"Il Salotto della Fotografia":Fotografia e Fotografi

10' di lettura 26/05/2019 - In questa intervista, Paola Palmaro, esperta conoscitrice del linguaggio fotografico, attraverso il suo punto di vista,ci aiuta a comprendere in modo più approfondito ed accurato, il vasto mondo della fotografia.

Quando è nata la tua passione per la fotografia?

Ho accompagnato per diversi anni a dei workshop presso Massa Marittima un appassionato di fotografia. ho potuto studiare l’approccio di “insegnanti e studenti” sotto la guida di Kirkland, Scianna, De Biasi, Rudi Faccin, Fontana... Ho osservato quell'universo dall'esterno e dall’interno con attenzione. Nello stesso anno, 1997, andai a Genova per seguire una mostra di André Kertesz, non lo conoscevo e rimasi fulminata come San Paolo sulla via di Damasco, Avevo visto mio padre nell'era analogica appassionarsi di fotografia, avevo scattato pure io quando viaggiavo ma quelle foto mi facevano venire la pelle d’oca, entrando nel mondo in cui aveva vissuto l'autore in punta di piedi. Kertesz faceva percepire la vitalità vibrante di una scena, di un soggetto, con un bianco e nero superbo, una vera scoperta che mi ha portato subito ad approfondire la nascita e la storia della fotografia fino ad oggi.

Dai fotografi ungheresi con Kertesz, ai fotografi umanisti francesi come Willy Ronis che adoro, Boubat, Robert Doisneau, Izis Bidermanas.
Ho incominciato un viaggio che so non avrà mai fine, non basterebbero neppure due vite per conoscere tutti i migliori rappresentanti della storia della fotografia mondiale. Ho imparato ad accedere in archivi pubblici e privati grazie all’offerta generosa del web, ho avuto la possibilità di studiare le immagini attraverso pubblicazione, mostre, superando l'Atlantico e raggiungendo gli Stati Uniti d'America. Ho viaggiato nelle vite e nelle immagini di autori straordinari, nelle loro esperienze, nella memoria storica dell’umanità degli ultimi duecento anni, portando sempre con me le immagini che mi colpivano il cuore. Penso alle fotografie di Jerry Uelsmann, Dorothea Lange, Robert Capa, Vivian Maier, Robert Frank, Eugene Atget, Wolfgang Suschitzky morto tre anni fa, Arthur Fellig - Weegee, fotografi deceduti ma anche viventi come il belga Harry Gruyaert che mi ha fatto scoprire ed amare il colore..... Potrei andare avanti per ore a raccontarti di quello o di quell’altro fotografo, affronto la storia della fotografia saltando da un'epoca storica all'altra con grande interesse e gioia come se fosse sempre il primo giorno in cui ho iniziato.

Che definizione daresti della fotografia contemporanea?
Molto creativa, poco narrativa, mai contemporanea. Pochi i fotografi degni di nota di reportage o di scene umane di ambientazione quotidiana, quando li trovo è sempre una bella scoperta. Mi interessa di più la vita dell’uomo e quello che c’è davanti e dietro le sue vicende, quindi anche per i fotografi seleziono chi per me ha come punto di riferimento tali percorsi ed intenti.
Il rapporto con la propria umanità credo sia per un fotografo importantissimo. Pochissimi sanno ancora fotografare con un filo narrativo che superi l'istante del click. Quasi tutti i migliori sono molto vecchi e provengono come esperienza dal secolo scorso, il mitico Novecento. Nel momento stesso in cui tu pronunci il termine "contemporaneo" siamo già nel passato prossimo, quindi la realtà finisce sempre per essere nella migliore delle intenzioni una proiezione verso il futuro molto creativa ma poco consapevole dei vissuti declinati al presente e sfumati da un tempo che non conosce se stesso. La fotografia è in relazione con l’essenza della memoria umana fusa nelle emozioni che suscita e non con il tempo come concetto e come flusso di eventi.

