolture erano svincolati da ferrei precetti circa la loro composizione e potevano anche essere costituiti da pezzi di risulta, o da tessuti che non avevano la purità rituale ovvero che l’avevano persa; questi lenzuoli non avevano orli e avvolgevano il corpo senza alcun nodo: la caducità del telo era in diretta connessione con la caducità del corpo.
Per gli ebrei, inoltre, la sepoltura avveniva il medesimo giorno del decesso. Per evitare il rischio di morte apparente, la prassi ebraica richiedeva che i parenti visitassero il sepolcro per tre giorni consecutivamente dopo la sepoltura: la chiusura della tomba diveniva definitiva il terzo giorno.
I condannati alla morte in croce solitamente finivano nelle fosse comuni, sia perché tale era la previsione dello ius romanus, sia perché nessuno avrebbe avuto l’animo di azzardarsi a reclamare il corpo del crocifisso per dargli una “seppur” rituale sepoltura, in quanto sarebbe stato appalesarsi come “amico di un galeotto” e quindi essere potenzialmente soggetto ad equipararsi a costui.
Nondimeno Giuseppe di Arimatea e Nicodemo azzardarono, e Pilato concesse loro la salma di Gesù: arrecare a sostegno del loro coraggio, e della soddisfazione della loro richiesta, il fatto che erano facoltosi membri del Sinedrio è una valutazione che è bene tenere riposta nello scrigno del “non ci è dato di sapere”.
Venuti, quindi, in possesso del corpo, Nicodemo si occupò di portare gli aromi, mentre Giuseppe di Arimatea acquistò la stoffa e mise a disposizione un sepolcro nuovo. Se la tomba intatta poteva essere in linea con la sepoltura di un condannato a morte secondo il rito ebraico (il corpo di un suppliziato non poteva essere deposto in un sepolcro occupato da altri per non profanare le ossa dei giusti), la gran quantità di profumi (oltre 30 kg) e l’acquisto di un lenzuolo candido erano adeguati ad una sepoltura di prim’ordine.
Il rito ebraico venne rigorosamente rispettato per quanto concerne il mancato lavaggio del corpo di Gesù: certamente lo shabbat imminente suggeriva fretta nell’adempiere alle operazioni di sepoltura, ma preservare il sangue di vita fu la cagione della sepoltura del corpo non terso del Re dei Giudei. Il crocifisso venne, quindi, avvolto in “tà othònia” (Gv 20, 5-8) che è bene tradurre non con “bende o fasce”, ma “teli”, e fu deposto nel sepolcro: vogliamo solo a titolo di nota indicare che pur se in Matteo (Mt 27, 66.28, 1) si usa anche il termine “tàfos” (tomba), il vocabolo proprio del sepolcro di Gesù nei Vangeli è “mnemèion” che reca in sé la radice del verbo “mimnèsco” (ricordare) che respira l’ebraico “zikkaròn” (memoriale).
A questo punto è spontaneo porsi alcune domande: ma se vedendo “kèimena (svuotati) tà othònia” il discepolo che Gesù amava credette, com’è possibile che non si parli approfonditamente di questi teli nei Vangeli, ovvero non se ne tratti palesemente nella tradizione cristiana dei primi secoli? Come mai a supporto del “kèrigma” (l’annuncio della passione, morte e Resurrezione di Gesù Cristo) non v’è traccia della reliquia che solo a vederla bastò a far credere il discepolo? Per trovare qualche spunto che possa riportare al lenzuolo del sepolcro di Gesù di Nazaret si deve cercare in alcuni testi apocrifi come il “Vangelo di Nicodemo” o il “Vangelo di Gamaliele”.
Anche se questi ultimi scritti sono da considerarsi meno attendibili delle Scritture Canoniche, sicuramente in maniera implicita appalesano un forte interesse nei confronti dei teli sepolcrali del Cristo, anche perché essendo stati la prima prova materiale della resurrezione del Maestro, sarebbe stato illogico non conservarli.
Ci piace osservare che così come solo da alcuni testi “apòcrifoi” (che letteralmente vale “nascosti”) si trae qualche notizia circa i teli funerari di Gesù, il “nascondimento” sia a caratterizzare probabilmente anche i primi secoli di vita di questi “kèimena tà othònia”, e principalmente indichiamo due motivi: per il mondo giudaico un telo sepolcrale era impuro (la predicazione iniziale era diffusa nell’ambiente giudaico); le persecuzioni avverso le prime comunità cristiane (che non avrebbero di certo risparmiato qualsiasi oggetto di culto). Tuttavia vogliamo stimolare la volontà ma soprattutto la curiosità del lettore invitandolo ad un piccolo sforzo: la lettura della lettera ai Galati capitolo 3 versetto 1.
Per approfondire https://unaminoranzacreativa.wordpress.com/audioteca/






Questo è un articolo pubblicato il 14-06-2019 alle 21:41 sul giornale del 15 giugno 2019 - 1298 letture

In questo articolo si parla di cultura, articolo, Fabio Quadrini

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