La fotografia è stata definita "arte in continua evoluzione"cosa ne pensi?
L'immagine è comunicazione, non è una verità ma una splendida illusione che mentendo ti rivela sprazzi di verità e di bellezza. Noi viviamo ed osserviamo la realtà attraverso il sistema dei sensi e se provi ad escluderne uno qualcosa si inceppa e non riusciremo più a capire nulla di ciò che è accaduto Il nostro cervello non chiede la realtà ma la sua astrazione da trasformare in conoscenza e la fotografia non avendo il dono di fissare il tempo, ovvero non catturandolo pur provandoci con tenacia, non evolve ma si specializza nel restituire brandelli di memoria comune che soggettivamente o coralmente abbiamo condiviso e vogliamo ricordare.
Noi siamo la nostra memoria, Barbara, la fotografia sta cercando da sempre di appropriarsi di questo spazio attraverso la vista che catturi le emozioni suscitate in ogni scatto ed evento nel suo divenire.
La fotografia prova a costruirsi uno spazio, un luogo, una superficie significante dove ritrovare tessere di un mosaico che renda il più possibile fruibile le emozioni catturate.
L’azione, l’istante, il momento vince ogni sequenza temporale e paradossalmente la sublima astraendola dal contesto stesso in cui si manifesta. La fotografia è istantanea quindi più si riferisce ad una cosa statica più riesce a trasmettere l'emozione che ne fa parte. Vivendola sul campo della storia, la fotografia definisce un tale numero di piani visivi che si sovrappongono come i ricordi gli uni agli altri. Nella fotografia prende forma il "Noi" come condivisione universale di sentimenti e di pure e semplici emozioni primordiali, qualche volta magicamente l’ "Io" od il "Tu".

Fotografi e pittori si sfidano virtualmente a duello ancora oggi come in un film western per mostrare che conoscono la realtà vera e chi vince è sempre e solo la pittura . Tifo sempre per i perdenti quindi mi interesso di fotografia con la mente aperta ad ogni risoluzione del suo felice e disarmante inganno nei confronti della realtà, come chi è in buona fede e non si rende conto di quali conseguenze avranno le sue azioni, i suoi scatti in questo caso.
Questa privazione di tempo cui la fotografia non potrà mai porre rimedio non permette di parlare di fotografia contemporanea ma di passaggi evolutivi che hanno reso la fotografia sempre più capace di trascrivere nella memoria un presente che non vogliamo sfugga ai ricordi, raccogliendo brandelli della storia dell'umanità, un racconto sempre aperto e stimolante.

Gli artisti mentono Barbara, nei diversi linguaggi artistici in cui operano raccontano tuttavia sempre un parte di verità, romanzandola, fondendola in un corpo unico in modo creativo ed affascinante. La fotografia più che contemporanea è una splendida bugia che nasconde parte della verità e della bellezza del mondo sublimandole in concetti astratti permettendo all’uomo di ricostruire il suo essere ed il suo passaggio nella vita di tutti i giorni.
Le foto di guerra, di reportage, non definiscono forse al meglio il confine, i limiti tra quelle emozioni e gli intenti che le hanno provocate? Determinate azioni e scelte in guerra hanno rischiato di distruggere non solo i corpi ma anche le anime dei popoli colpiti, rendendo la sopravvivenza una sequenza di eventi che hanno radici dell’universo primordiale dell’umanità.
Per sopravvivere la zavorra delle emozioni non aiuta, gli esseri umani non si sono salvati dalle glaciazioni, dalle epidemie, dalle carestie, dalle guerre, emozionandosi, ma usando la ragione e la memoria delle proprie esperienze per non perdere il posto raggiunto nella scala evolutiva, per superarlo, dando un senso ed un significato al tempo passato e presente per sopravvivere a se stessi ed agli errori commessi. Chi ha fame non pensa alla bellezza del mondo, chi ha sete od è minacciato di morte non sublima la verità ma fa di tutto per sopravvivere all’oggi. Chi ha inventato i linguaggi artistici poteva permettersi di vivere in un tempo di pace, di avere la pancia piena, di non aver bisogni primari da soddisfare. La fotografia è nata nel XIX secolo, all’alba di una nuova era industriale, durante un’esplosione demografica senza pari, lungo il cammino di coscienze che si risvegliavano e chiedevano di aver voce e senso, un positivismo che ha avuto esiti catastrofici con la Prima Guerra Mondiale. Cercando di impressionare dei tetti da una finestra si è aperto un universo pronto per essere sminuzzato in singoli istanti, in una scrittura di luce che potesse restituire il positivismo degli esseri umani nei confronti del futuro, grazie alle conquiste mediche, scientifiche, politiche, sociali, in una sola parola “umane” di quel periodo storico.
Kertesz non fotografò la guerra con morti e campi incendiati dalla morte nel primo conflitto Mondiale del Novecento, riprese piuttosto le lunghe marce, gli istanti di pace, i momenti in cui si riposavano i soldati, mentre parlavano o scrivevano, una sospensione dall’orrore che la fotografia permetteva di tradurre per cogliere cosa era rimasto di umano su quei volti, nei loro passi ed in quelli del fotografo. Ci riuscì talmente bene che decise di andare a Parigi dove allora si riunivano le migliori intelligenze creative del pianeta, da Picasso ai musicisti russi, agli scrittori americani, agli esuli ungheresi che scappavano dalla povertà e dalla disillusione della loto terra d’origine.
La fotografia semplicemente ci ricorda cosa siamo stati, di che pasta siamo fatti, dove e perchè ricercare la memoria perduta con una soluzione di continuo che preveda di migliorare il senso della vista senza escluderlo dagli altri. Un nuovo modo di vedere e di razionalizzare gli eventi, un modo con cui riappacificarci con l’attimo fuggente, unica voce narrante degna di nota per chi scatta.
Mio nonno materno non mi parlò mai della sua esperienza nella Prima Guerra Mondiale se non dopo che gli mostrai una fotografia dove lui era in piedi accanto a suo fratello. Provò emozione di fronte a quel ritratto e riuscì a dar voce a quel sentimento che la memoria aveva resuscitato. Le emozioni rendono vivide e attuali le fotografie proiettandole in noi, grazie alla memoria che, resuscita i vivi ed i morti pronti a dar voce ai vissuti di ogni essere vivente.
La fotografia è paragonabile ad una serie di dati che risultano inutili al presente in cui sono stati registrati ma diventano interessanti a posteriori. Per questo vorrei avere più vite per analizzare la fotografia nella storia. La prima, quella presente, per i fotografi del secolo scorso, la seconda per i fotografi attuali, proiettata da un futuro nelle coscienze, nelle anime altrui per comprendere il percorso prima ancora di scoprire la meta da raggiungere.

Quando l’evoluzione della mente va di pari passo con quella dell’anima si vivono tempi straordinari, in quel momento si cercano linguaggi capaci di tradurre tutto questo. Forse la fotografia nacque proprio da quell’esigenza tutta umana e divenne la sua scrittura ideale insieme al cinema che dopo pochi decenni dalla nascita della fotografia, alla fine del secolo XIX, fece la sua comparsa alleandosi ad essa in modo naturale.
Dovrei inventare la macchina del tempo, perchè un'arte che non lo conosce non mi consentirebbe mai di capirla nel momento in cui si manifesta ma sempre e solo a posteriori. Quindi non esiste la fotografia contemporanea ma solo e sempre quella passata, anche fosse di un anno, di un'ora o di un minuto fa!






Questo è un articolo pubblicato il 26-05-2019 alle 18:05 sul giornale del 27 maggio 2019 - 633 letture

In questo articolo si parla di cultura, articolo, Barbara Palombi

Licenza Creative Commons L'indirizzo breve è https://vivere.biz/a7U6

Leggi gli altri articoli della rubrica Il Salotto della Fotografia





logoEV